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Ogni governo prende le sue decisioni in nome, per conto e in favore
del popolo. Non è nemmeno il caso di discutere su questo punto,
soprattutto tra chi non condivide le medesime idee politiche. Tanto
più che tutti, favorevoli e contrari, sappiamo che gli interessi
personali, le ideologie o la pura e semplice voglia di imporre il proprio
potere a volte prevalgono sull'evidentissimo principio esposto sopra.
Siamo laici, vaccinati e nessuno è nato ieri, si dice; tutti
siamo ampiamente preparati dalla storia passata ad ogni evenienza. Perciò,
è con qualche soddisfazione che segnaliamo il fatto che il programma
di storia Bertagna-Moratti ha ampliato la gamma dei comportamenti, creandone
uno inedito e sorprendente: il governo per dispetto.
Il dispetto: fare il contrario del governo precedente, solo per il gusto
di cancellarne la presenza o il semplice sentore, solo per il piacere
della gomitata e del calcetto sotto il banco. Questo si percepisce,
con chiarezza, dopo aver letto il testo del programma di storia.
Certamente: si può anche argomentare sul rischio dell'etnocentrismo
o sulle enormi difficoltà che un docente avrà per gestire
una macchina complicatissima, fatta con tutta apparenza solo per creargli
problemi. Possiamo anche cercare di descrivere progetti ideologici sottesi
a questo o a quel comma della legge. Ma forse è esagerare in
teorizzazioni. Il dispetto, infatti, sembra la semplice spiegazione,
capace di unificare un complesso disordinato di norme, destinato a vessare
il lavoro degli insegnanti italiani nei prossimi anni. Vediamone alcuni
esempi.
Nella tradizione scolastica italiana era invalso l'uso di insegnare
tutta la storia tre volte, nelle elementari, nelle medie e nelle superiori:
un sistema che aveva scontentato un po' tutti, e del quale tutti parlavano
male, da destra e da sinistra. La commissione de Mauro propose, allora,
di fare la storia generale "una sola volta e bene": a supporto
di questa scelta, c'è una notevole quantità di programmi
di altri paesi, che hanno già messo in pratica questo principio,
senza che sia successo nulla di catastrofico; furono avanzate spiegazioni
di ordine didattico. Molti ricordano il trambusto creato da questa idea,
e la sua conseguente bocciatura.
Soluzione di Bertagna: uno è poco, tre è troppo, due è
la misura giusta. Ma chi l'ha detto? dove sono altri esempi, quali gli
argomenti con i quali si giustifica questa scelta? Li cercherete invano.
L'unica ragione è che questo governo "voleva fare diversamente".
E l'ha fatto, senza preoccuparsi delle conseguenze.
Ma noi sì, invece. E basta ragionarci su un pochettino per scoprire
tante assurdità e qualche tragedia.
Vediamo: la formazione storica nazionale, recita il testo, si articola
su due cicli cronologici. Gli allievi italiani studieranno il primo
ciclo fra elementari e medie (durerà sei-sette anni); il secondo
nelle superiori (sarà di cinque o quattro anni, a seconda se
l'allievo andrà nei licei o nelle professionali). Occorre avere
un minimo di pratica della scuola per accorgersi delle assurdità:
- come è possibile che un ragazzo di tredici anni, giunto in
terza media, ricordi qualcosa di significativo, appreso in seconda terza
elementare, quando aveva sette-otto anni (e in futuro sei, se anticiperà?).
Un ciclo cronologico si giustifica solo se tu puoi far riferimento a
ciò che hai insegnato prima: ad esempio, spieghi la rivoluzione
francese e richiami ai ragazzi la situazione del medioevo. Riuscite
a immaginare una situazione nella quale il docente illustra la situazione
ambientale in età preindustriale, e chieda ai ragazzi di confrontarla
con quella "vergine" del paleolitico, studiata in seconda-terza
elementare? Un docente che dopo aver spiegato la democrazia oggi, avverte
correttamente gli allievi a non confonderla con quella ateniese, studiata
quattro anni prima? - Come è possibile considerare parti di un
racconto unitario la storia delle elementari (trenta paginette per anno)
e quella delle medie (trecento?).
A queste illogicità vanno aggiunti dei disastri, derivanti dal
fatto che questo programma va inserito in un contesto nel quale l'obbligo
è stato abolito e gli allievi possono optare per il sistema dei
licei o quello della formazione professionale. Anche in questo caso,
basta ragionare un pochettino: siete nei panni di un allievo di quarta
e quinta, e avete studiato Grecia e Roma. Una cinquantina di pagine
in tutto, comprese di foto, disegni, esercizi e titoli a colori (siamo
sempre nella scuola primaria, in fondo). Poca roba, ma pazienza: poi
studierete meglio. Ma se decidete di non continuare gli studi? e se
andate nelle professionali, dove certamente le regioni non muoiono dalla
voglia di pagare insegnanti di storia antica? o in uno dei licei nei
quali la storia non è materia di base? Insomma: qualcuno riesce
a immaginare a quanti ragazzi italiani verranno a mancare conoscenze
"adulte" su questi momenti storici? Eppure, questo governo
era partito dalla dichiarata intenzione di puntare tutto sulla storia
classica, al contrario del vecchio accusato di eccessivo modernismo.
Ma non essendo capace di fare un progetto coerente, ha ripiegato su
di una guerriglia di dispettucci, dall'esito disastroso, anche per i
suoi intenti.
Il presente: ecco un altro dispetto. Berlinguer aveva imposto che si
dedicasse al Novecento un anno intero. Perché un governo di destra
dovrebbe abolire questa direttiva? Con quale logica un liberale o un
fascista (supponendo che ne esista qualcuno al governo) dovrebbe proibire
lo studio del ventennio, fascista o democristiano che sia? Al massimo,
potrebbe imporre un'interpretazione di parte, o in alternativa ricorrere
alle sempre valide raccomandazioni all'obiettività, in polemica
con l'ideologizzazione, attribuita inevitabilmente al governo precedente.
Invece no. In terza media, un docente, in meno di cinquanta ore, dovrà
correre da Napoleone ai giorni nostri. Le rilevazioni delle quali disponevamo
prima del decreto Berlinguer, ci avvertivano che la maggior parte dei
docenti, in queste condizioni, varcava a malapena la soglia della prima
guerra mondiale. Torneremo a quei tempi, all'ignoranza di massa sui
fatti del Novecento. Eppure, questo secolo (ma con esso tutto il programma,
per la verità) è stato ampiamente epurato da qualsiasi
colorazione politica non corretta: non esistono conflitti sociali, colonialismo
e decolonizzazione (perfino la conquista dell'America diventa "La
scoperta dell'altro", che delicatezza d'animo!), spariscono comunismo,
fascismo e nazismo, annegati nel "Totalitarismo", e per giunta,
di tutti questi muore soltanto il comunismo nel 1989. Economia, ambiente,
società, termini che sanno di zolfo, sono accuratamente evitati.
Insomma, un buon lavoro di pulizia. Sarebbe dunque un Novecento garantito
e a prova di governo. Ma non basta a placare la voglia del dispetto.
Berlinguer lo ha messo? e noi lo togliamo.
Una decisione abnorme. Lo riconoscono anche Tangheroni e Vitolo, ordinari
di storia medievale, che sembrano supervisionare la stesura del programma
delle superiori. Tanto è vero, che propongono (loro, medievisti!)
una risarcimento nell'ultimo anno dei licei, da dedicare a temi novecenteschi.
Ma: e se uno non prosegue gli studi?
Il dispetto più pregustato è quello sulla storia mondiale.
Il progetto De Mauro insisteva sulla necessità di inserire dei
quadri di storia mondiale, in un programma che, in definitiva, continuava
a raccontare di vicende europee, nazionali e locali. Alti lai dell'accademia
italiana, timorosa di vedersi declassata, agli occhi di una scuola che
avrebbe cominciato a guardare oltre confine. Nel furore della polemica,
un docente universitario (del quale si dice che personalmente sia un
mangiapreti) esalò il grido di dolore: siamo di tradizione giudaico-cristiana!
Lo slogan polemico é diventato un credo storico didattico. Provate
a contare quante volte è richiamata la tradizione giudaico-cristiana
nel testo ministeriale. La formula è piaciuta, al punto che ci
si è inventati una inesistente civiltà "giudaica",
da studiare accanto agli egizi e ai fenici. Siamo giudaico-cristiani,
e i nostri figli, studiando la storia se ne dovranno convincere. Ora:
possiamo discutere su etnocentrismi, eurocentrismi, mondializzazioni
e ideologie illuministe connesse. Prendere parte per questa o quella
posizione. Ma perché ridurre la tradizione europea alla sola
Bibbia (questo, infatti, vuol dire tradizione giudaico-cristiana). Siamo
forse diventati fondamentalisti americani, o si è discusso in
parlamento sul fatto che la nostra scuola debba formare dei buoni cristiani,
o cose del genere? Forse qualcuno lo ha desiderato pure. Ma nessuno
ne ha parlato: e non perché non ne ha avuto il coraggio. Semplicemente
perché nessuno si è reso conto della portata di questa
formula. Suonava bene, ed era un bel dispetto, per quegli illuministi
della Commissione De Mauro.
Conclusione. Nei prossimi anni, i giovani italiani conosceranno molta
storia medievale e moderna. Non sapranno quasi niente di età
antiche e nulla della preistoria e del mondo attuale. Se ciò
corrispondesse ad un progetto culturale, ne potremmo discutere, e ce
ne potremmo anche fare una ragione (in fondo la buona storia saranno
sempre gli storici e i professori a metterla nelle scuole, se ne saranno
capaci). Ma se troveremo dei buoni argomenti, saranno ex post. Li troveremo
in futuro e per giustificare una decisione governativa. Per intanto,
milioni di giovani verranno indirizzati verso determinati studi solo
per un ukase del ministro Moratti. Perché le è sembrato
politicamente azzeccato differenziarsi dal tentativo di riforma del
governo precedente.
E' questo il punto che si dovrebbe analizzare e studiare, perché
mi piacerebbe veramente conoscere quali altri governi e quali altri
ministri si sono comportati in questo modo.
28 febbraio 2004
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