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Aspetti forti dei piani:
- alla lettura risultano familiari, rispondenti all'immaginario
di cui sono diffusamente portatori i docenti (anche i più innovativi),
nel solco della tradizione: quindi non spaventano né preoccupano
molto; in altre parole la massa dei contenuti proposti è considerata
più accettabile perché presentata in modo più tradizionale
e similare all'impostazione dei sussidiari e delle pratiche didattiche
più diffuse;
- non hanno suscitato nessun commento critico da parte dell'accademia
(gli storici) che con il silenzio dà l'impressione di approvare
la loro impostazione (come mai?), mentre ci sono state alcune prese
di posizione (critiche) da parte di associazioni professionali di docenti.
Indubbiamente il quadro della storia che presentano le Indicazioni
nazionali della Moratti è pienamente nel solco della più
vieta tradizione eurocentrica, che ha caratterizzato - con poche eccezioni
- l'insegnamento della storia nella scuola italiana. Ma presenta anche
alcune novità di grande rilievo, in direzione del regionalismo
e del rapporto fra storia e religione cattolica. E quest'ultimo aspetto,
più volte ribadito nei testi ministeriali, mi pare rappresentare
una rottura, piuttosto che un elemento di continuità, nella
cultura didattica recente della scuola italiana.
Una sintesi del senso culturale dell'insegnamento della storia secondo
la Moratti si trova nel Profilo educativo, culturale e professionale
dello studente alla fine del Primo Ciclo di istruzione (6-14 anni),
che definisce il fine generale dell'insegnamento. Qui si legge che
lo studente:
"ha consapevolezza, sia pure in modo introduttivo,
delle radici storico-giuridiche, linguistico-letterarie e artistiche
che ci legano al mondo classico e giudaico-cristiano, e dell'identità
spirituale e materiale dell'Italia e dell'Europa; colloca, in questo
contesto, la riflessione sulla dimensione religiosa dell'esperienza
umana e l'insegnamento della religione cattolica
; sa orientarsi
nello spazio e nel tempo, operando confronti costruttivi fra realtà
geografiche e storiche diverse, per comprendere, da un lato, le caratteristiche
specifiche della civiltà europea e, dall'altro, le somiglianze
e le differenze tra la nostra e le altre civiltà del mondo;
sa collocare, in questo quadro, i tratti spaziali, temporali e culturali
dell'identità nazionale e delle identità regionali e
comunali di appartenenza".
Se l'aspetto conservatore è veramente il punto di forza
di queste Indicazioni nazionali, nel senso che le rende facilmente
accettabili anche dai docenti "più innovativi", come
si afferma nella domanda, allora bisogna fare una riflessione più
generale sulla cultura italiana attuale, in particolare sul ritorno
del patriottismo, da destra come da parte di buona parte della sinistra.
Mi meraviglierei comunque se quegli insegnanti che sono attenti alla
dimensione interculturale, e quindi - fra l'altro - ad un insegnamento
non etnocentrico della storia, non si trovassero a disagio con questo
testo.
Quanto alla mancanza di reazioni - positive o negative - da parte
degli storici, si tratta indubbiamente una circostanza sorprendente,
soprattutto se la paragoniamo al vasto e più che vivace dibattito
che accompagnò la pubblicazione del curricolo di storia della
Commissione De Mauro. Non va dimenticato che quasi tutti gli storici
che hanno accesso ai mass media si schierarono allora contro quel
curricolo, criticandone soprattutto l'impostazione mondiale, che a
loro avviso tradiva la funzione primaria dell'insegnamento della storia,
cioè quella, come dichiarò ad esempio Rosario Villari,
di far "conoscere approfonditamente l'identità della propria
civiltà, della nazione e della comunità civile alle
quali si appartiene" (1). Complessivamente invece gli storici
favorevoli al curricolo non ebbero quasi nessuno spazio sulla stampa,
a parte la pubblicazione di un documento di sostegno al curricolo
(2).
Alcuni degli storici contrari al curricolo di storia della Commissione
De Mauro, Girolamo Arnaldi, Piero Bevilacqua, Massimo Firpo, Cosimo
Damiano Fonseca, Nicola Tranfaglia e Giovanni Vitolo, compilarono
anche un vero e proprio curricolo alternativo, ispirato ad un esplicito
rifiuto della storia mondiale e ad un progetto identitario fondato
sulla centralità dell'Europa e dell'Italia, con un forte richiamo
al cristianesimo e in particolare al cattolicesimo (3). Questa impostazione
è ben chiarita dalle seguenti citazioni tratte da quel curricolo:
"velleitaria è
la pretesa di estendere
lo studio ad una dimensione mondiale per far sì che la storia
d'Europa e quella degli altri continenti siano posti sullo stesso
piano";
"è molto importante
che il bambino
sia messo in grado di riconoscere le sue radici, la sua identità
culturale e che conosca perciò il passato europeo";
"[Alla storia] va riconosciuto
il significato
di vera e propria struttura portante della scuola, sia di base sia
superiore, per quanto attiene ai suoi compiti di formazione generale,
soprattutto in un paese come l'Italia, dove l'innestarsi del cristianesimo
e della Chiesa sull'eredità del mondo antico ha garantito una
continuità storica senza uguali nel mondo".
È chiaro che questi avversari del curricolo di storia della
Commissione De Mauro si riconoscono sostanzialmente nelle Indicazioni
della Moratti: certo mi sorprende che allora non prendano la penna
per esprimere il loro consenso. Forse bisogna concludere, ispirandosi
ad un noto proverbio, che chi acconsente, tace.
Vi è anche da sottolineare un altro aspetto generale delle
Indicazioni della Moratti: non se ne conoscono gli autori - al di
là di Giuseppe Bertagna che ne ha curato la generale supervisione.
Al contrario De Mauro aveva reso noti fin dall'inizio dei lavori i
nomi di tutti i componenti della commissione da lui nominata, indicando
anche con precisione, di volta in volta, i responsabili, coordinatori
e moderatori dei vari gruppi di lavoro. La scelta dell'attuale ministro
è una assoluta mancanza di trasparenza democratica, che ritengo
condannabile e che probabilmente contribuisce a non stimolare il dibattito.
Aspetti critici dei piani:
1. il monte ore annuale: nella scuola media il monte ore annuale
virtuale per la storia è di 60 ore che nella realtà dei
fatti diventano circa 50; tale monte ore è del tutto imparagonabile
a quello riservato alla lingua italiana e alla matematica (discipline
cardine, anche in base ad una precisa raccomandazione europea), ma è
praticamente identico ad altre discipline come l'educazione musicale,
l'educazione artistica e l'educazione fisica; il monte ore va, inoltre,
ripartito tra la quota nazionale e la quota regionale o di scuola, con
una riduzione ulteriore del contenitore temporale entro il quale si
forma la cultura storica dei giovani identica/simile in tutto il paese;
il rischio è di una effettiva marginalizzazione dell'insegnamento
della storia o comunque di una forte perdita della sua centralità
educativa.
Problema: poiché appare evidente che solo una buona conoscenza
del passato consente di capire a pieno il presente in cui si vive e
di costruire una prospettiva temporale rivolta al futuro, anzi che solo
la consapevolezza che il presente è la conseguenza delle scelte
che gli uomini hanno fatto nel passato è funzionale alla formazione
di persone in grado di fruire a pieno dei diritti di cittadinanza e
di partecipare costruttivamente alla vita democratica, come usare
al meglio tutte le possibilità di formazione per costruire una
cultura storica nei diversi segmenti del percorso (discipline, programma
nazionale regionale di scuola, laboratori, educazioni) ?
La soluzione sta nel formulare dei progetti interdisciplinari,
con geografia e italiano in primo luogo, che consentano di recuperare
spazio al discorso storico. Certo è una soluzione non semplice,
date le difficoltà poste dalle Indicazioni.
2. le conoscenze dichiarative (contenuti) proposte: la storia
generale/sistematica inizia in III elementare (dalla formazione della
terra! e dal paleolitico) e viene proposta quindi in un arco di tempo
di 6 anni scolastici, con un (presunto) alleggerimento della scuola
media, con una sorta di condanna della scuola elementare alla storia
antica e con il particolare che, mentre per la scuola elementare si
parla di scegliere fatti personaggi eventi ed istituzioni caratterizzanti
un lungo elenco di temi, per la scuola media no; c'è, inoltre,
la netta sensazione che la proposta sia molto prescrittiva dal momento
che si parla di livelli essenziali di prestazione e c'è l'ipotesi
della valutazione biennale.
Problema: poiché l'alto numero di temi proposti come
livello essenziale di prestazione richiedono tempo e non si parla per
la storia di laboratorio, c'è il rischio che rimanga poco spazio
per la formazione al metodo e che diventi quasi inevitabile il ricorso
alla pura memorizzazione, come fare per equilibrare in qualche modo
l'insegnamento/apprendimento delle conoscenze e contemporaneamente del
modo in cui esse sono state costruite per poter effettivamente sostenere
il processo di conoscenza dei giovani e l'acquisizione di abilità
e competenze ?
In realtà una lettura attenta delle Indicazioni nazionali
e delle Raccomandazioni per l'attuazione delle Indicazioni Nazionali
per i Piani di studio personalizzati nella Scuola Primaria (testo
quest'ultimo non ufficiale ma comunque molto significativo, pubblicato
nel sito www.istruzione.it),
mostra che lo studio sistematico della storia generale non comincia
in III, bensì in IV. Nelle Raccomandazioni si afferma infatti
con chiarezza che
"Nelle classi I, II e III della Scuola Primaria
si pongono le basi dell'orientamento nella dimensione temporale e
della capacità di collocare gli eventi nello spazio e nel tempo:
a partire dalla dimensione esistenziale della memoria personale del
fanciullo si giunge alla memoria familiare e sociale e, quindi, alla
scoperta della continuità tra l'esperienza dell'uomo del presente
e l'esperienza dell'uomo del passato. Lo studio della storia ha qui
carattere predisciplinare"
E più avanti, a proposito della storia nel secondo biennio,
si scrive:
"A partire dalla classe IV della Scuola Primaria
si può avviare uno studio più sistematico e cronologico
che introduca la distinzione tra l'avvenimento e la sua conoscenza"
Si tratta di una scelta storiograficamente più che criticabile,
anche se in linea con una visione assai arretrata (tradizionale, direbbe
qualcuno) della storia, perché toglie valore sia a tutta la
prima fase della storia l'umanità, il paleolitico, sia alla
rivoluzione neolitica, che insieme alla rivoluzione industriale rappresenta
una delle due grandi trasformazioni di portata mondiale nel rapporto
fra l'uomo e l'ambiente.
Coerentemente con questa impostazione "predisciplinare"
della prima parte della storia, le Indicazioni nazionali presentano
nel primo biennio un confuso elenco che mescola operazioni cognitive,
osservazione ambientale e conoscenze sulla cosiddetta "preistoria":
"Indicatori temporali.
Rapporti di causalità tra fatti e situazioni.
Trasformazioni di uomini, oggetti, ambienti connesse al trascorrere
del tempo.
Concetto di periodizzazione.
Testimonianze di eventi, momenti, figure significative presenti nel
proprio territorio e caratterizzanti la storia locale.
La terra prima dell'uomo e le esperienze umane preistoriche: la comparsa
dell'uomo, i cacciatori delle epoche glaciali , la rivoluzione neolitica
e l'agricoltura , lo sviluppo dell'artigianato e primi commerci.
Passaggio dall'uomo preistorico all'uomo storico nelle civiltà
antiche".
Peraltro anche l'iniziare in IV un insegnamento cronologico e
sistematico mi sembra prematuro, tenendo conto dello sviluppo cognitivo
degli allievi di quell'età.
La soluzione a mio avviso sta nel recuperare l'impostazione del curricolo
della Commissione De Mauro, che prevedeva per la III e la IV un lavoro
- con un forte taglio laboratoriale - sul concetto di società,
in modo da fornire agli studenti le categorie interpretative di base,
da utilizzare successivamente. Uno studio sistematico dovrebbe iniziare
in V, e proseguire nei tre anni successivi. In tal modo è possibile
realizzare un apprendimento abbastanza equilibrato. Ciò è
naturalmente possibile negli Istituti comprensivi. Dove invece la
(ex) scuola elementare è separata dalla (ex) scuola media,
e quindi gli insegnanti devono portare gli allievi fino alle soglie
del Medioevo prima di consegnarli ai loro colleghi della (ex) scuola
media, allora credo che si possa concentrare la parte propedeutica,
sui quadri di società, in III e nella prima parte della IV,
e poi iniziare, con gradualità, la parte cronologica e sistematica.
Certo, non senza difficoltà: indubbiamente la prima parte della
storia risulta sacrificata nel quadro complessivo dell'apprendimento,
se si debbono seguire, anche se nel modo più elastico possibile,
le Indicazioni nazionali.
3. la gerarchizzazione dei temi proposti: i temi proposti dai
piani di studio consistono in un lungo elenco di questioni che sembrano
avere la stessa identica valenza, senza che ci sia la minima distinzione
tra alcune questioni forti e irrinunciabili per tutti e una gamma di
questioni in cui sia possibile costruire un percorso approfondito di
studio funzionale alla formazione storica dei giovani.
Problema: poiché nella società della conoscenza
abbondano i prodotti di informazione che vengono messi a disposizione
dai mass media (giornali e riviste, CD DVD cassette video e audio, programmi
televisivi, siti internet ecc...) e sono quotidianamente fruiti da un
pubblico sempre più vasto, come organizzare un curricolo che
affronti in modo significativo le grandi trasformazioni ma offra anche
l'opportunità di svolgere percorsi forti di formazione in
grado di mettere a disposizione dei giovani le ricostruzioni fatte dagli
storici con la ricerca scientifica e di dare ai giovani gli strumenti
per decodificare e valutare le altre ricostruzioni con le quali inevitabilmente
avrà a che fare ?
A parte la questione di fondo, cioè il taglio culturale,
il vero problema delle conoscenze storiche presentate nelle Indicazioni
nazionali non è la mancanza di gerarchia fra di loro, ma le
lacune e gli errori. Fra le lacune risalta ad esempio la mancanza
di concetti storiografici fondamentali come "rivoluzione industriale",
"colonialismo" e "imperialismo", celati, questi
ultimi due, dietro due definizioni anodine: "l'Europa ed il mondo
degli ultimi decenni dell'Ottocento" e "la competizione
tra Stati e le sue conseguenze". E fra gli errori si nota che
fra la Prima e la Seconda guerra mondiale viene collocato un tema
dal titolo "l'età delle masse e la fine della centralità
europea", dove la copula stabilisce un rapporto (di causa-effetto?
di correlazione?) fra due fenomeni eterogenei, fra loro slegati e
non contemporanei. Alcuni temi poi si sovrappongono e possono essere
efficacemente unificati, come nel caso della "crisi della sintesi
culturale, politica e sociale del Medioevo" e del seguente "Umanesimo
e Rinascimento". È dunque possibile rivedere l'elenco
delle conoscenze contenute nelle Indicazioni nazionali sintetizzandole
in poche conoscenze essenziali da inserire in un quadro mondiale che
le contestualizzi diversamente da come vogliono le Indicazioni. In
altri termini, è possibile soddisfare le prescrizioni di queste
Indicazioni per poi superarle e costruire un quadro della storia a
dimensione mondiale.
4. le reali capacità dei bambini dai 6 ai 13 anni: la
dimensione del tempo è una delle categorie più ardue da
apprendere, come sanno bene gli insegnanti che accompagnano i giovani
reali e concreti nel loro (lento) processo di acquisizione, in un'età
evolutiva di grandi e continue trasformazioni, e come dicono gli stessi
ragazzi che ancora all'inizio della scuola superiore considerano la
storia una delle discipline più difficili; l'uso del diario,
poi, fin dalla prima elementare sembra più una battuta di spirito
che non un'ipotesi realistica di lavoro.
Problema: dal momento che i ragazzi tendono a uscire con difficoltà
dall'immediato presente in cui vivono immersi e con fatica imparano
a dilatare la mente nel tempo, come fare per accompagnarli effettivamente
nel difficile percorso di acquisizione del senso del tempo, valorizzando
e potenziando le capacità che in loro gradatamente affiorano
nella loro quotidianità, nel loro ambiente, nel loro territorio
?
Il lavoro sul senso del tempo va iniziato già dal primo
anno di scuola, secondo le modalità ormai più che sperimentate,
e va concentrato nella III e nella IV classe lavorando sui quadri
di società, come già indicato nel curricolo della Commissione
De Mauro. È quella la fase che in quel curricolo veniva definita
come la fase della "grammatica della storia". Naturalmente
questo lavoro non si esaurisce lì, ma in quegli anni deve essere
uno degli obiettivi principali, insieme allo sviluppo della visione
complessa della società e alla dimensione spaziale mondiale.
5. la scala spaziale del temi proposti: quella che predomina
è quella europea, c'è una scarsa presenza di quella italiana,
la scala locale è presente poco e male (con intenti più
celebrativi che formativi) e senza il minimo riferimento a esperienze
didattiche interessanti maturate negli anni (musei, archivi, biblioteche
ecc...), manca del tutto la scala mondiale, se non nella parte terminale
e nella vaga espressione "l'Europa alla scoperta dell'altro"
che, essendo collocata tra il medioevo e l'inizio dell'età moderna,
non può che fare riferimento alle cosiddette crociate e alla
conquista delle Americhe (!!!); nonostante questa asimmetria, tra le
abilità previste c'è però anche quella di essere
capaci di mettere in relazione le storie delle diverse scale spaziali.
Problema: poiché l'esperienza didattica insegna che per
padroneggiare questa abilità bisogna costruirla gradatamente
nel tempo, come fare per arricchire i diversi temi anche di una dimensione
più grande, se non proprio sempre anche mondiale?
Mi sembra che la dimensione italiana sia più che forte
in queste Indicazioni, coerentemente con l'impostazione culturale
che si vuol dare all'insegnamento della storia. Basti pensare all'attenzione
che viene data alla bandiera e all'inno di Mameli. Comunque la dimensione
eurocentrica delle conoscenze è quella che domina lo sfondo.
Il riferimento al saper "distinguere tra storia locale, regionale,
nazionale, europea, mondiale, e coglierne le connessioni, nonché
le principali differenze", che si trova nella colonna di destra
delle Indicazioni, è incoerente con le conoscenze prescritte
nella colonna di sinistra. Possiamo però sfruttare questo riferimento
come pretesto per sostenere la necessità di un inquadramento
mondiale di tutto il curricolo di storia. Per ottenerlo bisogna impostare
tutto il curricolo su un doppio livello: un percorso di base di storia
mondiale, cronologicamente ordinato, (per il quale si può far
riferimento al curricolo della Commissione De Mauro, che però
si ferma al XVIII secolo), e una serie di moduli di approfondimento,
inseriti in questo percorso. Le conoscenze prescritte dalle Indicazioni,
una volta ridotte all'essenziale, possono essere inserite o nel percorso
di base o in qualche modulo, e rimane così abbastanza tempo
per integrarle costruendo un quadro mondiale.
6. la presenza del Novecento, il secolo scorso, proposta: nonostante
in base alla ultima legge di riordino dei cicli l'obbligo scolastico
e quindi presumibilmente anche lo studio della storia si esauriscano
con la terza media e nonostante gli insegnanti abbiano più volte
sottolineato l'estrema difficoltà di insegnare/apprendere questo
secolo, i piani prevedono che in terza media si affronti sia l'Ottocento
che il Novecento e si riservi quindi al secolo scorso un monte ore reale
di circa 25 ore (come nei programmi degli anni Sessanta e rinnegando
non solo la direttiva Berlinguer, ma anche le proposte Brocca e i programmi
degli istituti tecnici, quelli attuali e quelli precedenti).
Problema: poiché nel corso della terza media i giovani
debbono operare una scelta molto significativa per la propria vita (proseguire
gli studi o avviarsi al lavoro) e hanno quindi bisogno, oltre che di
conoscere se stessi anche di conoscere il mondo in cui vivono per orientarsi
nella complessità del presente, come fare per arricchire il
curricolo di riferimenti al mondo contemporaneo?
Si può qui giocare con l'orario della II, anticipando ad
essa alcuni temi della III, come Napoleone, e soprattutto si può
far interagire il programma di storia con quello di geografia, utilizzando
quest'ultimo per sviluppare la storia del tempo presente.
7. la dimensione economica dei temi proposti: sono quasi del
tutto assenti nel lungo elenco di temi proposti riferimenti espliciti
(e non solo di risulta) all'assetto economico dei diversi periodi, non
si parla di rivoluzione del neolitico (né tanto meno di processo
di ominazione) né di colonialismo né di rivoluzione industriale
né di globalizzazione/mondializzazione, anche se tra gli indicatori
si parla anche di contesto economico.
Problema: poiché la dimensione economica è un'esperienza
quotidiana concreta e familiare nella vita dei giovani, come fare
per introdurre un'attenzione specifica ad alcuni passaggi epocali della
dimensione economica, tenuto anche presente la necessità
di offrire nello studio delle discipline anche gli elementi necessari
per orientarsi e costruire il loro progetto di vita e di lavoro ?
Anche in questo caso, bisogna stravolgere il quadro concettuale
delle Indicazioni nazionali, scomponendolo nelle sue conoscenze essenziali
ed inserendo queste conoscenze in un quadro diverso: un quadro di
storia mondiale, come quello della Commissione De Mauro, costruito
secondo i quattro parametri del rapporto fra l'uomo e l'ambiente,
delle dinamiche geopolitiche, della struttura sociale e della cultura,
consente fra l'altro proprio di valorizzare appieno la dimensione
economica.
8. la collocazione interdisciplinare: sembra del tutto assente
dal momento che la storia non è collocata all'interno di un'
area e non c'è alcun legame esplicito e intenzionale con altre
discipline affini (geografia) e con altre educazioni (educazione alla
cittadinanza), anche se nella declaratoria delle abilità e delle
conoscenze molte sono le parti che potrebbero essere interscambiabili;
tale assenza diventa particolarmente grave in riferimento alla cultura
e alla realtà contemporanea e tenuto conto che le educazioni
sono da collocare in un'ottica di piano personalizzato e di laboratori
opzionali teoricamente scelti dai ragazzi (con quali capacità
di scelta non è dato sapere), in realtà scelti con l'aiuto
del docente tutor dalle famiglie (quali famiglie? con quali criteri?).
Problema: poiché nel corso della III media i ragazzi
fanno una scelta radicale per la loro vita futura e quindi hanno un
bisogno estremo di conoscere almeno nei suoi tratti essenziali il mondo
contemporaneo e la complessità che lo caratterizza, come fare
per istituire relazioni virtuose tra le discipline (tra cui la storia)
e le educazioni che danno loro strumenti significativi di conoscenza
funzionali alla definizione delle loro scelte di vita ?
La questione delle educazioni mi pare molto confusa, anche perché
non hanno una precisa collocazione nel monte ore. Sul problema generale
del monte ore, ancora aperto, credo che sia utile una riflessione
conclusiva, perché mostra quali spazi ci sono - proprio sul
piano normativo - per sviluppare un progetto didattico diverso da
quello delle Indicazioni nazionali. Il monte ore infatti è
diviso in tre parti: una quota nazionale e una quota regionale, entrambe
da definire; ed una quota d'istituti pari al 15% secondo il decreto
ministeriale n. 234/2000. Quest'ultima quota certo non è rilevante,
ma intanto può essere utilizzata per potenziare l'insegnamento
della storia o per progetti interdisciplinari che coinvolgano la storia.
Più interessante è il discorso sulla quota regionale:
ancora non si sa nulla sulla sua entità, che dipende dalle
future decisioni sulla riforma della Costituzione e la cosiddetta
devolution, però essa può essere uno spazio molto interessante
per un pieno sviluppo dell'autonomia scolastica, soprattutto nei casi
in cui una regione decida di affidarne la gestione alle scuole, come
è già il caso dell'Emilia-Romagna con la cosiddetta
legge Bastico (art.21). Naturalmente può avvenire - al contrario
- che una regione decida di intervenire in maniera prescrittiva sulla
quota a lei delegata. E questo è tutto spazio di futura contrattazione
ed eventualmente di lotta.
Note
(1) Cfr. l'intervista di Paolo Conti, Villari: caro ministro,
ecco perché la tua riforma è sbagliata, in "Corriere
della Sera", 13 febbraio 2001.
(2) Cfr. Storia: un documento in difesa di De Mauro.
"Non riportiamo i programmi agli anni '80", in "Corriere
della Sera", 27 febbraio 2001.
(3) Il testo integrale di questo curricolo è
stato pubblicato sulla rivista Lineatempo, 2001, n. 1, pp. 106-112.
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