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Si definiscono qui le "indicazioni curricolari"
e gli "obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze
degli alunni" e si dà attuazione a quanto previsto dall'art.
8 del Regolamento dell'autonomia, dalla legge 30/2000 sul riordino dei
cicli di istruzione, dal Programma di progressiva attuazione di tale
riordino e dalle due Risoluzioni con cui Camera e Senato hanno approvato
il Programma nel dicembre 2000. La realizzazione di questo complesso
normativo sarà sottoposta ogni tre anni a verifiche e a possibili
modifiche deliberate dal Parlamento sulla base di relazioni del ministro
della Pubblica Istruzione fondate, a loro volta, sull'osservazione delle
effettive esperienze delle scuole, tutte in rete, ormai, e tutte intercomunicanti.
Del resto alla base delle indicazioni che qui si daranno stanno le effettive
migliori esperienze maturate negli anni da migliaia di scuole e decine
e decine di migliaia di insegnanti: da relative eccezioni esse si propongono,
a leggi vigenti, come traguardo e norma generale.
Come il Programma già prevedeva e le Risoluzioni parlamentari
chiedono, le indicazioni curricolari qui date si riferiscono prioritariamente
alla quota oraria nazionale del ciclo di base, nel quale l'attuazione
progressiva del riordino comincerà dal 1. settembre 2001. Entro
il dicembre 2001 dovranno seguire le indicazioni relative al ciclo secondario,
nel quale l'attuazione del riordino comincerà il 1. settembre
2002, a parte eventuali anticipate attività di sperimentazione
sollecitate al Ministero dalle Risoluzioni parlamentari.
I riferimenti alla scuola dell'infanzia e le indicazioni per la scuola
di base non possono non inquadrarsi in una visione di insieme dell'intero
sistema scolastico e formativo, né si intendono fuori del complessivo
contesto di una riforma ormai in atto. Di questa riforma si richiamano
perciò qui anzitutto le caratteristiche salienti.
I. IL SENSO DELLA RIFORMA
1. Scuola secondo Costituzione
La riforma del sistema scolastico italiano è volta a migliorare
l'offerta di formazione e a innalzare il livello culturale del Paese.
Essa si correla al dettato della Costituzione. Obbedisce quindi
anzitutto alle norme più specificamente dedicate alla scuola:
l'obbligo di dettare leggi generali sull'istruzione e di istituire scuole
dello Stato, ammettendo scuole non di Stato e, tra queste, quelle che,
in base alla legge 62 del 2000, chiedano e ottengano la parità
ed entrino così nel sistema pubblico (art.33); la gratuità
dell'istruzione obbligatoria; la promozione del diritto a studiare e
apprendere (art.34). Ma la riforma si ispira anche ai "principi
fondamentali" della Costituzione: valorizza, e ciò
era evidente già nella legge 30/2000, il lavoro e l'operosità
(art.1), la solidarietà e il senso dei doveri inderogabili che
la solidarietà comporta (art.2), il pieno sviluppo della persona
umana e il superamento degli ostacoli che lo limitano (art.3), il diritto
e il dovere e, dunque, la capacità del lavoro (art.4), l'autonomia
delle singole istituzioni scolastiche e il loro stretto rapporto con
le autonomie locali (art.5), la tutela delle lingue minoritarie (art.6),
il rispetto di quanto comportano i Patti Lateranensi (art.7), la libertà
e presenza di tutte le confessioni religiose (art.8), la promozione
dello sviluppo della cultura tecnica e scientifica e del rapporto con
l'ambiente e con il patrimonio storico e artistico della Nazione (art.9),
l'accoglienza degli stranieri (art.10), l'educazione alla pace tra i
popoli (art.11).
Per tradurre in realtà questa ispirazione, le leggi di riforma
hanno posto in essere un nuovo e integrato sistema sia di istruzione
sia di formazione alle professioni e al lavoro. Tale sistema è
pubblico, cioè sia statale sia paritario. Attraverso esso si
snodano i percorsi di studio e formazione dall'infanzia ai 18 anni.
I percorsi si prolungano poi sia nell'università sia nei nuovi
corsi di formazione tecnica superiore e nei centri territoriali di educazione
degli adulti, dove possano realizzarsi ulteriori apprendimenti durante
l'intera vita. Di tale sistema è stata disegnata l'architettura
di insieme, a partire dalle tradizioni e strutture già esistenti,
opportunamente integrate. A un ciclo di base, che muove dalla scuola
dell'infanzia in via di generalizzarsi e che, dopo gli anni della scuola
dell'infanzia, dura un settennio fino al relativo esame di Stato, succede
un quinquennio secondario con alcune nuove caratteristiche. I primi
due anni sono obbligatori e con essi ha termine l'obbligo scolastico.
A questo succede l'obbligo formativo: esso si assolve nei tre anni successivi
o nel ciclo scolastico secondario fino all'esame di Stato conclusivo
o nel sistema della formazione professionale regionale o nell'esercizio
dell'apprendistato. I percorsi scolastici quinquennali (i primi due
anni obbligatori e i tre seguenti) sono raggruppati in quattro grandi
aree: classico-umanistica, scientifica, tecnica e tecnologica, artistica
e musicale. Un adeguato sistema di certificazione delle conoscenze e
competenze acquisite consente ai giovani passaggi e ritorni da un'area
a un'altra o dai percorsi scolastici ai percorsi di formazione professionale
e apprendistato.
In accordo con soluzioni legislative e normative anche non recenti (scuola
media unificata e obbligatoria dal 1962, norme per l'inserimento dei
portatori di handicap del 1977, Programmi della scuola media del 1979,
Programmi per la scuola elementare del 1985, circolare Mattarella sull'accoglienza
di extracomunitari, Orientamenti per la scuola dell'infanzia del 1991,
eliminazione degli esami di riparazione nel 1994, istituzione degli
"istituti comprensivi" del 1994, riordino dell'esame di Stato
conclusivo del 1997), la riforma ha raccolto e portato a norma i risultati
migliori delle esperienze e delle sperimentazioni attuate in questi
ultimi anni e per più aspetti addirittura negli ultimi decenni.
Tutto il sistema educativo di istruzione e formazione è finalizzato
alla crescita e alla valorizzazione della persona che entra nelle scuole,
cresce e apprende, dalla scuola dell'infanzia al ciclo secondario.
Il principio educativo della scuola è, dunque, la centralità
del soggetto che apprende, con la sua individualità e con la
rete di relazioni che lo legano alla famiglia e ai diversi ambienti
sociali, regionali ed etnici. E' la persona che apprende, la persona
nella sua identità, con i suoi ritmi e le sue peculiarità,
ciò cui la scuola deve sempre guardare per farsi capace di portarla
il più vicino possibile alla acquisizione piena delle competenze
di uscita dal ciclo di base e dal ciclo secondario. Occorre garantire
l'acquisizione di cognizioni e far comprendere la loro importanza. Le
cognizioni sono esse stesse durevoli e durevoli ne sono gli effetti
in quanto siano proposte in modo che chi apprende ne sia coinvolto,
ne percepisca la rilevanza per i successivi studi e per le scelte successive,
per costruire il suo progetto di esistenza e, insomma, per poter tornare
ad esse e riutilizzarle durante tutta la vita. Sono dunque importanti
in quanto sappiano essere strumentali rispetto all'imparare durevolmente
ad apprendere, alla maturazione della identità personale, all'educazione
a diventare liberi cittadini e cittadine di una Nazione antica e rinnovata
quale è l'Italia della Repubblica, il nostro Paese.
È un compito complesso, di alta e specifica professionalità
quello cui la riforma chiama le scuole. È un compito cui una
società efficiente e democratica non può rinunziare. Esso
chiede anche a studentesse e studenti una rinnovata responsabilità
e investe aspetti di comportamento e condotta. Opportunamente lo Statuto
delle studentesse e degli studenti vigente dal 1998 non solo definisce
diritti e doveri di chi studia, ma affida ai docenti e alle singole
scuole il compito di dare a se stesse e a chi vi studia un Regolamento
che definisca i comportamenti e che sanzioni quelli non accettabili.
Perché il diritto ad apprendere si realizzi effettivamente, durante
il cammino dei discenti e al termine dei cicli le competenze e il loro
raggiungimento devono essere accertabili e accertate analiticamente.
A sostenere le valutazioni dei docenti e delle scuole concorrono le
indicazioni dell'Istituto nazionale della valutazione (ex CEDE).
Come già si è detto, il percorso che la scuola deve far
compiere alla persona che apprende parte dalla scuola dell'infanzia,
si snoda senza fratture nella scuola di base (sette anni), si completa
obbligatoriamente nella scuola secondaria (primi due anni) e prosegue
o nei tre anni della scuola secondaria o nel sistema di formazione professionale
o nell'apprendistato (tre anni) fino a 18 anni.
A ogni passo del percorso, obiettivo prioritario è quello di
offrire strumenti di conoscenza e occasioni di esperienza anche applicativa,
pratica, operativa che consentano a ciascuno di apprendere e continuare
ad apprendere, a scuola e oltre la scuola, e a interagire e a operare
nella società e nel mondo produttivo. È dunque e perciò
centrale garantire nella scuola la maturazione di competenze durature
che consentano sia la prosecuzione negli studi superiori universitari
e tecnici superiori sia rientri formativi per l'apprendimento durante
tutta la vita.
Gli strumenti di conoscenza e le occasioni di esperienza devono consentire
a chi si viene formando la possibilità di orientarsi nelle scelte
successive: le scelte dei quindici anni, relative ai diversi percorsi
dopo l'obbligo scolastico, e le scelte dei diciotto anni, relative alla
immediata prosecuzione degli studi o all'ingresso nel mondo del lavoro
e delle professioni. L'orientamento non è un momento giustapposto
collocato solo al termine di un ciclo di studi, ma costituisce una dimensione
dell'intera azione didattica e assume pertanto un ruolo centrale nel
nuovo sistema di istruzione e formazione. L'orientamento è infatti
decisivo sia per le sorti individuali sia per la migliore utilizzazione
sociale di tutte le giovani energie di cui disponiamo. Anche in funzione
dell'orientamento le scuole devono sapersi coordinare all'ambiente esterno
alla scuola, alle realtà sociali e produttive locali. E anche
in vista di ciò è importante che a ogni livello di età
il discente sperimenti occasioni strutturate, laboratoriali, di verifica
e autoverifica di ciò che sta apprendendo sì da maturare
al meglio i propri personali orientamenti.
La nuova scuola punta a costruire il successo formativo di tutte le
alunne e di tutti gli alunni tenendo conto delle differenze antiche
e nuove che li caratterizzano. Per gli insegnanti è, come già
detto, un compito di alta e specifica professionalità, che viene
affiancato dall'attività degli Istituti regionali di ricerca
educativa, gli IRRE, dalla messa in rete delle risorse documentali dell'Istituto
nazionale di ricerca educativa (la ex BDP) e dal sostegno dei servizi
predisposti dalle Direzioni generali regionali, d'intesa con le autonomie
regionali e locali. Il compito richiede agli insegnanti e ai dirigenti
una professionalità capace di cogliere e interpretare le diverse
situazioni individuali e ambientali e di utilizzare flessibilmente le
risorse disponibili e le presenti indicazioni curricolari per definire
percorsi educativi, anche individualizzati (ci dice la legge ormai vigente),
e attività capaci di accendere interesse e passione in ogni bambina
e bambino, in ogni giovane persona che apprende e si forma. È
decisivo perciò che, come già detto nel Programma quinquennale
approvato dal Parlamento, l'insegnante sappia dare a ogni singolo discente
il senso di quanto sono importanti, di quanto sono serie per la sua
vita le tappe di studio che viene a mano a mano raggiungendo.
2. Il curricolo
Il curricolo è elaborato dai docenti e non centralmente dal
ministero; non è unico dappertutto e per sempre, ma è
commisurato dai docenti alle realtà degli allievi e delle singole
realtà scolastiche e ambientali; è composto di una quota
oraria nazionale, che assume le indicazioni curricolari specificate
in questi Indirizzi, e di una quota obbligatoria del 20 % circa, riservata
alle scuole che rafforza e/o integra la quota nazionale. L'elaborazione
del curricolo è dunque il terreno su cui si misurano più
specificamente la capacità progettuale e la nuova professionalità
dei docenti e dei dirigenti delle singole istituzioni scolastiche.
a) Dal programma al curricolo
Il curricolo si attua nella concretezza di un clima sociale in cui
variamente si esplicitano i nodi del vivere e del conoscere. È
l'azione didattica che risolve il curricolo in un processo di insegnamento/apprendimento
teso a una formazione non solo solidamente compiuta, ma anche umanamente
coinvolgente. In tal senso, esso è al centro della nuova scuola:
ne interpreta le finalità e le traduce nei contesti delle pratiche
educative.
Il curricolo rende riconosciuta e riconoscibile - nei suoi termini culturali,
sociali e istituzionali - l'identità della singola scuola. Nel
sistema delle autonomie l'istituzione scolastica diviene allora il campo
in cui tutte le implicazioni del curricolo si riassumono e si integrano,
sollecitando al tempo stesso la crescita della professionalità
dei docenti attraverso una costante pratica di riflessione e di approfondimento.
È evidente la differenza tra il programma e il curricolo. Il
programma indica un insieme di contenuti definiti centralmente: a essi
il docente doveva riferirsi per il suo insegnamento. In tale contesto
sono state senz'altro chiare le tappe e le scansioni del processo di
insegnamento; meno chiari sono stati, invece, gli esiti effettivi dell'apprendimento.
E, come sappiamo, i tradizionali giudizi o voti, preziosi nell'interazione
didattica immediata, non bastano a dare certezza sugli effettivi livelli
raggiunti in aree e zone diverse, in istituti scolastici diversi, con
insegnanti diversi.
Il curricolo parte anch'esso naturalmente dai contenuti, ma delinea
l'articolato e complesso processo delle tappe e delle scansioni dell'apprendimento.
I contenuti stessi divengono così non tanto la guida dell'insegnante,
quanto la via per far conseguire alle allieve e agli allievi conoscenze
solidamente assimilate e durature nel tempo. È qui che la professionalità
del docente trova tutto il suo spazio poiché può esplicarsi
nel nuovo quadro di libertà culturale e progettuale, di flessibilità
organizzativa e didattica garantito dall'autonomia.
b) Un curricolo articolato per "obiettivi specifici di apprendimento
relativi alle competenze degli alunni"
Il rinnovato progetto di istruzione pubblica vuole promuovere un articolato
diritto all'apprendimento che consolidi il già affermato
diritto allo studio. L'obiettivo è quello di favorire un reale
successo formativo che consenta a ciascuno - secondo le sue vocazioni
e le sue possibilità effettive - di conseguire non solo e non
tanto un titolo di studio, quanto e soprattutto un'adeguata capacità
di padroneggiare i contenuti dell'apprendimento.
A tal fine è indispensabile che le conoscenze trasmesse dalla
scuola siano compiutamente assimilate, si risolvano cioè in una
loro acquisizione e in un loro uso criticamente strutturati e in una
duttile disponibilità a trasferirle in ambiti, tempi e contesti
diversi. Il concetto di competenza sembra appunto poter riassumere in
se stesso tutte queste istanze.
Le competenze vanno dunque intese come la capacità di utilizzare
le conoscenze acquisite dalla persona che sta apprendendo. Esse sono
le tappe e i traguardi di un itinerario di istruzione che ha quale propria
finalità istituzionale il successo formativo di ciascun allieva
e allievo.
Un curricolo articolato attraverso "obiettivi specifici di apprendimento
relativi alle competenze degli alunni" appare in grado di favorire
sia un processo di insegnamento/apprendimento motivato, consapevole
e caratterizzato dalla reciproca responsabilità di chi insegna
e di chi impara, sia una valutazione fondata su un equilibrato rapporto
tra le articolate dinamiche del processo formativo e l'accertamento
dei suoi esiti. L'effettiva accertata e accertabile acquisizione di
conoscenze e competenze si riflette su tutto il curricolo, che deve
essere esso stesso formulato in modo da risultare accertabile in tutte
le fasi del percorso. Al tempo stesso il curricolo, così inteso,
supera sia la tradizionale separatezza tra gli studi orientati al "sapere"
e quelli orientati al "saper fare", sia l'idea che di competenza
si possa parlare solo a proposito di una dimensione strettamente operativa
e/o professionale.
c) Un curricolo "essenziale e progressivo"
Gli obiettivi del curricolo sono contraddistinti dai caratteri di essenzialità
e di progressività.
Se tali non fossero, sarebbe necessario un adeguamento continuo e una
conseguente dilatazione dei contenuti e degli insegnamenti per tenere
il passo con l'evoluzione qualitativa e quantitativa dei saperi e delle
tecnologie.
Un curricolo essenziale (ed essenziale non significa certo minimale)
si basa sulla convinzione che quell'adeguamento si possa invece perseguire
attraverso percorsi scolastici caratterizzati non dallo studio estensivo
di molti contenuti, ma da quello intensivo e criticamente approfondito.
Un curricolo essenziale deve selezionare i contenuti individuando gli
elementa, i nuclei costitutivi delle discipline su cui innestare
approfondimenti e sviluppi, tesi a consolidare negli allievi un patrimonio
di conoscenze/competenze stabile nel tempo e dunque tale da permettere
sempre ulteriori approfondimenti e sviluppi.
Il curricolo prefigura un percorso di apprendimento che, definendo le
tappe relative allo sviluppo formativo, accompagna l'allievo dalla scuola
dell'infanzia alla conclusione dell'intero ciclo scolastico evitando
ripetizioni o ridondanze non funzionali.
Beninteso, i diversi aspetti (oggetto, linguaggio, metodologia di ricerca)
da cui viene caratterizzato lo statuto di una disciplina sono in realtà
già tutti presenti fin dalle prime fasi del percorso formativo
e presenti devono restare sempre. La matematica è la matematica,
la lingua italiana è la lingua italiana sia quando vi si accosti
un giovane liceale sia quando vi si accosti una bambina di tre anni.
Lo statuto di una disciplina non cambia perché mutano, con l'età
degli allievi, tappe e scansioni del processo di apprendimento. Se lo
statuto disciplinare resta fermo, assai diversa invece è la distanza
del soggetto che impara dall'oggetto da imparare: da un legame forte
con la contestualità della esperienza diretta degli allievi nella
scuola dell'infanzia si passa via via a forme più pronunciate
di decontestualizzazione e di astrazione. E tuttavia - con modalità
diverse e dosaggi adeguati - contestualità e astrazione rimangono
esigenze da rispettare durante tutto il percorso di istruzione.
La contestualità è più fortemente accentuata all'inizio
e sempre più criticamente e conoscitivamente mediata col trascorrere
degli anni. L'astrazione, la capacità di astrazione e decontestualizzazione
costituisce anch'essa una dimensione permanente e irrinunciabile dell'intero
processo di apprendimento e dello sviluppo della mente: dal suo primo
apparire fino al suo sempre più pieno dispiegarsi negli apprendimenti
disciplinari più complessi.
Un curricolo progressivo prefigura insomma un percorso di istruzione
che, definendo le tappe relative allo sviluppo formativo, accompagni
l'allievo dalla scuola dell'infanzia alla conclusione dell'intero ciclo
scolastico.
d) La costruzione del curricolo
Il curricolo si costruisce a partire dalle indicazioni per la quota
nazionale, che questo testo offre, e dall'analisi dei bisogni degli
alunni e delle specifiche esigenze del territorio e dell'ambiente. In
tal senso il curricolo si presenta come l'integrazione tra la quota
oraria obbligatoria di discipline e attività stabilite nazionalmente
e la quota ugualmente obbligatoria di discipline e attività scelte
dalle singole istituzioni scolastiche. Le varie forme di flessibilità
organizzativa e didattica e la libertà progettuale di ogni scuola
facilitano un'azione formativa più efficace e più rispondente
alle esigenze del territorio e delle singole classi.
Il docente nel costruire il curricolo deve tenere presenti:
- i soggetti dell'apprendimento: le loro motivazioni, i loro atteggiamenti,
la loro affettività, le fasi del loro sviluppo, le abilità
e conoscenze che hanno già acquisito nelle precedenti esperienze
scolastiche, nella vita familiare e sociale;
- gli obiettivi generali e le indicazioni curricolari nazionali per
l'individuazione e la definizione dei traguardi previsti per un certo
ciclo o una fase intermedia di un certo ciclo;
- la scansione dei percorsi di istruzione tale da permettere, in relazione
alla situazione di partenza degli alunni e in un tempo definito, l'acquisizione
delle competenze conclusive;
- i contenuti relativi alla quota nazionale obbligatoria e i contenuti,
da determinare in base alle esigenze degli alunni e dell'ambiente,
relativi alla quota riservata alle scuole, parimenti obbligatoria;
- le verifiche intermedie e finali in vista della valutazione degli
esiti.
Tali operazioni, che richiamano le fasi principali della programmazione
già patrimonio professionale acquisito dalla scuola, non esauriscono
l'attività progettuale in dimensione curricolare. Occorre altresì
definire quali situazioni formative, quali attività, quali approcci
metodologici e quali risorse strumentali e professionali possono essere
utili tra quelle disponibili nella scuola e nell'extrascuola.
La costruzione del curricolo è quindi un processo complesso:
esso richiede un'attività di ricerca che fa leva sulla professionalità
dei docenti, ma anche sulla collaborazione attiva delle famiglie. La
partecipazione dei genitori e dell'extrascuola nella definizione dei
percorsi e delle opportunità formative fa del curricolo lo strumento
più significativo dell'azione educativa finalizzata alla crescita
e alla valorizzazione della persona in tutte le sue dimensioni: attraverso
il curricolo si realizza concretamente il contratto formativo in tutta
la sua valenza pedagogica e sociale.
3. La formazione alla cittadinanza
Ispirarsi deliberatamente, consapevolmente, perfino puntigliosamente
nel far vivere nelle scuole i "principi fondamentali" della
Costituzione repubblicana, significa per le scuole tutte assumere
come obiettivo ultimo, come "sovrascopo" di ogni apprendimento
e insegnamento, la formazione di personalità mature, responsabili,
solidali, informate, critiche. La formazione alla cittadinanza non è
un'aggiunta posticcia: è il cuore del sistema educativo.
Non solo in Italia, ma in tutti i Paesi europei e in molti Paesi occidentali
assume una crescente rilevanza quella che viene definita "educazione
alla cittadinanza", vale a dire una educazione che consenta di
acquisire gli strumenti relativi all'assunzione di responsabilità
nella vita sociale e civica. Questa attenzione continua e sviluppa le
indicazioni didattiche già presenti negli Orientamenti per la
scuola dell'infanzia, e in particolare nel campo di esperienza "Il
sé e l'altro", nel paragrafo "Educazione alla convivenza
democratica" dei Programmi didattici per la scuola primaria del
1985, e nel paragrafo "Scuola della formazione dell'uomo e del
cittadino" dei Programmi della scuola media del 1979.
È, quindi, compito della scuola, per educare alla cittadinanza,
almeno a un primo livello di consapevolezza e di consenso libero, porre
le basi di conoscenza, di abilità, di atteggiamento e di capacità
operativa necessarie alla progressiva acquisizione di competenze sociali
nell'orizzonte della libertà, della criticità, della partecipazione
democratica, della responsabilità civico-sociale e della solidarietà
a tutti i livelli della vita organizzata (locale, nazionale, europea,
mondiale) nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile.
Si tratta di un aiuto educativo che abiliti ad atteggiamenti
e a comportamenti democratici, a partire da quelli interni alla scuola;
che favorisca l'apprendimento di idee, valori, strumenti interpretativi,
tecniche conoscitive e di ricerca, modelli di comportamento per una
formazione culturale congruente; che promuova lo sviluppo di una mentalità
e di una prima consapevolezza critica congiunta alla scoperta di orizzonti
di valori e di prospettive di partecipazione e impegno solidale.
Questa prospettiva va considerata in primo luogo secondo ciò
che la psicopedagogia chiama una logica implicita e contestuale. Il
modo stesso di proporsi e di organizzarsi della scuola conduce gli alunni
a saper vivere insieme nella diversità della classe e dei gruppi
di apprendimento; a maturare progressivamente abitudini di rispetto
reciproco e di partecipazione alla vita e all'apprendimento scolastico,
secondo le potenzialità, le attitudini e le propensioni di ciascuno;
a operare insieme per l'attuazione di obiettivi e di finalità
condivisi e progettati insieme e a saper discutere di comportamenti,
di idee, di bisogni, di diritti e di valori, a mano a mano che emergono
nel corso della vita e dell'apprendimento scolastico.
In secondo luogo, in termini di progettazione esplicita e intenzionale,
spetta alle scuole promuovere in alunne e alunni la conquista stabile
di alcuni specifici obiettivi formativi che, al termine del ciclo
di base, possono così definirsi:
- essere sensibili alle esigenze della vita sociale comunitaria, così
come sono sancite dalla Costituzione, che potrà utilmente leggersi
già entro il termine del ciclo;
- acquisire la consapevolezza della pari dignità sociale e
della eguaglianza di tutti i cittadini;
- iniziarsi a comportamenti mentali e pratici di autonomia di giudizio,
di responsabilità e di decisione;
- acquisire consapevolezza e competenza pratica nel campo della solidarietà;
- affinare la sensibilità alle diversità e alle differenze
- acquisire e consolidare atteggiamenti di di confronto costruttivo
con persone, popoli e altre culture;
- essere sensibili ai problemi della salute, della prevenzione, dell'igiene
personale, del rispetto dell'ambiente naturale, del corretto atteggiamento
verso gli esseri viventi, della conservazione di strutture e servizi
di pubblica utilità;
Questi obiettivi raggiunti all'uscita del ciclo di base si integreranno
poi al termine della scuola secondaria con altri obiettivi: un più
ampio orizzonte culturale e sociale per essere capaci di introdursi
nella realtà culturale e sociale più vasta in uno spirito
di comprensione e di cooperazione internazionale, in particolare nell'ambito
dell'Europa e dell'incontro con altre culture; la comprensione critica
del contributo delle religioni, e anzitutto di quella più tradizionalmente
presente nel Paese, e delle visioni della vita ai fini dello sviluppo
di valori personali e dell'allargamento degli orizzonti culturali individuali
e sociali.
Dunque le scuole dovranno:
- inserire specifici obiettivi di apprendimento rivolti allo sviluppo
del senso della cittadinanza nei diversi curricoli;
- indicare, tra gli obiettivi trasversali relativi alle articolazioni
curricolari, quelli relativi ai saperi e ai comportamenti di cittadinanza;
- prevedere nell'ambito dei loro Piani dell'offerta formativa una
quota oraria annuale, esplicitamente rivolta alla realizzazione di
percorsi interdisciplinari di formazione alla cittadinanza.
4. La valorizzazione delle differenze
Ogni bambino e bambina viene a scuola con una propria cultura che è
fatta da intrecci affettivi, emotivi e cognitivi di esperienze, di storie
e di relazioni. Entra in un nuovo contesto in cui incontra nuovi compagni
e nuovi adulti con i quali intesse una rete sempre più ampia
di scambi. Riconosce parte di sé negli altri e sperimenta concretamente
la presenza delle diversità di genere, anzitutto, di temperamento,
di carattere e, alle volte, anche di provenienza da culture caratteristiche
sia di altre regioni del nostro Paese sia di altri Paesi. La classe
è una comunità "colorata". E ciò vale
naturalmente e per taluni aspetti anche di più nel seguito del
percorso formativo, per i ragazzi e le ragazze più grandi. Questo
dato deve diventare progetto di ricerca, di scoperta di differenti culture,
di conoscenza e reciproca comprensione, di positivo e arricchente incontro.
Nella categoria delle diversità e delle differenze è da
collocare anche la situazione di handicap nella quale si trovano alcuni
alunni e alunne. In maniera del tutto speciale, in questo caso, la scuola
è chiamata ad attivare relazioni di aiuto che esigono specifiche
competenze professionali in una logica di interazione fra scuola e servizi
del territorio. In questo modo la scuola diventa anche risorsa formativa
del territorio per far crescere la cultura dell'inclusione. Ma occorre
anche cogliere e affinare le peculiari doti che i disabili, partendo
dalla loro condizione, sanno sviluppare: la sensibilità tattile,
uditiva e musicale di chi non vede; l'ambidestrismo dei dislessici;
la acuta discriminazione visiva dei moti altrui e propri di chi non
sente, fino all'acquisizione e allo sviluppo delle complesse grammatiche
del linguaggio dei segni; la generosa capacità collaborativa
dei bambini e ragazzi down ecc.
L'integrazione esige qualità, e non il contrario: l'integrazione
è in difficoltà quando il livello di qualità si
abbassa. Vi è chi pensa che la facilità sia un elemento
indispensabile per una scuola inclusiva, oppure che gli apprendimenti
a forte connotazione concettuale siano un ostacolo agli handicappati,
che avrebbero bisogno di percorsi realizzabili con operazioni concrete.
Ma la qualità della scuola, in relazione all'integrazione di
soggetti in situazione di handicap, ha poco a che vedere con questi
criteri, che segnalano caso mai pregiudizi, forse anche dettati da generosità,
ma anche da scarsa conoscenza, proprio nei confronti di questi soggetti.
È facile, quando si tratta delle situazioni di handicap, che
ciascuno riduca la pluralità dei soggetti ad uno stereotipo.
Invece è proprio una pluralità. È evidente che
la cecità è altra cosa rispetto all'insufficienza mentale.
Ma esistono stereotipi riferiti anche alle varie tipologie. La pluralità
dei soggetti è ben più di questo. Significa non accontentarsi
di dire "insufficienza mentale": in questa categoria, in realtà,
le differenze individuali si aprono a ventaglio e in chi insegna e osserva
producono continue sorprese. E anche un presunto ordine di quantità
(minore o maggiore insufficienza mentale) nella realtà ha poco
senso. Gli individui presentano differenze caratteriali, anamnestiche,
socio-culturali, di genere e così via, tali da rendere impossibile
la loro sintonizzazione in base alla tipologia. A volte un soggetto
in situazione di handicap è in maggior sintonia con un soggetto
normodotato che con uno in situazione analoga. Ma la grande esperienza
nazionale dell'inserimento scolastico dei disabili, se ha liberato questi,
ha giovato forse ancor più ai "normodotati" che traggono
non poco vantaggio dalla individuazione e valorizzazione di loro specifiche
capacità.
È vero che l'integrazione in una scuola inclusiva è un
processo irreversibile, ma non meccanico. Implica delle volontà
che si rinnovino, ed è tutt'altro che realizzata una volta per
tutte. Una buona parte delle azioni che la compongono hanno caratteristiche
di ricorsività; bisogna tornare a farle. La scuola, in generale,
è composta da una parte consistente di azioni ricorsive; tutti
i giorni è necessario fare certi gesti, realizzare certi rituali,
rispettare certi aspetti organizzativi. E questo è tanto più
evidente nel processo di integrazione.
L'insegnamento e l'apprendimento sono l'intreccio di una linea progressiva,
costituita dallo sviluppo degli apprendimenti; e di attività
ricorsive, costituite dalle cure dei materiali (strumenti, libri,
quaderni, e così via), da quelle dell'ambiente, dall'organizzazione
del ritmo quotidiano, settimanale, stagionale.
Le attività ricorsive sono spesso ritenute implicite e, quindi,
poco considerate nel progetto scolastico. A volte, poi, sono confuse
con la ripetitività, che provoca noia, disinteresse. Tuttavia,
la disattenzione o la sottovautazione della dimensione ricorsiva è
alla base della scarsa capacità di organizzazione della memoria,
di strutturazione del tempo, di sopportazione della fatica e dei ritmi.
Essa conseguentemente determina la presenza di disordine, scarso controllo,
incapacità di organizzare il proprio tempo. Tutte queste caratteristiche,
quando vengono scoperte in ragazze e ragazzi, sono a volte riassunte
in formule del tipo "non sa studiare", magari ritenendo che
i giovani siano profondamente cambiati rispetto al passato anche recente.
Sicuramente c'è del vero: i giovani sono cambiati e cambieranno
ancora, come (è ovvio, ma non sempre ricordato) cambiano e cambieranno
gli adulti. Ma è anche bene prendere in considerazione il fatto
che le attività ricorsive sono date per scontate, e quindi di
fatto trascurate un po' da tutti, educatori, familiari e insegnanti.
La conseguenza ricade su quelle abitudini quotidiane che si assumono
con le attività ricorsive.
Nelle situazioni di handicap, le difficoltà di un soggetto nell'organizzare
le proprie autonomie possono essere prese in considerazione affidando
magari le attività ricorsive a un insegnante che chiamiamo "di
sostegno". Il rischio che corre la scuola è quello di dividere
i percorsi (la linea progressiva e le attività ricorsive), immaginando
che l'attenzione alle persone handicappate debba concentrarsi su quelle
che abbiamo chiamato attività ricorsive: l'ordine della persona,
la sua igiene, la conquista di piccole autonomie, ecc., mentre gli altri
bambini e le altre bambine debbono seguire dei percorsi progressivi.
La nuova scuola deve fare uno sforzo per integrare queste due dimensioni.
Lo può fare meglio, perché la possibilità di una
scansione di ciclo diversa dal passato contiene elementi che possono
essere interpretati in questo senso. L'organizzazione del tempo e dello
spazio, con una maggiore possibilità data da programmazioni di
maggiore respiro permette proprio questo.
Non a caso nella scuola riformata si parla di curricoli e non di programmi
. E la diversità non è solo terminologica: i curricoli
non sono tracce su cui mettere i nostri stessi passi, percorsi che riproducono
quanto è stato stabilito o già fatto da altri. I curricoli
devono realizzare le indicazioni relative agli obiettivi da raggiungere,
tenendo conto dei diversi contesti e delle concrete possibilità
in maniera del tutto originale.
Il suggerimento che ne esce è proprio quello di intrecciare la
dimensione progressiva e quella ricorsiva per tutti gli allievi. Di
allievi disordinati, e non certo da oggi, ce ne sono molti, incapaci
di avere e darsi una propria organizzazione, una propria disciplina.
È quindi evidente che il bisogno formativo sulla dimensione ricorsiva
non è circoscritto a una certa categoria, quella dei disabili,
ma si estende a tutti coloro che crescono e che hanno bisogno di organizzare
il proprio apprendimento. L'organizzazione materiale dell'apprendimento
è altrettanto importante di quella mentale: tra queste due dimensioni
esiste una forte correlazione.
Nella scuola della cittadinanza e dell'inclusione una parola importante,
una parola chiave è responsabilità. La riorganizzazione
dei cicli si collega all'autonomia: autonomia di scuole, di docenti,
dirigenti e personale, di studentesse e studenti. Anche in relazione
all'autonomia dell'individuo, in particolare l'individuo con bisogni
speciali, l'autonomia non è equivalente di autarchia. Non è
bastare a se stesso, ma è saper rivolgersi agli altri intelligentemente,
saggiamente, sapientemente, fare riferimento alle competenze che altri
hanno e che il soggetto potrebbe non avere. Per certi versi l'autonomia
più alta è quella di colui o di colei che, avendo scoperto
e conosciuto le proprie debolezze e i propri limiti, si avvale in maniera
consapevole delle competenze degli altri. L'autonomia esige una collaborazione
e una capacità di offrire anche le proprie competenze, in un
rapporto che non è di scambio commerciale ma di intreccio sociale:
è la dimensione sociale dell'apprendimento. Questo aspetto dell'autonomia
si trasporta dall'individuo a un gruppo, a un'istituzione. La scuola
dell'autonomia offre e cerca competenze. Quindi, deve avere anche delle
proprie competenze e, soprattutto, deve assumersi delle responsabilità.
La responsabilità deve diventare una linea di coerenza che percorre
tutta l'organizzazione scolastica, quindi coinvolge anche bambini e
bambine, ragazzi e ragazze.
Ciascuno dei protagonisti o co-protagonisti della scuola può
assumere delle proprie responsabilità in rapporto agli altri.
La responsabilità può svolgersi non solo per l'apprendimento
lineare progressivo ma anche per le attività ricorsive: l'organizzazione
dell'ambiente e dei tempi, dei ritmi. Ed è importante proporsi
come traguardo dello sviluppo della nuova scuola la possibilità
che i progetti di integrazione siano condivisi dalle responsabilità
che ciascuno può assumersi, ciascuno al suo livello, naturalmente,
quindi anche bambini e bambine. Ma, per farlo, bisogna conoscere i progetti,
quindi bisogna imparare a parlare delle persone handicappate in loro
presenza e dei bisogni che le persone handicappate hanno, in modo tale
che gli stessi protagonisti, cioè le persone handicappate, siano
capaci di misurare i propri limiti ma anche misurare le proprie possibilità.
La scuola italiana, fin dagli anni settanta, ha mostrato di sapere raccogliere
questa alta e difficile sfida. Poi, dagli anni ottanta, ha imparato
ad attrezzarsi sempre meglio dinanzi ai bambini e alle bambine, ai ragazzi
e alle ragazze che venivano da altri mondi culturali. Le scuole dell'autonomia
hanno i necessari strumenti aggiuntivi per conseguire vittoriosamente
l'obiettivo etico, religioso, civile di non perdere nessuno lungo il
percorso, di non dimenticarsi di nessuno.
5. La valutazione
La valutazione ha pieno senso se gli elementi informativi raccolti
sono utilizzati per apportare alle attività didattiche e al sistema
le modifiche necessarie a compensare le difficoltà incontrate
da chi apprende nel suo percorso. In altre parole, la valutazione assume
rilevanza didattica se persegue l'intento di incrementare la qualità
dell'istruzione. In funzione di tale intento debbono essere considerati
i diversi livelli in cui si articola l'attività valutativa: quella
del singolo docente, quella di classe e di scuola, quella territoriale,
nazionale e, infine e ormai, quella internazionale.
Un curricolo che nelle scuole autonome sia articolato in "obiettivi
specifici di apprendimento relativi alle competenze degli alunni"
implica un nuovo modo di considerare la valutazione. Essa ha un duplice
aspetto: c'è la valutazione didattica, affidata ai docenti e
agli abituali modi di giudizi e voti, e c'è la valutazione di
sistema, che va affidata insieme alle scuole e all'Istituto nazionale
per la valutazione del sistema dell'istruzione (ex CEDE).
La valutazione didattica
Alle scuole, autonome per ciò che riguarda le scelte organizzative,
culturali e didattiche, compete la determinazione delle pratiche valutative
più direttamente e immediatamente collegate al processo di apprendimento.
Queste sono le valutazioni dette "formative" e "sommative",
che devono naturalmente tener conto del progredire degli apprendimenti
di tutti gli alunni e le alunne; la valutazione deve tenere in debito
conto anche gli elementi di conoscenze e competenze più specificamente
proposte per gli alunni disabili.
E' interesse di tutti che tutte le valutazioni si realizzino col massimo
di snellezza possibile, col minimo di apparati burocratici.
Attualmente, le valutazioni previste sono, nella maggior parte dei casi,
due per anno scolastico, delle quali soltanto la prima può giovare
in corso d'anno alla riflessione sulle scelte effettuate e sulle soluzioni
che potrebbero essere adottate per superare i limiti riscontrati. Una
scansione delle attività valutative funzionale alle fasi di attuazione
del curricolo, decisa in autonomia dalle singole scuole, potrebbe favorire
sia gli effetti di autoregolazione, sia il coinvolgimento delle famiglie
nell'attività scolastica dei figli. Le valutazioni, non solo
prodotte ma anche espresse nella forma più snella, e dunque nella
forma più immediatamente comprensibile, è utile che riguardino
sia lo stato, ossia il livello effettivamente raggiunto in un certo
momento da ciascun allievo in un'area determinata d'apprendimento, sia
la tendenza che l'allievo mostra in relazione alla medesima area. Per
quanto riguarda l'impostazione dell'attività valutativa interna
alle scuole, è opportuno che le scuole valutino positivamente
la possibilità di incrementarne progressivamente la frequenza.
Superare la meccanica e rigida associazione tra espressione formale
dei giudizi e conseguenze sul percorso scolastico restituisce credibilità
agli accertamenti e alla valutazione e consente di impostare nel seguito
dello studio e dell'apprendimento le opportune e specifiche attività
di recupero individualizzate. Ne deriva la possibilità di un
uso più flessibile del tempo scolastico ed insieme un migliore
sviluppo dei percorsi formativi degli allievi.
Spetterà alle scuole stabilire quale sia lo stato degli alunni
in relazione agli intenti perseguiti, in generale e per i singoli tratti
(non necessariamente corrispondenti all'anno scolastico), in cui le
scuole stesse hanno deciso di articolare il percorso. Ciò non
vuol dire assicurare a tutti un avanzamento indifferenziato nel percorso
di studi. Se un allievo consegue una valutazione negativa (che può
intervenire in vari momenti dell'anno) in riferimento a un determinato
segmento di una disciplina, la compensazione del ritardo dovrà
avvenire prima di affrontare il segmento successivo. Solo quando i ritardi
da compensare sono eccessivi e investono molti ambiti o discipline potrà
esservi la necessità, entro il termine del ciclo, di un prolungamento
del tempo scolastico.
Nell'attuazione della riforma dei cicli, oltre a risolvere gradualmente
i problemi posti dal rinnovamento dell'architettura del sistema scolastico,
si devono progressivamente trovare soluzioni capaci di contenere le
differenze dei risultati formativi entro una variabilità tollerabile.
In altre parole, è astratto porre un obiettivo di completa uniformità
dei risultati per tutti gli allievi epperò, rispetto alla attuale
situazione di forti difformità, ci si propone di tendere verso
una certa omogeneità della distribuzione dei risultati tra aree
geografiche e verso una differenziazione contenuta anche all'interno
delle singole aree.
L'esigenza di omogeneità nei risultati di apprendimento è
spesso confusa col perseguimento di intenti livellatori, che impedirebbero
alle differenze individuali di manifestarsi. È vero esattamente
il contrario: si può avere un'effettiva e accertata manifestazione
delle capacità di ciascuno se alcune condizioni di base sono
generalmente possedute o se alcune competenze sono sviluppate e valorizzate
più di altre, e ciò vale più in particolare nel
caso di alunne o alunni disabili. Le diverse competenze emergono e si
valorizzano nella loro specificità anche individuale tanto più
quanto meglio sono individuati e misurati i diversi livelli.
La valutazione di sistema
Ai fini della valutazione di sistema occorre considerare il quadro
socioeconomico da cui muovono gli allievi e in cui le scuole operano,
le condizioni strutturali e organizzative interne, la disponibilità
e la capacità d'uso delle risorse umane e finanziarie e ogni
altro aspetto che possa esercitare una funzione propulsiva o frenante
nel raggiungimento degli intenti educativi. In altre parole, la valutazione
di sistema deve investire l'intero comparto dell'educazione scolastica
e non limitarsi a coglierne alcuni aspetti, per quanto significativi.
Naturalmente anche nella valutazione di sistema la responsabilità
valutativa compete in primo luogo alle scuole, ma tale valutazione non
può essere svolta correttamente senza il sostegno di repertori
informativi relativi al quadro territoriale e a quello nazionale. Né
è più possibile ormai ignorare le tendenze e i fenomeni
che caratterizzano la scuola a livello internazionale, per le interazioni
sempre più estese che collegano le varie realtà nazionali:
in Italia occorre prestare attenzione in primo luogo a quanto avviene
nell'Unione Europea, ma occorre anche cogliere i segni di trasformazioni
più vaste, che interessano sia i paesi industrializzati, sia
quelli in via di sviluppo. È compito dell'Istituto nazionale
per la valutazione del sistema dell'istruzione fornire tali repertori
informativi.
Occorre delineare e porre in essere una strategia per la rilevazione
dei dati sulle attività e per l'apprezzamento dei risultati che
sia coerente da un lato con le nuove condizioni di autonomia delle scuole,
dall'altro con l'esigenza del pubblico di essere garantito circa la
qualità complessiva del servizio.
L'impianto centralistico tradizionale della scuola italiana rispondeva
all'esigenza di assicurare l'uniformità del servizio sul territorio
nazionale. Ed è indubbio che tale intento sia stato in parte
conseguito per quelle minoranze delle leve giovani che arrivavano alla
licenza elementare e ancora meglio per le minoranze ancor più
esigue che conquistavano i titoli ulteriori. Il sistema ha retto fin
quando i tassi di scolarizzazione della popolazione (soprattutto al
livello secondario) sono rimasti contenuti. Si ricorderà che
ancora nel 1951 il 60% della popolazione risultava espulso dalle elementari
prima di arrivare alla licenza e che ancora vent'anni dopo metà
delle leve giovani veniva espulso dalla scuola di base prima di arrivare
alla licenza media inferiore. Oggi il problema si presenta rovesciato.
Rilevazioni campionarie di istituti di ricerca, dello stesso Ministero
e, a partire dal 1999, dello stesso CEDE rendono evidente che il sistema
centralistico, in condizione di scolarizzazione ampia, non appare in
grado di garantire una qualità sufficientemente omogenea dell'educazione
scolastica. L'autonomia è sorta come risposta a tale constatazione
e la risposta però vale a condizione che le diverse scelte locali
avvengano nella consapevolezza della consistenza che i singoli fenomeni
hanno a livelli territoriali più estesi, fino a quello nazionale.
Occorre anche prestare attenzione alle comparazioni internazionali,
per le implicazioni che possono assumere dal punto di vista economico.
E' il caso delle comparazioni effettuate dall'Organizzazione per la
Cooperazione e lo Sviluppo Economico OCSE, cui l'Italia ora partecipa
attivamente.
Per quanto concerne la valutazione della qualità del sistema
occorre limitare ad alcune variabili fondamentali l'accertamento, prendendo
come riferimento gli aspetti sui quali è maggiore l'attenzione
delle organizzazioni internazionali per la valutazione comparativa dei
sistemi scolastici dei diversi paesi. Tra le variabili fondamentali
devono rientrare, ad ogni livello del percorso scolastico, quelle relative
alle competenze linguistiche e matematiche, che, secondo anche una valutazione
dell'Unione Europea, rappresentano indicatori della qualità complessiva
del sistema di istruzione. La valutazione, naturalmente, non si esaurisce
con l'esame di queste due variabili. Altri indicatori potranno essere
individuati in relazione alle età degli allievi e alle esigenze
specifiche del sistema..
Anche la valutazione di sistema coinvolgerà le scuole. Esse la
svolgeranno giovandosi, per le variabili già dette, di un repertorio
di strumenti definito a livello nazionale. Le scuole, ormai tutte in
rete, faranno affluire all'Istituto nazionale della valutazione i dati
che poi, debitamente elaborati, ritorneranno alle scuole.
6. Di là di vecchie contrapposizioni
Il riordino dei cicli, in quanto realizzazione di una nuova qualità
della scuola basata sui principi dell'autonomia e del curricolo formativo,
porta con sé una radicale revisione di vecchie contrapposizioni
negative.
Una prima considerazione: sul piano istituzionale generale, le indicazioni
curricolari nazionali non vanno intese come imposizioni autoritarie.
Non sono e non vogliono essere tali, ma, al contrario, intendono valorizzare
la dimensione e le attribuzioni della elaborazione dei diversi curricoli
delle singole scuole. Esse vogliono sostenere e, per dir così,
autenticare le scelte e le proposte nascenti dalle scuole. Le indicazioni
curricolari nazionali danno forza alle scelte autonome delle scuole
anzitutto dinanzi alla cultura nazionale, che avverte un bisogno di
identità e di eliminazione dei rischi di frantumazione, ma anche
nei confronti dell'opinione pubblica, che vuole chiarezza nei comuni
traguardi e impegni delle scuole. Il fatto che le scuole assumano nei
loro curricoli le indicazioni nazionali rassicura anche gli studenti,
le famiglie, lo stesso personale della scuola, che ne percepisce la
fattibilità e ne trae nuovo impulso allo sviluppo professionale.
In questo senso, esse rappresentano la garanzia di una visione equilibrata
delle scelte autonome delle scuole.
All'interazione centro-periferia si associa, poi, il rapporto fra la
scuola come sistema formale e i mondi non scolastici della formazione,
dalle agenzie non scolastiche intenzionalmente educative alle offerte
educativo-formative provenienti dalla cultura diffusa. La nuova scuola
dell'autonomia e dei curricoli valorizza in modo istituzionale gli apporti
delle altre agenzie e della cultura diffusa e li colloca in una visione
unitaria integrata.
È poi importante ricordare il nesso che si viene a stabilire,
per quanto attiene al diritto allo studio e alla qualità dell'istruzione,
fra i momenti del pre-obbligo (scuola dell'infanzia), dell'obbligo (scuola
di base e primi due anni della secondaria) e del post-obbligo (ultimi
tre anni della scuola secondaria). L'introduzione di cicli scolastici
lunghi e non frammentati, infatti, consente ad allievi e insegnanti
di lavorare su percorsi temporalmente distesi, che sono una condizione
irrinunciabile per una formazione di elevata qualità.
Appare inoltre come un retaggio del passato la contrapposizione tra
fautori dell'istruzione" e fautori dell'"educazione".
Già la legge stessa, ormai, parla di un sistema educativo pubblico
dell'istruzione e della formazione e stabilisce quindi un nesso tra
educazione e istruzione. E, d'altronde, appare ormai pienamente acquisita
la consapevolezza che l'effetto formativo unitario e complessivo che
risulta dall'esperienza di scuola nasce dal contemperare in modo coerente
l'istruzione e l'educazione, il "curricolo evidente" o esplicito
degli ambiti e delle discipline e il "curricolo nascosto"
o implicito, dato dai contesti e dagli stili di vita e di studio.
La riforma concilia il contrasto fra insegnamento ed apprendimento.
In passato hanno prevalso due tendenze. Una prima assimila l'apprendimento
all'insegnamento: non ci sarebbe nessuna possibilità di apprendimento
fuori di un contenitore strutturato di insegnamento. Una seconda tendenza
ritiene che insegnamento e apprendimento siano due modalità di
esperienza reciprocamente incompatibili. Di fronte a queste ricorrenti
e diffuse alterazioni di prospettiva, nella scuola autonoma e riformata
insegnamento ed apprendimento si propongono come un unico processo,
nel quale alle condizioni di forza culturale ed efficacia didattica
che rendono l'insegnamento valido devono corrispondere quel coinvolgimento
personale, anche emotivo e affettivo, e quella ricchezza delle occasioni
che fanno dell'apprendimento un cammino di cui la persona che apprende
possa sperimentare quotidianamente l'utilità ed il piacere.
L'impianto nuovo consente di superare anche il contrasto tra competenze
e conoscenze. Il curricolo permette di prevedere le trasformazioni del
soggetto che apprende sia nel progredire delle conoscenze sia nell'ampliarsi
della capacità di applicare le conoscenze a contesti diversi.
Col progredire delle conoscenze, il soggetto acquisisce la padronanza
metodologica e operativa che lo trasforma in soggetto "competente"
in quanto in grado di mettere a frutto la conoscenza e di spenderla
per sé e per gli altri (nello studio, nel lavoro, nella vita
di relazione e sociale). Gli allievi acquisiscono i contenuti delle
discipline e i loro linguaggi attraverso l'uso sociale delle conoscenze,
costruiscono una propria forma mentis riflettendo su di essi
e stabiliscono interrelazioni tra i saperi. Inoltre, attraverso la pratica
delle diverse strategie metodologiche e delle procedure proprie delle
varie discipline, essi acquisiscono la capacità di controllo
di conoscenze, di procedure e di metodi differenti imparando a servirsene
nei diversi contesti. Acquisizione di conoscenze e maturazione di competenze
si integrano.
Strettamente connesso a questo è il tema del rapporto tra aspetti
disciplinari e interdisciplinari nel curricolo. La trasversalità
formativa (ciò che si è chiamato anche approccio ecosistemico
all'istruzione) non è certo antagonistica alla specificità
cognitiva e strutturale dei singoli settori di conoscenza. L'edificio
interdisciplinare e trasversale del curricolo deve necessariamente essere
costruito con i mattoni delle singole discipline. E però queste,
perché siano disponibili all'interazione costruttiva, non vanno
trasmesse e consegnate come mere e rigide sequenze di contenuti e procedure.
Occorre che chi insegna insegni anche a sperimentarle e apprenderle
non come gabbie separate ma come terreni da cui osservare, capire ed
interpretare la cultura, come dispositivi di ricerca e di metodo e come
fonti della capacità di mettere in discussione, reimpostare e
perfino trasgredire gli abituali corredi teorici e metodologici.
Va infine ricordato che la scuola, nei suoi versanti della didattica
così come in quelli della organizzazione e gestione, è
comunque un impianto funzionale complesso.
Sul versante della didattica, essa valorizza simultaneamente la classe
e il laboratorio come luoghi in cui si promuovono i processi di alfabetizzazione
e di socializzazione. Entrambi costituiscono, infatti, luoghi formativi
della relazione e della conoscenza, da collocare in un quadro di scuola
aperta sia verso l'esterno, attraverso le interazioni e l' integrazione
con l'ambiente, sia al proprio interno, attraverso la flessibile alternanza
delle attività e dell'impiego degli spazi.
Nella gestione e organizzazione, tanto più con l'introduzione
dell'autonomia, la scuola, in quanto comunità organizzata per
la comunicazione culturale formativa, partecipa tanto di elementi di
tipo comunitario quanto di quelli di tipo organizzativo: essa va vista
e gestita come luogo di lavoro (organizzazione) e insieme come luogo
di relazioni umane (comunità), cioè come realtà
la cui efficienza funzionale e la cui efficacia operativa sono la condizione
basilare per la circolazione dei contenuti e dei significati della cultura
e dell'educazione. Così anche questa contrapposizione tra comunità
e organizzazione si dissolve alla luce della scuola dell'autonomia e
del curricolo.
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