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Home > Indice Programmi > Sperimentazione nazionale DM 100 del 2002: Raccomandazioni Primaria

Raccomandazioni per l'attuazione delle Indicazioni Nazionali
per i Piani di studio personalizzati
nella Scuola Primaria



Raccomandazioni generali

Questioni di lessico

Uno dei problemi più ricorrenti nel mondo della scuola e del discorso pedagogico e didattico è costituito dall'uso di espressioni e di termini a cui si attribuiscono significati differenti. Per quanto comprensibile e legittima, la circostanza impedisce spesso un dialogo appropriato e non equivoco, per cui si finisce per non intendersi e per compromettere una ricerca comune delle soluzioni migliori ai problemi educativi e professionali che si incontrano. Anche le Indicazioni Nazionali per i Piani di Studio Personalizzati per la Scuola Primaria non si sottraggono a questo limite che è anche un rischio. Adoperano un lessico che è, perciò, opportuno chiarire nei significati che lo contraddistinguono. Lo scopo è favorire una discussione che cerchi di stare sulle cose piuttosto che sulle parole. Da questo punto di vista, pare utile soffermarsi su alcuni vocaboli ricorrenti sia nel disegno di legge delega sia nelle Indicazioni nazionali di cui si esplicita il significato che è stato loro attribuito.

Dalla scienza alla disciplina di studio

Scienza. Se l'esperienza, da sola, è sempre particolarità, molteplicità, indeterminatezza, imprevedibilità, indecifrabilità, anche disordine, scienza è, invece, scoprire nell'esperienza "ragione e misura", "numero e calcolo", "proporzione". Gli elementi per definire una scienza, in questa prospettiva, sono, quindi, tre.
Anzitutto, la specificità. Scienza è guardare la realtà, e "vederla", da un punto di vista determinato. Non è mai cogliere la realtà, l'esperienza tutta insieme, come e in quanto totalità indeterminata, magari confusa. La scienza nasce proprio quando si prescinde dalla complessa totalità di qualsiasi cosa reale, la si semplifica e si seleziona un aspetto per "vederla" meglio. La regola vale per gli oggetti della fisica o della chimica, ma non meno per quelli della linguistica, della storia, dell'arte ecc. Si ottiene il campo di indagine.
Il secondo elemento che definisce la scienza è senza dubbio il metodo di indagine e gli strumenti che, in tale metodo, si usano. Non è una caratteristica diversa dalla precedente, ma ne è, per così dire, uno sviluppo. Avere un determinato punto di vista da cui osservare la realtà, significa anche mettere a punto le modalità logiche ed operative con cui tale punto di vista si può costituire.
L'ultimo elemento è il linguaggio o, meglio, il paradigma esplicativo (tipo di cause e leggi da individuare) e il programma (l'aspetto della realtà che si vuol capire). Studiare la realtà da un punto di vista parziale, con un metodo e con strumenti ogni volta adeguati a tale punto di vista, significa, infatti, trasformare le "cose" empiriche in "oggetti scientifici". L'attrito, la Moda, la Mediana, la gravità, l'atomo, l'accelerazione ecc., ma anche tutti i concetti adoperati dalle cosiddette scienze umane, da sviluppo a rito, da classe a potere, perciò, non esistono in sé. Non si trovano cose reali che si danno a noi, nell'esperienza, come attrito, Moda, classe, potere, ecc. Sono, invece, nostri costrutti mentali (modelli), esplicativi di determinate caratteristiche empiriche della realtà. Si può dire che siano il nome che diamo a quella serie di relazioni del reale che il punto di osservazione da cui ci poniamo, nonché il metodo e gli strumenti che usiamo per costituirlo, consente a noi, e a chiunque faccia come noi, di cogliere (intersoggettività della scienza). Ebbene, scienza è nominare (nel senso etimologico di 'dare il nome') correttamente questi costrutti mentali, non confonderli tra loro, evidenziare le relazioni logiche inclusive o esclusive che possono instaurare, depurarli delle parti equivoche, evitarne gli usi incrociati. Per questo si dice, spesso, che le scienze sono, tutto sommato, lingue ben fatte: ciascuna con un proprio lessico (una semantica) e una propria sintassi.
Per uno scienziato, non esiste conoscenza che non sia il prodotto di questa inesauribile attività di ricerca giocata sui tre elementi prima ricordati. Il nesso processoprodotto, pensieropensato, contenutometodo è, per lui, sempre presente e fondamentale.

Materia. Le acquisizioni della scienza sono talmente cresciute sul piano quantitativo, negli ultimi secoli, che, di fatto, capita che troppi concetti e teorie scientifiche risultino dissociate dall'attività di ricerca che la ha elaborate e che le dovrebbe ora continuare a sottoporre a vigile manutenzione critica. Non hanno più il ricordo delle condizioni e dei modi con cui sono state ottenute; quindi, anche dei loro limiti epistemologici. Hanno la tendenza a debordare e a presentarsi come prodotti autosufficienti ed esistenti in sé e per sé.
Gli "oggetti" scientifici, in questa maniera, nati proprio per non essere "cose", si "ricosificano", si "materializzano": assumono fattezze materiali. È come se i costrutti mentali pretendessero di imporsi senza più aver bisogno né del pensiero che li ha pensati e che li pensa, né delle condizioni particolari in cui assumono proprio il significato che esprimono. I concetti e le teorie delle diverse scienze si trasformano così in una dogmatica astratta ed enciclopedica che si può solo deglutire. Si presentano come "risultati" dell'attività scientifica che sembrano non avere avuto "processi" d'origine, prima, e di sviluppo, ora, e che appaiono immutabili ed autosufficienti: al punto da valere in sé, sebbene non li si capisca affatto e non dicano niente a chi li incontra proprio perché, alla fine, non sono da lui "pensati".
Il rischio, allora, è quello del contenutismo fine a se stesso: sacrificare l'allievo ai contenuti elaborati dall'attività scientifica; ritenere che possa esistere un "pensato" che ha valore perfino senza "un pensiero che lo pensa". Non è un caso che il linguaggio comune definisca l'insieme delle conoscenze costruite nel tempo da una scienza, tuttavia presentate dimenticando le dimensioni esistenziali, storiche ed epistemologiche da cui provengono e a cui devono comunque pervenire in ogni soggetto, con il termine di materia: qualcosa di pesante, di opaco, l'esatto contrario della leggerezza e della trasparenza a noi stessi che aderisce a qualsiasi sapere che sia "nostro" pensiero.
Rischio, a dire il vero, molto alto se si interpretassero le conoscenze (il sapere) e le abilità (il sapere che accompagna il fare qualcosa con perizia) che costituiscono gli obiettivi specifici di apprendimento presentati nelle Indicazioni Nazionali come l'indice di una enciclopedia da imparare a memoria, invece che come la carta topografica di tante attese di pensiero che deve maturare autonomamente e personalmente nella mente e nella personalità di ciascun allievo davanti alla sua esperienza e grazie alle sollecitazioni educative dei docenti e della scuola.

Disciplina di studio. Tutta un'altra atmosfera evoca, invece, rispetto alla materia, il termine disciplina di studio. Disciplina viene da discere, imparare. Da discere viene anche discepolo, colui che impara. L'apprendere è bello, e tutti gli uomini lo vogliono sperimentare. Eppure, sebbene l'amore per il sapere sia connaturato all'uomo e gli dia intima soddisfazione, l'imparare alcunché, esige sudore, impegno, fatica, esercizio. Questo significa che le conoscenze non nascono tutte intere nella mente già armate come Pallade nel cervello di Zeus, ma scaturiscono sempre da una continua negoziazione con l'esperienza e con gli altri, negoziazione che impone pazienza, disponibilità, relazione, affetti, carattere, costanza, responsabilità.
In ogni insegnare, quindi, non è in gioco soltanto ciò che si insegna, il "che cosa", ovvero il sapere; né soltanto il "come si fa"; conta altrettanto il "chi". Non si impara, infatti, se l'ordine logico di una serie di costrutti scientifici non coincide anche con quello psicologico ed etico personale di chi se ne appropria; né si impara qualcosa perché essa è, in astratto, scientificamente certa, ma solo se riusciamo, nel concreto, a rendere questo qualcosa di certo nostra verità esistenziale, qualcosa di talmente significativo per noi da dare "sapore" alla nostra vita (il reciproco richiamo tra "sapore" e "sapere" è addirittura etimologico).
È del tutto comprensibile, perciò, che il termine disciplina di studio sia molto usato in campo scolastico e designi un doppio significato. Per un verso, si riferisca al modo psicologico e, più generalmente, esistenziale, con cui è necessario che ciascuno si appropri delle conoscenze e delle abilità afferenti ad una particolare scienza. Per l'altro, indichi il fatto che tali conoscenze ed abilità nascono dall'assunzione rigorosa della stessa logica della scienza.
Il termine disciplina di studio, dunque, rimanda ad un intreccio costante:

  • tra dimensione esistenziale evolutiva del soggetto e logica intrinseca di sviluppo della scienza;
  • tra "soggetto" che, pensando gli "oggetti" scientifici che gli vengono proposti se ne appropria (obiettivi formativi), e controllo che tale pensiero soggettivo, l'unico che conta sul piano educativo, non alteri la natura e l'identità epistemica degli "oggetti" scientifici in questione (obiettivi specifici di apprendimento);
  • tra processi personali della conoscenza e prodotti sociali del pensiero scientifico.

Come e a quali condizioni le due prospettive si possono integrare e non restare estranee? È possibile nella scuola, tanto più con soggetti in età evolutiva, non trattare la ricerca scientifica (scienza) alla stregua di contenuti materiali (materia), ma utilizzarla, senza tradirla nella sua complessità, come occasione per promuovere processi vitali di apprendimento e di pensiero (disciplina di studio)? Come favorire l'apprendimento personale senza banalizzare, con distorsioni e semplificazioni, la natura degli "oggetti di studio" identificati dalle scienze e richiamati, per gli insegnanti, negli obiettivi specifici di apprendimento? Non si fatica ad immaginare quanto il cuore della professionalità docente e della qualità della scuola siano fondati sulla competenza nel rispondere a questi interrogativi.

Dai Programmi ai Curricoli ai Piani di Studio Personalizzati.

Una delle note più caratteristiche della riforma del sistema di istruzione e di formazione si concentra sulla teoria e sulla pratica dei Piani di Studio Personalizzati. Per comprendere la portata di questa innovazione didattica è opportuno inserirla nel processo che, da alcuni decenni, ha portato la scuola italiana a superare il paradigma dei Programmi e ad abbracciare quello della logica del Curriculum.

Programmi. Come è noto, essi hanno accompagnato la scuola italiana fin dal suo strutturarsi istituzionale nell'ottocento. Oggi, restano residui di questa impostazione didattica soprattutto nella secondaria di II grado, mentre negli altri gradi scolastici ha ormai prevalso la logica del Curriculum. I Programmi designano contenuti di insegnamento dettati centralisticamente, da parte del Ministero, e da svolgere in maniera uniforme in ogni classe del Paese. Tutti i docenti e le scuole, a discendere, devono adeguarsi alle loro indicazioni. I ragazzi e le famiglie devono addirittura subire un adeguamento alla seconda potenza: si devono adattare all'insegnamento dei docenti che a loro volta si sono dovuti adattare alle richieste di insegnamento dettate dalle disposizioni ministeriali. Sul piano professionale, quindi, richiedono ai docenti l'atteggiamento impiegatizio dell'applicazione e dell'esecuzione. I Programmi danno istruzioni, i docenti, in qualunque situazione si trovino, sono chiamati ad applicarle e ad eseguirle: se non lo fanno, eccedono le norme e diventano trasgressivi. Le istruzioni dei Programmi, perciò, prevalgono sulle esigenze dei singoli allievi. Questi sono chiamati ad adeguarsi a quelle, non viceversa. Quelle diventano il fine dell'attività educativa scolastica. L'allievo perde la sua centralità.

Curricoli. La parola curriculum (sott. studiorum) è latina. Gli Inglesi se ne sono appropriati da tempo per indicare il Piano degli Studi proposto, nelle diverse scuole, per la maturazione degli allievi. La tradizione anglosassone dell'autonomia delle scuole e la mancanza, in questa cultura, almeno fino al 1988, della nozione di curriculum nazionale, ha fatto sì che, nel nostro Paese, la parola curriculum abbia cominciato, anzitutto, a circolare come un termine inglese (da qui la traduzione italianizzata in curricolo, al posto di mantenere l'originaria grafia latina); in secondo luogo, ad assumere un significato antagonista alla parola Programma e, infine, ad indicare le scelte educative e didattiche concretamente adottate dai docenti nelle diverse realtà scolastiche per corrispondere in maniera più pertinente alle differenze territoriali, sociali e culturali di provenienza degli allievi.

Programmazione curricolare. La logica dei Curricoli ha avuto modo di rafforzarsi, nel nostro Paese, a partire da una constatazione: l'astrattezza dei Programmi. Voler trasferire senza mediazioni e modellamenti il "nazionale" nel "locale" e il "generale" nel "particolare", infatti, significa per forza di cose sacrificare uno dei due elementi. Si è, dunque, costretti ad essere trasgressivi o verso l'alto, disobbedendo alle indicazioni dei Programmi ministeriali, o verso il basso, ovvero alle esigenze e alle specifiche situazioni di apprendimento degli allievi.
La Programmazione Curricolare ha inteso superare questa antinomia, dando ragione sia alla logica dei Programmi sia a quella dei Curricoli per quanto affermavano e torto per quanto ambedue negavano o tacevano.
Con la Programmazione Curricolare il Ministero è stato così chiamato a concepire in modo diverso i Programmi: non più istruzioni da far applicare esecutivamente in ogni classe della penisola, bensì vincoli nazionali che ogni scuola è chiamata autonomamente ad interpretare e ad adattare alle esigenze della propria realtà formativa. Il Ministero, come dispone l'articolo 8 del Dpr. 275/99, detta, in questa prospettiva, gli ordinamenti del sistema educativo di istruzione e di formazione, gli obiettivi generali del processo educativo, gli obiettivi specifici di apprendimento, gli standard di prestazione del servizio, i criteri generali per la valutazione. Questa l'uniformità astratta, valida per qualsiasi scuola e gruppo classe e singolo allievo del Paese, dettata dal centro.
La responsabile concretizzazione di tempo, luogo, azione, quantità e qualità di questi vincoli astratti, tuttavia, è di piena responsabilità professionale delle singole scuole e dei docenti.
Sul piano professionale, perciò, l'atteggiamento richiesto ai docenti non è più quello dell'applicazione e dell'esecuzione più o meno impiegatizia, bensì quello della creativa e responsabile progettazione di scelte educative e didattiche che declinino ed intercettino il "generale" nel "particolare", il "nazionale" nel "locale", "ciò che vale per tutti" in "ciò che vale per me, per ciascuno".
I docenti, le scuole, se coerenti con la logica della Programmazione Curricolare, non possono non coinvolgere, in questa operazione, i genitori, i ragazzi ed il territorio, ma è capitato anche che, qualche volta, l'inerzia della vecchia logica dei Programmi spingesse semplicemente a trasferire quest'ultima a livello "della scuola o al massimo della classe". Ovvero a cambiare soltanto l'estensione dell'uniformità: "nazionale" nei Programmi, "di scuola o al massimo di classe" nella Programmazione Curricolare. E a lasciare che fosse sempre l'intenzionalità dei docenti e dei professionisti dell'educazione a prevalere, con le famiglie ed i ragazzi destinatari, non protagonisti, di questa intenzionalità. Come, in fondo, sebbene in maniera più intensa, accadeva con la logica dei vecchi Programmi.

Piani di Studio Personalizzati. Con i Piani di Studio Personalizzati, invece, almeno nei propositi, la strada dell'abbandono dell'uniformità delle prestazioni progettate a priori, già inaugurata con la stagione della Programmazione Curricolare, si dovrebbe completare in tutti i sensi, e rovesciarsi. Sul piano della professionalità, ai docenti è richiesto non più di transitare "dal generale culturale al particolare personale", ma di operare "dal particolare personale al generale culturale".
Restano, come nella stagione della Programmazione Curricolare, i vincoli nazionali che tutti devono rispettare e che lo Stato ha il dovere costituzionale di indicare, anche dando spazio ad intese per una quota regionale nella loro determinazione (sono i "livelli essenziali di prestazione" di cui si parla nelle Indicazioni nazionali per i Piani di studio personalizzati).
Resta, nondimeno, la responsabilità progettuale della scuola e dei docenti che devono offrire percorsi formativi, ma risulta ancora più netto di prima il principio della personale responsabilità educativa dei ragazzi, dei genitori e del territorio nello sceglierli e nel percorrerli ed acquisirli. Questi, infatti, sono chiamati in causa direttamente nella realizzazione dei vincoli nazionali entro le opportunità offerte dalla progettazione di scuola e di rete. Il risultato dovrebbe essere la costruzione sempre più mirata di Piani di Studio Personalizzati, dove la parola chiave è, appunto, personalizzati sia nella progettazione e nello svolgimento (cfr. le Unità di Apprendimento), sia nella verifica (cfr. il Portfolio delle competenze).

Dalle capacità alle competenze attraverso conoscenze e abilità

Il testo del disegno di legge delega, inoltre, usa più volte i termini capacità, conoscenze, abilità e competenze. Li impiega in una maniera che si integra con quella adoperata negli articoli 8 e 13 del Dpr. 275. Le Indicazioni Nazionali per i Piani di Studio Personalizzati fanno riferimento a questi termini assumendoli nel significato che risulta dal combinato disposto di questi due provvedimenti e che si può riassumere nei modi seguenti.

Capacità. Per capacità si intende una potenzialità e una propensione dell'essere umano, nel nostro caso del fanciullo, a fare, pensare, agire in un certo modo. Riguarda ciò che una persona può fare, pensare e agire, senza per questo aver già trasformato questa sua possibilità (poter essere) in una sua realtà (essere).
Riguardando l'essere potenziale di ciascuno, le capacità non sono mai statiche, definite una volta per tutte, ma sempre dinamiche, in evoluzione. Inoltre, se pure si manifestano come capacità particolari e determinate (si è capaci di questo piuttosto che di quello, in una situazione piuttosto che in un altra), coinvolgono però sempre tutto ciò che siamo e che possiamo essere. Chi pensa, in questo senso, le capacità delle persone come separate le une dalle altre (come se un soggetto fosse capace di comunicare piuttosto che di matematizzare, di costruire determinate cose piuttosto che di usarle bene, di giudicare criticamente piuttosto che di fidarsi ecc.), ne impoverisce la forza educativa: esse, al contrario, sono sempre unitarie ed integrate e, per questo, si vicariano anche molto a vicenda, così spiegando la plasticità e la complessità di ogni persona umana e perché, in educazione, grazie al principio dell'integralità, niente, a qualsiasi aspetto ci si riferisca, è mai guadagnato una volta per tutte, niente è mai perduto per sempre.

Competenza. Le competenze sono l'insieme delle buone capacità potenziali di ciascuno portate effettivamente al miglior compimento nelle particolari situazioni date: ovvero indicano quello che siamo effettivamente in grado di fare, pensare e agire, adesso, nell'unità della nostra persona, dinanzi all'unità complessa dei problemi e delle situazioni di un certo tipo (professionali e non professionali) che siamo chiamati ad affrontare e risolvere in un determinato contesto.
Mentre le capacità esprimono la forma del nostro essere potenziale, le competenze manifestano, quindi, quella del nostro essere attuale, nelle diverse contingenze date. Le une e le altre, ovviamente, sempre dinamiche, in evoluzione, visto che non solo si può essere diversi fino alla fine della vita, e scoprire nel tempo capacità insospettate, ma si è anche sempre diversi fino alla fine della vita, cioè si verifica, di fatto, di essere diversamente competenti, nei diversi contesti e nelle diverse situazioni che a mano a mano ci è dato affrontare e risolvere. Le une e le altre, inoltre, per quanto particolari e determinate (si è sempre competenti in un contesto, di fronte a qualcosa di specifico), sono sempre unitarie e integrate (ogni competenza, anche nei settori professionali più minuti, se autentica e davvero svolta dimostrando perizia ed eccellenza, infatti, mobilita sempre anche tutte le altre).
Da questo punto di vista, come suggerisce anche l'etimologia del termine, e in particolare il cum che precede il petere, "competente" è non solo chi si muove "insieme a", "con" altri in un contesto (valore sociale della collaborazione e della cooperazione) per affrontare un compito o risolvere un problema; non solo chi si sforza di cogliere l'unità complessa anche del compito o del problema più parziale che incontra, ma chi pratica la prima e la seconda preoccupazione coinvolgendo sempre, momento dopo momento, tutta insieme la sua persona, la parte intellettuale, ma non meno quella emotiva, operativa, sociale, estetica, motoria, morale e religiosa. È quindi "competente" chi "mette insieme" tante dimensioni nell'affrontare un compito, lo affronta bene e, in questo, dà sempre tutto il meglio di se stesso.
La circostanza spiega perché, se la competenza rimane sempre ancorata allo specifico contesto ambientale, sociale, culturale e professionale in cui è maturata e nel quale dà prova di sé, e risulta pure attivata da esso, essa è, pure, allo stesso tempo, tale se si svincola da questo specifico contesto e si proietta su altri contesti che proprio l'apprezzamento critico e intuitivo del soggetto riconosce analoghi, cioè per certi aspetti uguali, a quello di origine. Il competente, quindi, attiva le stesse conoscenze e abilità anche in situazioni differenti da quella originaria e abituale (trasferimento analogico: questo è il senso della trasversalità delle competenze); inoltre, 'coglie' le caratteristiche comuni esistenti in contesti tra loro differenti (astrazione: questo il senso del carattere "meta" di ogni autentica competenza: "metacognitiva, metaaffettiva, metaoperativa ecc."); infine, pratica analogia e astrazione per risolvere in maniera soddisfacente quanto costituisce per lui problema e per rispondere in modo pertinente a quanto sente come bisogno o che vive come scopo (operatività della competenza).

Conoscenze e abilità. Le capacità personali diventano competenze personali grazie all'insieme degli interventi educativi promossi da tutte le istituzioni educative formali, non formali e informali.
A scuola, l'istituzione educativa formale per eccellenza, le capacità di ciascuno diventano competenze grazie all'impiego formativo delle conoscenze e delle abilità che lo Stato, d'intesa con le Regioni, reputa valore trasmettere alle nuove generazioni. Esse sono raccolte nelle Indicazioni Nazionali sotto la voce "obiettivi specifici di apprendimento" che l'art. 8 comma 1, punto b del Dpr 275/99 definisce "relativi alle competenze degli alunni", ovvero correlati, come scopo del proprio essere formulati, alle competenze da promuovere negli alunni.
Per quanto possano valere queste distinzioni analitiche di dimensioni che, nella realtà, si richiamano, invece, sempre a vicenda, si può sostenere che la distinzione tra conoscenze ed abilità si possa così formulare.
Le conoscenze sono il prodotto dell'attività teoretica dell'uomo. Nella scuola, sono soprattutto ricavate dai risultati della ricerca scientifica. Riguardano, quindi, il sapere: quello teoretico, ma anche quello pratico. In questo secondo senso, sono anche i principi, le regole, i concetti dell'etica individuale e collettiva (valori civili costituzionali, nazionali o sovranazionali) che, nelle Indicazioni Nazionali, costituiscono gli "obiettivi specifici di apprendimento" della Convivenza civile.
Le abilità sono la condizione e il prodotto della razionalità tecnica dell'uomo. Si riferiscono, quindi, al saper fare: non solo al fare, ma appunto anche al sapere le ragioni e le procedure di questo fare. In altre parole, anche al sapere perché operando in un certo modo e rispettando determinate procedure si ottengono certi risultati piuttosto di altri.
Nella scuola, le capacità personali degli allievi, grazie alla mediazione delle conoscenze e delle abilità riunite negli "obiettivi specifici di apprendimento", diventano loro competenze personali attraverso tre strategie didattiche.
La prima è quella dell'esempio. Servono docenti che testimoniano su se stessi come, attraverso il continuo incontro personale con le conoscenze e con le abilità disciplinari prodotte dalla ricerca scientifica, si mobilitano tutte le proprie capacità e le si trasformano in competenze umane e professionali. In questo senso, gli "obiettivi specifici di apprendimento" elencati nelle Indicazioni Nazionali disegnano una mappa culturale, semantica e sintattica, che i docenti devono padroneggiare anche nei dettagli epistemologici, e mantenere certamente sempre viva ed aggiornata sul piano della propria vita professionale. L'esempio, inoltre, se vale nel rapporto docente allievo, vale anche in quello tra allievo più esperto ed allievo principiante, accreditando così, per l'apprendimento, l'efficacia di tutte le forme di peer education e di cooperative learning.
La seconda strategia è il correlato soggettivo dell'esempio: l'esercizio. L'esempio oggettivo del docente (o dell'allievo più esperto) diventa occasione, per l'alunno principiante, di apprendere il valore dell'esercizio personale se vuole impadronirsi delle conoscenze e delle abilità che egli vede già in azione come competenze nelle persone di cui ha potuto apprezzare l'esempio.
La terza strategia è quella dell'insegnamento e dell'apprendimento. Si possono insegnare, come è noto, solo principi, regole, concetti, idee: qualcosa di "intellettuale". L'esperienza personale è non insegnabile per definizione: si può e si deve soltanto testimoniare. Nessuno può, tuttavia, insegnare qualcosa che non sia una sua conoscenza personale. Un'idea che non sia penetrata nell'animo di chi insegna, infatti, non riesce ad essere trasmessa. Teorie che si ha la capacità di formulare, ma che non siano diventate competenze personali, cioè un modo di manifestare l'essere che si è, non sono affatto insegnabili. Ripetibili, forse, come fa il registratore o il computer, ma non insegnabili. Analogamente nessuno può imparare qualcosa che, tuttavia, non abbia trasformato a sua volta in conoscenza personale. Se non si personalizza, anche la padronanza di tutte le informazioni e le tecniche possibili, infatti, non è in alcun modo apprendimento significativo. Dal che si conferma che le conoscenze e le abilità o diventano personali e così aiutano a concretizzare le proprie capacità in competenze, oppure restano qualcosa di meccanico ed astratto che non perfeziona e matura la personalità di ciascuno.

Convivenza civile

Nelle Indicazioni Nazionali per i Piani di Studio Personalizzati della Scuola Primaria viene utilizzata per la prima volta l'espressione "Convivenza civile". Essa è ripresa dal disegno di legge delega n° 1306 ed è assunta sia come sintesi delle "educazioni" alla cittadinanza, ambientale, stradale, alla salute, alimentare, all'affettività, sia, aspetto non meno importante, come risultato dell'apprendimento delle conoscenze e delle abilità che caratterizzano le differenti discipline di studio. Le motivazioni che hanno portato a giustificare questa attribuzione di significato all'espressione Convivenza civile sono principalmente tre.

Oltre l'educazione alla cittadinanza e l'educazione civica. La prima motivazione è che questa nuova espressione sembra dire molto di più delle pur importanti e più tradizionali dizioni di "educazione alla cittadinanza" e di "educazione civica".
Sembra dire di più dell'educazione alla cittadinanza perché, nella società multiculturale e multireligiosa che ci circonda, è indispensabile "convivere civilmente" non solo con chi ha ed esercita la cittadinanza, ma anche con chi non ce l'ha, con chi non gode i diritti politici e spesso fatica perfino a realizzare le condizioni minime di esercizio dei diritti umani più elementari.
Sembra dire molto di più della tradizionale espressione di "Educazione Civica", inoltre, perché il concetto di Convivenza civile presuppone di superare il valore del "buon comportamento" da assumere nello spazio civile pubblico, ma richiede di praticare come bene comune pubblico anche il "buon comportamento" da assumere nello spazio privato in tema non solo di partecipazione e di coscienza politica, ma anche di circolazione stradale, di rispetto dell'ambiente, di cura della propria salute e dell'alimentazione, di comportamenti nel campo affettivosessuale. Esemplificando: se è vero che l'educazione stradale richiede il rispetto delle norme del Codice stradale come condizione per consentire a tutti (pedoni, ciclisti, automobilisti, ecc.) di circolare con ordine e sicurezza, è altrettanto vero che l'automobilista solitario, nel cuore della notte, non può correre a folle velocità sull'autostrada, non solo perché le eventuali conseguenze della sua imprudenza hanno pesanti "costi sociali" (assistenza ospedaliera, invalidità, ecc.) oltre che "personali" e "familiari", ma anche e soprattutto perché essere imprudenti è male in sé ed è un comportamento da rifiutare sempre, in presenza di altri, certo, ma nondimeno da soli, in privato. Discorsi che vanno ovviamente ripetuti analoghi per tutte le altre 'educazioni' raccolte nel contenitore Convivenza civile.
Nel concetto di Convivenza civile, perciò, si afferma con molta più forza che nelle altre due più tradizionali espressioni il principio secondo il quale far bene a se stessi, ed agire bene, in città, per la strada, nell'ambiente in cui si vive, per la propria salute, nell'espressione affettiva è anche, sempre, far bene agli altri e contribuire all'agire bene di tutti, e viceversa.

La radice morale. La seconda motivazione che ha portato ad indicare con l'espressione "educazione alla Convivenza civile" l'insieme dell'educazione alla cittadinanza o civica, stradale, all'ambiente, alla salute, all'alimentazione e all'affettività è che, finora, nella scuola, queste diverse componenti, da un lato, sono spesso state considerate dimensioni separate le une dalle altre e, dall'altro, sono state di fatto introdotte nei piani di studio con una modalità didattica più additiva che integrativa. La riunificazione di queste componenti educative nell'"educazione alla Convivenza civile" favorisce, invece, sia il processo di scoperta della loro unità a livello profondo, sia la necessità di una loro naturale integrazione anche a livello di trattazione didattica. La convivenza umana, infatti, sia essa declinata nelle relazioni interpersonali micro (rapporti a due, famiglia, gruppo di amici) o macro (città, ambiente, società, partiti, religioni), è civile se e quando è basata su una comune condizione: la personale consapevolezza etica e morale in tutti i campi d'azione dell'esperienza umana, dai comportamenti pubblici a quelli privati, da quelli igienici a quelli alimentari, da quelli improntati al rispetto dell'ambiente a quelli che coinvolgono le relazioni interpersonali tra soggetti dello stesso o di diverso sesso. In questa prospettiva, la Convivenza civile appare allo stesso tempo condizione e risultato delle 'educazioni' che la compongono visto che tutte rimandano ad una comune radice morale personale e, allo stesso tempo, ne sono anche il frutto più maturo. Sarebbe, a questo punto, incomprensibile un 'insegnamento' di queste dimensioni che non fosse intimamente integrato e sempre agganciato alla complessità dell'esperienza umana e sociale dei singoli allievi. Le narrazioni del modo con cui ciascuno vive ed interpreta le dimensioni della Convivenza civile, infatti, diventano il materiale formativo da cui emerge una mappa articolata delle differenze e delle uguaglianze valoriali e comportamentali, di ciò che individualizza e di ciò che è condiviso; mappa che il docente è invitato poi a comparare contrastivamente con quella propria e con quella presente nelle Indicazioni allo scopo, sia di aprire con gli allievi una lettura cognitiva intersoggettiva allo stesso tempo più ampia e mai conclusa delle reciproche esperienze individuali, sia di condividere in libertà e responsabilità valori e comportamenti di vita.

L'unità dell'educazione. La circostanza introduce anche l'ultima motivazione che ha portato a considerare l'"educazione alla Convivenza civile" come l'insieme dell'educazione alla cittadinanza o civica, stradale, all'ambiente, alla salute, all'alimentazione e all'affettività. Con questa scelta, infatti, soprattutto alla luce della dimensione morale che la fonda e a cui, allo stesso tempo, mira come fine, sembra più facile comprendere non solo che la condizione e il fine delle differenti 'educazioni' è appunto l'unità morale personale che fonda la Convivenza civile, ma anche che tale unità morale è la condizione e il fine di tutta l'esperienza scolastica, padronanza dei concetti e delle abilità disciplinari più specifiche comprese. Da questo punto di vista, risulta allora chiaro che il fine di qualsiasi insegnamento scolastico non è il contenuto delle discipline in sé e per sé, quanto, appunto, l'unità morale implicata dalla Convivenza civile, promossa attraverso l'incontro con tutti i contenuti disciplinari e la loro interiorizzazione. Un buon insegnamento della religione, dell'italiano, dell'inglese, della matematica, delle scienze ecc., in sostanza, produce, è chiamato a produrre, a livello personale, come condizione e fine, la Convivenza civile; così come le competenze specifiche della Convivenza civile, se non vogliono indulgere all'astrattezza e alla sterilità moralistica, non nascono né esistono fuori da buone e corrette conoscenze ed abilità disciplinari.

Questioni di impianto metodologico e culturale

Dagli obiettivi specifici di apprendimento agli obiettivi formativi.

I docenti delle istituzioni scolastiche, rispettando la natura e le caratteristiche di ogni grado di scuola, sono tenuti, così dispongono le Indicazioni Nazionali, a trasformare il quadro tracciato nel Profilo educativo, culturale e professionale dello studente da promuovere entro i 14 anni, nonché gli "obiettivi generali del processo formativo" e gli "obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze degli allievi" (art. 8 del DPR.275/99) in obiettivi formativi, cioè in obiettivi di apprendimento effettivamente adatti alla maturazione dei singoli allievi che si affidano al loro peculiare servizio educativo (art. 13 del DPR.275/99) e, soprattutto, per loro significativi.

1. Il Profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del Primo Ciclo di Istruzione costituisce la bussola e l'orizzonte di senso per la determinazione sia degli obiettivi generali del processo formativo sia degli obiettivi specifici di apprendimento a riguardo dei diversi periodi didattici che caratterizzano i gradi scolastici di ogni ciclo. Esplicitando ciò che ogni studente, alla fine del Primo ciclo deve sapere (le conoscenze disciplinari e interdisciplinari) e fare (le abilità operative) per essere l'uomo e il cittadino che è lecito normalmente attendersi che sia, a 14 anni, mette in luce come il culturale e il professionale siano occasioni e strumenti per l'educativo personale e come le conoscenze disciplinari e interdisciplinari (il sapere) e le abilità operative (il fare) apprese ed esercitate non solo nel sistema formale (la scuola), ma anche in quello non formale (le altre istituzioni formative) e informale (la vita sociale nel suo complesso), siano per il ragazzo, davvero formative nella misura in cui effettivamente diventano sue competenze personali.

2. Collegati al Profilo educativo, culturale e professionale, ma calati nello specifico grado di scuola a cui si riferiscono (nel nostro caso: la Scuola Primaria), gli "obiettivi generali del processo formativo" presentati nelle Indicazioni Nazionali orientano la natura e il significato degli interventi educativi e didattici predisposti complessivamente dai docenti e dalla scuola al servizio del massimo ed integrale sviluppo possibile delle capacità di ciascun allievo.

3. Gli "obiettivi specifici di apprendimento" indicano le conoscenze (il sapere) e le abilità (il saper fare) che tutte le scuole della Repubblica, nei diversi periodi didattici della Scuola Primaria, sono invitate dallo Stato ad organizzare in attività educative e didattiche volte alla concreta e circostanziata promozione delle competenze finali degli allievi a partire dalle loro capacità. Essi sono presentati ordinati per discipline e per "educazione alla Convivenza civile".
L'ordine di presentazione delle conoscenze e delle abilità che costituiscono gli obiettivi specifici di apprendimento non va, tuttavia, confuso con il loro ordine di svolgimento psicologico e didattico con gli allievi.
Il primo vale, come già si ricordava, come spunto e promemoria per i docenti. In questa prospettiva, gli obiettivi specifici di apprendimento sono, per così dire, la "materia prima culturale" che i docenti sono chiamati ad adoperare e a vivificare per promuovere l'educazione dei fanciulli.
Il secondo vale, invece, per gli allievi, è tutto affidato alle determinazioni professionali delle istituzioni scolastiche e dei docenti, ed entra in gioco quando si passa dagli obiettivi specifici di apprendimento agli obiettivi formativi. In questa prospettiva, gli obiettivi formativi sono la "forma", fatta di diverse combinazioni qualitative e quantitative, assegnata a volta a volta dai docenti alla "materia prima culturale".
Per questo non bisogna attribuire al primo ordine la funzione del secondo. Soprattutto, non bisogna cadere nell'equivoco di impostare e condurre le attività didattiche quasi in una corrispondenza biunivoca con ciascun obiettivo specifico di apprendimento. L'insegnamento, in questo caso, infatti, diventerebbe una forzatura. Al posto di essere frutto del giudizio e della responsabilità professionale necessari per progettare gli obiettivi formativi a partire dagli obiettivi specifici di apprendimento, ridurrebbe i primi ad un pleonasmo o ad una esecutiva applicazione dei secondi. Inoltre, trasformerebbe l'attività didattica in una ossessiva e meccanica successione di esercizi/verifiche degli obiettivi specifici di apprendimento indicati che toglierebbe ogni respiro educativo e culturale all'esperienza scolastica.
Non bisogna, inoltre, dimenticare che se anche gli obiettivi specifici di apprendimento sono indicati per le diverse discipline e per l'educazione alla Convivenza civile in maniera minuta e segmentata, obbediscono, in realtà, ciascuno, al principio dell'ologramma: gli uni rimandano agli altri; non sono mai, per quanto possano essere autoreferenziali, richiusi su se stessi, ma sono sempre un complesso e continuo rimando al tutto. Un obiettivo specifico di apprendimento di una delle dimensioni della Convivenza civile, quindi, è sempre anche disciplinare e viceversa; analogamente, un obiettivo specifico di matematica è e deve essere sempre, allo stesso tempo, ricco di risonanze di natura linguistica, storica, geografica, espressiva, estetica, motoria, sociale, morale, religiosa. E così per qualsiasi altro obiettivo specifico d'apprendimento. Dentro la disciplinarità anche più spinta, in sostanza, va sempre rintracciata l'apertura inter e transdisciplinare: la parte che si lega al tutto e il tutto che non si dà se non come parte. E dentro le 'educazioni' vanno riconosciute le discipline, così come attraverso le discipline e le 'educazioni' non si deve promuovere altro che l'educazione integrale di ciascuno.
La disposizione degli obiettivi specifici di apprendimento non ha altro scopo, dunque, che indicare chiaramente, senza equivoci, ai docenti, ai genitori e agli stessi allievi i livelli essenziali di prestazione che le Scuole Primarie della Repubblica sono tenute in generale ad assicurare ai cittadini per mantenere l'unità del sistema educativo nazionale di istruzione e di formazione, per impedire la frammentazione e la polarizzazione del sistema e, soprattutto, per consentire agli allievi la possibilità di maturare in tutte le dimensioni tracciate nel Profilo educativo, culturale e professionale previsto per la conclusione del primo ciclo degli studi.
Non hanno, perciò, alcuna pretesa validità per i casi singoli, siano essi le singole istituzioni scolastiche o, a maggior ragione, i singoli allievi. È compito esclusivo di ogni scuola autonoma e dei docenti, infatti, nel concreto della propria storia e del proprio territorio, assumersi la libertà di mediare, interpretare, ordinare, distribuire ed organizzare gli obiettivi specifici di apprendimento in obiettivi formativi, considerando, da un lato, le capacità complessive di ogni fanciullo che devono essere sviluppate al massimo grado possibile e, dall'altro, le teorie pedagogiche e le pratiche didattiche che ritengono, a questo scopo, scientificamente più affidabili e professionalmente più efficaci. Allo stesso tempo, tuttavia, è compito esclusivo di ogni scuola autonoma e dei docenti assumersi la responsabilità di "rendere conto" delle scelte fatte e di porre le famiglie e il territorio nella condizione di conoscerle e di condividerle.

4. Gli obiettivi formativi, quindi, sono gli "obiettivi generali del processo formativo" e gli "obiettivi specifici di apprendimento" contestualizzati, entrati in una scuola, in una sezione, in un gruppo concreto di alunni che hanno, ciascuno, le loro personali capacità, trasformate, poi, grazie alla professionalità dei docenti e al carattere educativo delle attività scolastiche, in affidabili e certificate competenze individuali finali.
Gli "obiettivi generali del processo educativo" e gli "obiettivi specifici di apprendimento" sono e diventano obiettivi formativi, quindi, nel momento in cui si trasformano nei compiti di apprendimento ritenuti realmente accessibili, in un tempo dato e professionalmente programmato, ad uno o più allievi concreti e sono, allo stesso tempo, percepiti da 'questi' allievi come traguardi importanti e significativi da raggiungere per la propria personale maturazione. In altre parole, si potrebbe dire, nel momento in cui ristrutturano l'ordine formale epistemologico da cui sono stati ricavati in quello reale, psicologico e didattico, di ciascun allievo, con la sua storia e le sue personali attese.
Anche gli obiettivi formativi, ovviamente, al pari degli obiettivi specifici di apprendimento, obbediscono alla logica ologrammatica. Si può sostenere, anzi, che la esaltino. Se non la testimoniassero nel concreto delle relazioni educative e delle esperienze personali di apprendimento difficilmente potrebbero essere ancora definiti "formativi".
Per questo non possono mai essere formulati in maniera atomizzata e prevedere corrispondenti performance tanto analitiche, quanto, nella complessità del reale inesistenti, ma vanno sempre esperiti a partire da problemi ed attività ricavati dall'esperienza diretta dei fanciulli. Tali problemi ed attività, per definizione, sono sempre unitarie e sintetiche, quindi mai riducibili né ad esercizi che pretendono di raggiungere in maniera segmentata e scomposta gli obiettivi formativi, né alla comprensione dell'esperienza assicurata da singole prospettive disciplinari o da singole 'educazioni'. Richiedono, piuttosto, sempre, la mobilitazioni di sensibilità e prospettive pluri, inter e transdisciplinari, nonché il continuo richiamo all'integralità educativa. Inoltre, aspetto ancora più importante, esigono che siano sempre dotate di senso, e quindi motivanti, per chi le svolge.
L'identificazione degli obiettivi formativi può scaturire dalla armonica combinazione di due diversi percorsi.
Il primo (bottom up) è quello che si fonda sull'esperienza degli allievi e individua a partire da essa le dissonanze cognitive e non cognitive che possono giustificare la formulazione di obiettivi formativi da raggiungere, alla portata delle capacità degli allievi e, in prospettiva, logicamente coerenti con il Profilo educativo, culturale e professionale, nonché con il maggior numero possibile di obiettivi specifici di apprendimento.
Il secondo (top down) è quello che può ispirarsi direttamente al Profilo educativo, culturale e professionale e agli obiettivi specifici di apprendimento e che considera, come già si accennava, se e quando, attraverso quali apposite mediazioni professionali di tempo, di luogo, di qualità e quantità, di relazione, di azione e di circostanza, aspetti dell'uno e degli altri possono inserirsi e integrarsi nella storia narrativa personale o di gruppo degli allievi, e possono essere percepiti da ciascun fanciullo, e dalla sua famiglia, nel contesto della classe, della scuola e dell'ambiente, come traguardi importanti e significativi per la propria crescita individuale.

Dalle Indicazioni Nazionali ai Piani di Studio Personalizzati.

Le istituzioni scolastiche, rispettando i vincoli organizzativi di orario, di organico e di funzioni elencati nelle Indicazioni nazionali, sono tenute a trasformare gli "obiettivi generali del processo formativo" e gli "obiettivi specifici di apprendimento" (conoscenze e abilità) prima in obiettivi formativi e poi, grazie all'articolazione delle attività educative e didattiche, nelle competenze educative, culturali e professionali finali di ciascuno.

Le Unità di Apprendimento. Gli obiettivi formativi, le attività, le modalità organizzative, i tempi ed i metodi necessari per trasformarli in competenze degli allievi, nonché le modalità di certificazione delle competenze acquisite, vanno a costituire le Unità di Apprendimento del Piano di Studio Personalizzato di ciascun alunno, da cui si ricava documentazione utile per la compilazione del Portfolio delle competenze individuali.
Le Unità di Apprendimento (obiettivi formativi, scelte dei metodi e dei contenuti, modalità di verifica e di valutazione) che vanno a costituire i Piani di Studio Personalizzati non considerano le conoscenze e le abilità come archivi astratti, ancorché epistemologicamente motivati, da raggiungere, bensì come occasioni per lo sviluppo globale della persona del fanciullo che interagisce attivamente con la cultura. In questo senso, sono occasioni per sviluppare in maniera armonica le capacità (intellettuali, esteticoespressive, motorie, operative, sociali, morali e religiose) di ciascuno, ponendolo nelle condizioni di capire il mondo e di trasformarlo, mentre conosce e trasforma se stesso.

Calendario scolastico. Ai fini della valorizzazione dei Piani di Studio Personalizzati, può essere produttivo far coincidere il periodo utile per l'offerta delle attività didattiche da parte delle istituzioni scolastiche con l'intero anno scolastico, salvo il rispetto delle disposizioni contrattuali e di stato giuridico dei docenti, nonché dei giorni minimi di sospensione dell'attività didattica disposta dalle competenti autorità per le festività di Natale, Pasqua e delle altre feste religiose e civili. In questa maniera, ogni istituzione scolastica, grazie all'autonomia organizzativa e didattica di cui dispone, potrà distribuire a livello mensile, settimanale e giornaliero il monte ore annuale delle lezioni in base alle esigenze di apprendimento degli allievi, ai risultati finali da raggiungere e alle esigenze avanzate dalle famiglie e dal territorio, secondo criteri distributivi dell'orario più da velocità variabile che da velocità media.

Nuova organizzazione. Sempre ai fini della valorizzazione dei Piani di Studio Personalizzati va ricordata alle scuole l'importanza di progettare in maniera molto innovativa la propria organizzazione. Finora, infatti, tale organizzazione ha perlopiù visto il suo elemento costitutivo nella "classe", intesa come unità amministrativa primaria a cui far confluire tutte le attenzioni e i provvedimenti (dall'assegnazione dei docenti all'orario annuale delle lezioni). Con la prospettiva dei Piani di Studio Personalizzati, invece, pare utile considerare elemento primario e costitutivo della nuova organizzazione della scuola le "persone", e, nel caso specifico, i singoli allievi.
Essi, in un numero corrispondente al massimo oggi necessario per formare una classe, sono, perciò, originariamente affidati alle cure e alle responsabilità di un docente Tutor. Il docente Tutor, insieme ai colleghi, nell'ambito del Pof e tenendo conto dei vincoli e delle risorse presenti nelle Indicazioni nazionali, progetta, un'organizzazione del percorso formativo fondato su due modalità.
La prima è quella che impiega il Gruppo classe, cioè un Gruppo numeroso di bambini chiamato a svolgere attività prevalentemente omogenee ed unitarie. La seconda è quella centrata sui Laboratori, nella quale i fanciulli lavorano invece in Gruppi di livello, di compito ed elettivi che possono coinvolgere non solo il Gruppo di allievi affidato ad un Tutor, ma anche quello affidato ad altri Tutor.
Dovendo dare alcuni suggerimenti sull'utilizzo di tali Gruppi è bene ricordare che i Gruppi nei quali si svolge un'attività omogenea, se apportano un sostegno ai fanciulli, stimolandoli in alcune attività sistematiche, possono avere l'effetto negativo di incoraggiare il conformismo e, soprattutto, di penalizzare i soggetti estremi (i meno e i più competenti). D'altra parte, poiché è noto che l'insegnamento organizzato da allievi più competenti per compagni meno competenti è efficace, vale la pena di articolare l'organizzazione didattica anche tenendo conto di queste consapevolezze fornite dalla ricerca educativa. Questo soprattutto in presenza di fanciulli con ritardi evolutivi globali e/o di settore.
Sull'onda di precise sollecitazioni internazionali (OCSE), dunque, non si tratta di mettere in discussione l'importanza e, per certi aspetti, l'insostituibilità del lavoro educativo e didattico che si svolge in un Gruppo classe, ma di riconoscere che sia per il miglior apprendimento di alcune conoscenze ed abilità (si pensi, ad esempio all'inglese o a determinate attività espressive, motorie, informatiche, operative o alle attività di recupero e sviluppo di singoli apprendimenti), sia per la miglior crescita di alcune dimensioni relazionali e sociali sono altrettanto indispensabili momenti di lavoro per Gruppi di livello, di compito ed elettivi, tutti a composizione numerica variabile.

Il docente Tutor coordinatore. L'alternanza di questi diversi momenti di lavoro, tuttavia, non può, da un lato, prescindere dall'età degli allievi, con il rischio di disorientarli, e, dall'altro lato, non può nemmeno essere improvvisata od obbedire più alle esigenze dell'organizzazione scolastica che dell'allievo.
Proprio per tener conto del primo aspetto, le Indicazioni nazionali ritengono necessario assicurare ai fanciulli, fino al primo biennio, la possibilità di lavorare in un Gruppo classe, con la presenza del docente Tutor, per un numero di ore che oscillano da 594 a 693 su 891 o 990 annuali.
Per tener conto del secondo aspetto, inoltre, le Indicazioni nazionali domandano ai docenti Tutor e ai docenti responsabili dei diversi Laboratori la progettazione di una successione organica e ordinata dei momenti di lavoro differenziati tra Gruppi classe, di livello, di compito ed elettivi. Successione che non necessariamente va condotta una volta per tutte all'inizio dell'anno, ma che è opportuno subisca adattamenti in itinere sia di intensificazione sia di rallentamento.
Allo scopo di garantire l'organicità e l'ordine, al servizio degli allievi, della successione delle modalità di lavoro di Gruppo appena ricordate, le Indicazioni nazionali hanno previsto di estendere i compiti del docente Tutor che coordina i percorsi formativi per gli alunni anche al coordinamento della propria attività con quella dei colleghi responsabili dei Laboratori.

I Laboratori: natura, organizzazione e consigli d'uso.

I Laboratori previsti all'interno della quota oraria obbligatoria nel corso dei cinque anni della Scuola Primaria sono in totale sei:

  • Attività Informatiche,
  • Attività di Lingue (tra cui l'Inglese),
  • Attività espressive (dal teatro alla musica, dalla pittura al modellaggio ecc.),
  • Attività di progettazione (progetti di intervento ambientale o sociale, progetti di esperimenti, costruzione e decostruzione di macchine e oggetti, giardinaggio, bricolage ecc.),
  • Attività motorie e sportive,
  • Larsa (Laboratorio di Recupero e Sviluppo degli Apprendimenti).

Che cosa sono. Come dice la parola stessa, il Laboratorio è il luogo privilegiato in cui si realizza una situazione d'apprendimento che coniuga conoscenze e abilità specifiche su compiti unitari e significativi per gli alunni, possibilmente in una dimensione operativa e progettuale che li metta in condizione di dovere e poter mobilitare l'intero sapere esplicito e tacito di cui dispongono.
In questo senso, il Laboratorio si può definire: un'occasione per scoprire l'unità e la complessità del reale, mai riducibile a qualche schematismo più o meno disciplinare; un momento significativo di relazione interpersonale e di collaborazione costruttiva dinanzi a compiti concreti da svolgere, e non astratti; un itinerario di lavoro euristico che non separando programmaticamente teoria e pratica, esperienza e riflessione logica su di essa, corporeo e mentale, emotivo e razionale è paradigma di azione riflessiva e di ricerca integrata ed integrale; uno spazio di generatività e di creatività che si automotiva e che aumenta l'autostima mentre accresce ampiezza e spessore delle competenze di ciascuno, facendole interagire e confrontare con quelle degli altri; possibile camera positiva di compensazione di squilibri e di disarmonie educative; garanzia di itinerari didattici significativi per l'allievo, capaci di arricchire il suo orizzonte di senso.

Chi e quando li tiene. I Laboratori sono affidati, in piena autonomia da parte della Istituzione scolastica, ad uno o a più docenti che per competenza professionale e didattica, e disponibilità personale, organizzano percorsi formativi opzionali ordinati per Gruppi (di livello, di compito e elettivi) e coordinati alle Indicazioni nazionali, in grado di rispondere alle differenti situazioni di apprendimento degli allievi.
Per problemi organizzativi, è consigliabile, tuttavia, che siano al massimo tre fino alla conclusione del primo biennio. Si tratterà, quindi, di integrare le competenze da promuovere nei Laboratori (per esempio, prevedere un unico responsabile del Laboratorio di Attività espressive, di Lingue, di Attività motorie e sportive, di Attività informatiche) e di affidarli al massimo a tre docenti responsabili che li organizzino in verticale e/o in orizzontale.
Dal secondo biennio, soprattutto laddove esistano scuole comprensive che lavorano in maniera unitaria fino all'ultimo anno della scuola secondaria di I grado, si può anche prevedere l'affidamento dei sei Laboratori a sei docenti differenti. Non è del resto obbligatorio che gli allievi optino per la frequenza di tutti e sei Laboratori ogni anno e, all'interno dell'anno, per ogni sua frazione interna.
Naturalmente niente impedisce che qualche Laboratorio sia assegnato anche ai docenti Tutor: in questo caso, se il loro orario sui Laboratori non sarà residuale, significherà che essi svolgeranno le loro attività laboratoriali in presenza dell'intero Gruppo classe che è loro affidato.
Né è escluso che, pur rispettando la normativa vigente in materia, possa essere organizzato secondo la modalità del Laboratorio anche l'IRC.

Come si organizzano. La caratteristica principale del Laboratorio, dal punto di vista didattico, è la sua realizzazione con Gruppi di alunni della stessa classe o di classi parallele o di classi verticali, riuniti per livello di apprendimento, o per eseguire un preciso compito/progetto, o per assecondare liberamente interessi e attitudini comuni.
I Laboratori possono essere predisposti all'interno dell'Istituto e/o tra più Istituti in rete, servendosi dell'organico d'Istituto e/o di rete a disposizione; ciò consente di ottimizzare l'utilizzo di precise professionalità anche nella Scuola Primaria. Si pensi, ad esempio, alla possibilità che insegnanti della Scuola Primaria particolarmente competenti, per il personale percorso formativo e professionale, nelle varie attività dei Laboratori, possano operare con Gruppi di alunni dell'intera scuola di appartenenza o di scuole in rete.
Si può, altresì, considerare l'opportunità, non più privilegio esclusivo degli Istituti Comprensivi, di utilizzare i docenti di Musica, di Attività Motorie e Sportive e di Lingua Inglese della Scuola Secondaria di I grado anche per Laboratori offerti agli allievi della Scuola Primaria per realizzare apprendimenti assolutamente necessari allo sviluppo integrale delle personalità dell'alunno.
Qualunque siano le modalità organizzative, i docenti dei Laboratori entrano a pieno titolo a far parte dell'équipe pedagogica che realizza gli apprendimenti degli alunni nella Scuola Primaria; ciò allo scopo evidente di garantire una mediazione didattica adeguata ai fanciulli di questa età e di operare in modo integrato per tempi, contenuti e metodi con gli altri docenti e con il Tutor in particolare.
Dopo che ogni Istituzione scolastica, nell'ambito del Pof, ha organizzato, al proprio interno o in rete, Laboratori ordinati per Gruppi di livello, di compito o elettivi e coordinati alle Indicazioni nazionali, ciascun docente Tutor indica, in accordo con gli altri docenti e la famiglia, quali Laboratori possano essere particolarmente utili per il pieno sviluppo delle capacità di ciascun allievo; può quindi accadere che un fanciullo frequenti tutti i differenti Laboratori, mentre un altro ne frequenti solo alcuni tipi, perché, ad esempio, ha bisogno di perseguire un maggior sviluppo motorio e di esercitare abilità di manualità fine, mentre per altre conoscenze ed abilità sono sufficienti le sollecitazioni ordinarie ed omogenee offerte nel Gruppo classe o, addirittura, maturate in contesti extrascolastici.
Si consolida, in questo modo il Piano di studio personalizzato (Psp) di ciascun allievo: è questo un passaggio cruciale per l'azione educativa finalizzata alla crescita e alla valorizzazione della persona in tutte le sue dimensioni, un momento complesso che richiede una stretta collaborazione tra scuola, famiglia ed extrascuola.

Coerenza degli insegnamenti laboratoriali. Nelle realtà più complesse, l'efficace organizzazione dei Laboratori, che si possono anche articolare in più moduli progressivi di livello o di compito, deve poter contare sulla presenza di un docente unitariamente responsabile per ciascuna tipologia dei Laboratori attivati nella scuola; esemplificando, se il Laboratorio di Attività Informatiche è organizzato in quattro moduli progressivi di differente livello qualitativo affidati a docenti diversi, occorre che uno di questi docenti abbia la responsabilità del coordinamento scientifico e didattico generale di tutti e quattro i moduli e, quindi, anche dei colleghi che se occupano.
E' evidente, infatti, che solo la presenza di un Responsabile di Laboratorio può garantire, da un lato, la coerenza di sviluppo epistemologico dei vari moduli e, all'altro, il necessario collegamento tecnico e metodologico tra i docenti incaricati di svolgerli; la sua presenza è condizione per la realizzazione di un'offerta formativa che, mentre si adatta alle esigenze di ciascun allievo, (in ciò concordando le decisioni con il docente Tutor), non tradisce, però, nemmeno lo sviluppo logico dei contenuti di insegnamento.

Laboratori e Gruppo classe. Ciò non significa, però, che le attività laboratoriali non possano essere organizzate anche per e nel Gruppo classe almeno in due sensi.
Perché niente impedisce che il docente Tutor per un anno o per alcuni periodi dell'anno, si assuma la responsabilità di condurre moduli di lavoro all'interno di uno dei Laboratori appositamente costituiti nell'organizzazione della scuola e affidati ad un collega che ne è responsabile, mantenendo l'unità del suo Gruppo classe e così obbedendo anche al vincolo di svolgere con esso, fino alla terza Primaria, da 594 a 693 ore su 891 o 990 annuali di presenza.
Perché qualsiasi insegnamento si può svolgere in maniera laboratoriale. Per Scienze, ad esempio, si può pensare ad attività sperimentali e di realizzazione pratica delle conoscenze e delle abilità perseguite; per Storia si può prevedere l'analisi e l'interpretazione dei documenti, anche nella forma della multimedialità, che sfoci in materiale di consultazione/ presentazione di periodi storici, anche per altri; per Italiano si può progettare una Biblioteca, in cui all'attività di lettura facciano seguito occasioni di schedatura, di manipolazione dei testi originari, di predisposizione di percorsi di lettura/ascolto per i compagni più piccoli della scuola, ecc.

Esempi. Senza pretendere di soffermarsi sulle attività caratterizzanti tutti i Laboratori, può bastare, come esempio, ricordare che il Laboratorio di Attività Espressiva può essere il momento in cui l'allievo riunisce i diversi tipi di linguaggio che ha imparato a conoscere (verbale, orale, scritto, visivo, gestuale, musicale, artistico, …), ed utilizzarli con una precisa intenzione comunicativa che può trovare realizzazione in uno spettacolo teatrale, in una mostra, nell'arredo pittorico della propria aula o della scuola, in una campagna pubblicitaria ecc.
Analogamente, nel Laboratorio di progettazione si possono prevedere percorsi formativi interdisciplinari in grado di mettere realmente in gioco le competenze acquisite dagli allievi e di promuoverne di nuove. Si pensi, per esempio, a progetti operativi legati alla tutela ambientale, alla educazione alimentare, all'educazione alla salute, all'educazione alla cittadinanza…, laddove la semplicità delle operazioni da compiere non si traduce in banalità ma, anzi, favorisce l'acquisizione di una logica di lavoro corretta che pone criticamente l'alunno di fronte ad un problema e gli fornisce l'opportunità di progettarne prima e di verificarne poi la più o meno soddisfacente soluzione.
Una cura particolare merita il Laboratorio di Lingue. In esso si possono ovviamente prevedere attività di Gruppo classe riferite all'apprendimento della lingua italiana, ma diventa indispensabile utilizzarlo per l'apprendimento della lingua inglese. Il Laboratorio, in questa direzione, potrà essere affidato alla responsabilità della maestra specialista che, a seconda dei livelli di maturazione degli allievi e della natura delle attività a volta a volta proposte, potrà lavorare con profitto sia, in alcuni momenti, per Gruppi classe, sia, per lo più, per Gruppi di livello o di compito interclasse.
Non meno importanti i Laboratori di recupero e sviluppo degli apprendimenti (Larsa). Poiché non tutti i ragazzi necessitano di tempi uguali per gli stessi apprendimenti, né godono delle stesse opportunità familiari ed ambientali per acquisire gli obiettivi formativi stabiliti da ogni Istituzione scolastica, è indispensabile l'intervento di una funzione compensativa della scuola: dare di più a chi ha di meno e dare meglio a tutti. Occorre perciò utilizzare uno strumento flessibile come il Laboratorio che permette di personalizzare i processi di apprendimento e di maturazione, nella piena consapevolezza che spesso non è necessario agire sulla quantità ma sulla qualità e sulla pluralità piuttosto che sulla ripetitività del metodo (non è sempre vero che con tanti esercizi di riflessione sulla lingua, si migliora l'abilità linguistica di un alunno in difficoltà, a volte occorre un approccio metodologico diverso, un ambiente d'apprendimento meno affollato, l'utilizzo di un diverso tipo di intelligenza, un rapporto relazionale diverso, …). I Larsa possono essere assegnati al docente Tutor (soprattutto nei primi anni) oppure possono essere progressivamente affidati a docenti che si specializzano anche sul piano scientifico sul tema del recupero e dello sviluppo degli apprendimenti. Nei Larsa non sono da escludere, previa accurata organizzazione dei docenti, forme di mutuo insegnamento tra gli allievi più esperti e principianti, e le differenti formule che oggi contraddistinguono le pratiche della peer education e del cooperative learning. Nella maggior parte dei casi, infatti, i tutelati non solo non sviluppano nei confronti dei loro compagni riconosciuti più competenti alcuna dipendenza cognitiva, ma traggono molto profitto dalle spiegazioni. I tutori, per converso, non perdono tempo, ma acquistano una comprensione più profonda della disciplina insegnata. Il reciproco insegnamento (apprendimento per consulenza o per collaborazione tra pari), inoltre, motiva maggiormente la comprensione intellettuale, l'interesse emotivo, la partecipazione sociale e la ricerca di ulteriori livelli di approfondimento

Valorizzare le differenze.

Ciascun allievo porta a scuola tutto l'intreccio di affetti, emozioni, conoscenze, esperienze e relazioni che costituiscono la sua cultura, e quindi la sua identità. Un'identità per certi aspetti di tipo spaziale, per altri temporale; per alcuni aspetti legata alla famiglia e alla tradizione, per altri alle più radicali discontinuità del virtuale e dei messaggi massmediologici più o meno adulterati; da una parte di tipo collettivo, dall'altra di natura individualmente stilistica, emozionale, corporea.
Proprio a scuola, ogni allievo ha la possibilità non solo di scoprire le varie sfaccettature della propria identità, ma anche di sperimentare concretamente quelle degli altri, con compagni provenienti da altre regioni e da altri Paesi del mondo, con altre storie, altri modi di vivere e di raccontare la diversità tra maschi e femmine, il temperamento, il carattere, le capacità personali ecc…
Davanti a questa ineliminabile condizione di molteplicità si aprono due strade: quella dei tentativi di riduzione forzata ad un'unità omogenea ed uniforme, tipica delle culture e delle appartenenze chiuse e totalizzanti; quella che, invece, prende atto delle diversità, le tematizza e le trasforma, attraverso l'incontro, la ricerca e la reciprocità, in una ricchezza comune.
La Scuola Primaria è chiamata ad intraprendere questa seconda strada.
Si tratta, quindi, anzitutto, di rendere consapevole il fanciullo della circostanza di avere già di per se stesso un'identità frutto della combinazione unica e differente di percorsi e di storie diverse, vicine e lontane, personali e familiari, di gruppo e sociali.
In secondo luogo, si tratta di fargli toccare con mano quanto la circostanza sia comune anche a tutti gli altri, per cui consolidare la propria identità, in questo contesto, non può semplicemente significare un'estensione di quella personale a quella altrui, di ciò che è prossimo a ciò che è remoto, oppure di ciò che è più forte a ciò che è più debole, oppure ancora la semplice addizione di stili e modi di vita differenti ma incompatibili, bensì intraprendere un percorso più lungo e costoso che, tuttavia, si presenta anche come efficace sul piano personale e sociale. È il percorso della riflessione sempre aperta sul gioco delle affinità e delle differenze reciproche per elaborare senza semplificazioni, in un processo mai terminato di comunicazioni e di aggiustamenti, un modo di essere se stessi e di stare con gli altri che trasforma il riconoscimento delle differenze in opportunità di affermazione personale, di relazione e di interdipendenza sociale, di ricerca culturale e scientifica e di responsabile scelta morale.
Iniziano qui i primi apprendimenti della Convivenza civile che ha tra i suoi scopi proprio la maturazione di comportamenti improntati al rispetto, alla solidarietà, all'integrazione sociale, tramite l'incontro con e la conoscenza dell'altro.

La logica del positivo. Se si assume l'ottica che ciascuno di noi è "diverso" dall'altro, con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue potenzialità e i suoi limiti, le sue diversabilità si ribalta la logica con cui si è tradizionalmente guardato ed affrontato il problema della diversità nella scuola e, in questo contesto, il tema particolare dell'handicap.
Non è più questione, infatti, di integrare nessuno in una astratta normalità che poi si traduce in propensione all'uniformità, bensì di valorizzare al meglio le dotazioni individuali, escludendo qualunque modalità stereotipata di approccio alla pluralità di situazioni e di prestazioni che caratterizzano ogni essere umano. Le diversità di ciascuno, in altri termini, segno di una possibile ricchezza per tutti nel momento in cui ciascuna fosse ottimizzata e impiegata, con creatività, come intenzionale contributo ad un'inclusione sempre più ampia e ad un'affermazione di sé sempre più congrua nel mondo e nella società.
Per questo non bisogna mai definire nessuna persona per sottrazione: non ha, non sa, non sa fare, non può fare questo e quello. Tantomeno indulgere a questa propensione con i soggetti in situazione di handicap. Non è mai la carenza di alcunché, infatti, che può contraddistinguere chiunque, ma la sua capacità di sentire, di fare, di agire e di pensare nell'unico suo modo specifico e personale. È da qui, dal positivo, dunque, che si inaugura l'educazione che non è poi altro che lo sviluppo dell'unità e dell'integralità di se stessi a partire dalle capacità unitarie e integrali che si possiedono e, quindi, a partire anzitutto dall'accettazione globale di sé.
Sapienza didattica è assecondare questo percorso evolutivo che consente a ciascuno di essere un tutto, una persona integrale, pur potendo sempre contare al meglio soltanto su alcune parti di sé; e di scoprire che la persona integrale, come ogni tutto, è per definizione una miniera inesauribile di risorse e di energie, perciò mai 'sfruttata' fino in fondo e una volta per sempre. Per questo, in fondo, così sorprendente e generativa da affermarsi perfino quando i limiti e i condizionamenti sembrerebbero comprimerla in maniera invincibile.

Handicap e cultura pedagogica. Collocare in questo quadro teorico il problema degli allievi in situazione di handicap nei Gruppi classe e nei Gruppi di livello, di compito ed elettivi significa revisionare alcuni stereotipi.
In particolare, serve a condannare il facilismo didattico giustificato con il moralismo pedagogico. Questi atteggiamenti rischiano, infatti, di tenere il processo di apprendimento di questi, come di qualunque altro allievo, fermo ed immobile, prigioniero di un pensiero improntato al timore del rischio, alla cultura dell'autoconservazione, all'oblio del generale principio secondo il quale l'integrazione di chiunque nello spazio simbolico della cultura e nelle relazioni tipiche della Convivenza civile richiede innanzi tutto una pedagogia della speranza (molto simile a quella genitoriale) che proietta con fiducia gli allievi verso positive prospettive personali di vita e rispetta la loro dignità di uomini che si immaginano e si costruiscono il futuro, a partire dal proprio.
Collocare il problema degli allievi in situazione di handicap nel contesto di una generale valorizzazione delle differenze, inoltre, serve anche a condannare le fughe tecniciste, siano esse di tipo psicologizzante oppure riabilitativo e medicalizzante. Queste prospettive, infatti, sono più etiologiche che prospettiche; guardano più alle cause che ai fini; colgono e lavorano più sui deficit che sul positivo di ciascuno. Privilegiano, insomma, nell'accostarsi alle persone, lo sguardo della parzialità più che quello della integralità, com'è e deve essere quello educativo. Ora, è doveroso confrontarsi con i Profili dinamici funzionali (soprattutto se non ripropongono gli assi dei tradizionali manuali diagnostici statistici per le malattie della mente). Né è di per se negativo avere nel Pei di un allievo in situazione di handicap documenti di natura medicoriabilitativa. Ciò che pare importante, però, è non fermarsi a questo punto, ma affermare la specificità dello sguardo pedagogico; sguardo che, pur partendo da prospettive parziali, punta sempre, come si anticipava, a sollecitare un progetto di vita globale per la persona che c'è, nella sua unità e globalità, consapevole che essa è in divenire e possiede comunque risorse originali, sorprendenti e creative che è professionalità scoprire e valorizzare in prospettiva educativa.

Il caso dislessia: oltre il sintomo. Il discorso si ripete, per esempio, a proposito di quei ragazzi che pur essendo intellettualmente dotati nella media, se non, spesso, oltre la media, sono, tuttavia, affetti da dislessia, disgrafia, discalculia fino alle disprassie e alle disritmie. L'insistenza sul sintomo o, ancora peggio, il suo mancato riconoscimento soprattutto dopo il primo biennio, rischia di creare notevolissime difficoltà all'allievo. Nel primo caso gli crea prima ansia da prestazione e poi frustrazione e autosvalutazione. Nel secondo caso, scambiando per negligenza o pigrizia ciò che è invece da addebitare a precise cause di natura neurologica, gli determina addirittura un vero e proprio blocco della volontà di apprendere, così sprecando un'intelligenza che era vivida e perfino superiore.
Se il successo nell'apprendere è la motivazione più importante ad apprendere per chiunque, è naturale che occorra costruire per questi allievi un setting pedagogico che li ponga nelle condizioni di sfruttare la pur notevole intelligenza di cui sono dotati. Sarà allora necessario non solo poter contare su una precisa diagnosi prodotta da specialisti (neuropsichiatra, logopedista) per riconoscere il disturbo, ma anche, per non dire soprattutto, aggirare la didattica del sintomo.
Infatti, se la competenza nella lettura e nella scrittura è indispensabile nell'apprendimento di tutte le discipline, ma, allo stesso tempo, se è proprio su questa competenza che i soggetti con queste particolari patologie non riescono ad avere successo, è gioco forza chiedere alla scuola di trovare canali d'apprendimento diversi dalla lettura ad alta voce, dalle verifiche scritte, dalla copiatura di testi o di consegne ecc., ma molto più basati sulle dimensioni multisensoriali dell'operare, del toccare e del vedere. Per esempio, bisognerebbe adoperare calcolatrici, registratori, videoscrittura con correttore ortografico incorporato, sintesi vocali, schemi e sequenze iconiche. Oppure, bypassando ogni riferimento alla lettoscrittura, agire sulla pura costruzione mentale, modalità di apprendimento, come è noto, che sta nella parte più alta di qualsiasi tassonomia delle capacità cognitive.
In questa direzione, è necessario, allora, sostituire l'insegnamento nel Gruppo classe, di solito standardizzato, con attività più mirate in Gruppi di livello, di compito ed elettivi nei quali si possano opportunamente differenziare per i diversi soggetti le strategie didattiche. Oppure bisogna procedere all'insegnamento nel Gruppo classe, adoperando però per tutti o le strategie di apprendimento multisensoriali piuttosto che linguisticoastratte, o quelle altissime che aggirano la lettoscrittura.
Nell'uno e nell'altro caso, comunque, andare oltre la didattica del sintomo per assumere quella globale della persona, vuol dire assicurare a ogni allievo un rapporto individuale costruttivo, l'abitudine a prendere sul serio i suoi problemi, a provare comprensione e solidarietà, a creare un clima di fiducia e serenità, a non confondere mai il giudizio sui risultati di un lavoro con quello relativo alla persona che l'ha svolto. Inoltre, intervenire con tutti con opportune strategie metacognitive e di orientamento, ovvero aiutare ogni allievo a riflettere sulle modalità di apprendimento che preferisce, insegnargli le tecniche specifiche attraverso le quali può migliorare il suo apprendimento, guidarlo a comprendere le proprie capacità e ad impiegarle al meglio proprio per costruire un proprio progetto di azione che dia senso al suo lavoro scolastico, sostenere la sua autostima e irrobustire la sua sicurezza. L'apprendimento, infatti, non è soltanto una questione di abilità specifiche, ma riguarda sempre la totalità delle dimensioni umane.

L'organizzazione del Piano di Studio nella prima classe e nel primo biennio.

Nella prima classe e nel primo biennio della Scuola Primaria i fanciulli iniziano a sperimentare le prime forme di organizzazione delle conoscenze, utilizzando il loro personale patrimonio, ricco di precomprensioni dei fenomeni e delle azioni, di conoscenze ed abilità.
In questi anni, essi vengono accompagnati, senza fare riferimento esplicito allo statuto delle discipline, nel passaggio da una visione del mondo legata ad un patrimonio di cultura e di comportamenti strettamente legati alla loro esperienza ad una prima consapevolezza delle categorie presenti nelle discipline di studio che raccolgono e danno significato a ciò che essi vivono e che via via apprendono.
Proprio per questo gli insegnanti non dimenticano mai, in questo periodo, che l'ordine psicologico e didattico delle conoscenze e delle abilità insegnate è altra cosa rispetto all'ordine epistemologico delle discipline così come sono presentate negli obiettivi specifici di apprendimento.
A proposito di ordine psicologico e didattico da seguire, va ricordata l'importanza di partire sempre dall'esperienza significativa del fanciullo e di ritrovare in essa, attraverso apposite riflessioni condotte in gruppo e ben guidate dal docente, l'organizzazione concettuale che le può interpretare e descrivere al meglio socialmente negoziato. Sarà in questa maniera che si potranno a mano a mano arricchire i quadri concettuali elaborati e giungere, dopo le opportune mediazioni e sistemazioni critiche, all'emergere di quadri concettuali esplicitamente improntati all'organizzazione disciplinare.
Introdurre gradatamente gli alunni e le alunne alle discipline significa, quindi, aiutarli a passare senza forzature dalla loro modalità di leggere la propria ed altrui esperienza ad una modalità più intersoggettiva e condivisa. Significa, inoltre, abituarli a cogliere e ad usare modi e strumenti logici per loro nuovi ma altrettanto significativi di elaborare curiosità, esperienze, conoscenze, inquadrandoli in un sistema all'interno del quale la parte si lega al tutto e il tutto non si dà se non come parte.
Al fine di mantenere la maggior coesione possibile tra i vari percorsi di apprendimento, possono essere utilizzati alcuni nuclei esperienziali unitari dai quali far scaturire le conoscenze e le abilità presenti nelle Indicazioni nazionali e attorno ai quali via via poi collocarle ed ordinarle fino a quando non raggiungeranno l'autonomia dell'ordinamento disciplinare; si tratta, quindi, di individuare aree di esperienza che siano psicologicamente e culturalmente aggreganti, e sulle quali far convergere l'esercizio delle competenze maturate dagli allievi. A puro scopo orientativo si forniscono alcuni esempi.

· L'autobiografia: può essere il campo all'interno del quale l'alunno si racconta nei vari momenti della sua vita, si descrive, esercitando, oltre al parlato, le prime forme di scritto, utilizzando anche altri codici già sperimentati nella scuola dell'infanzia come quelli iconico, gestuale e mimico; impara a collocare se stesso nel tempo e nello spazio, a rappresentarsi nelle sue specificità in relazione ad altre persone, alle varie esperienze, condotte in famiglia, a scuola, nell'extrascuola, nella varietà degli spazi vissuti; ad interrogarsi su che cosa significhi per sé e per gli altri essere in buona salute, alimentarsi bene, fare attività fisiche adatte al proprio corpo e alla sua crescita.

· Il mondo: utilizzando il termine in senso molto ampio, il fanciullo è stimolato ad osservare la natura che lo circonda, gli eventi e gli oggetti con cui viene in contatto o di cui ha percezione, a descriverli, a rappresentarli, a dare loro un ordine logico, spaziale e temporale, ad osservare elementi costanti e/o eccezionali, ad individuare rapporti di causalità, di temporalità, di funzionalità. Ma, all'interno di quest'area di esperienza, l'allievo può anche conoscere tradizioni, patrimoni culturali, valori, modi e forme della religiosità, punti di vista, problemi ambientali, tutti aspetti che egli ritrova nella realtà direttamente vissuta.

· La fantasia: è importante permettere all'alunno di costruirsi altri mondi, di leggere in modo originale l'esperienza quotidiana, attraverso modalità consuete o stereotipate di lettura del reale, e i vari codici a disposizione. Ciò non solo per soddisfare bisogni di natura emotiva ed affettiva propri di questa età, ma anche perché la possibilità di giocare intenzionalmente con le regole codificate diventa occasione per una conoscenza più approfondita delle stesse.

· Gli altri: la progressiva costruzione del sé si misura con la famiglia, la classe, gli amici; tutte queste persone costituiscono i personaggi delle esperienze sulle quali il bambino può vivere la comunicazione, esercitando in modo articolato la funzione interpersonale, per ascoltare, discutere, confrontarsi, spiegare; funzioni tutte aggregate da una forte valenza affettiva di significati che rende l'allievo motivato ad apprendere. Certamente non secondario per la crescita di ciascun fanciullo sarà il percorso che conduce a riflettere sulle relazioni con simili e molto diversi, sulle regole necessarie per stare bene insieme per giocare, impegnarsi, imparare… Può essere anche il primo concreto realizzarsi dell'educazione alla Convivenza civile; dall'esperienza personale alla riflessione su di essa: l'allievo apprende a risalire alla concettualizzazione dei principi di Convivenza civile e ad estenderli a comunità sempre più ampie.

· Il paese, la città: in questo contesto, può essere preso in considerazione il problema del percorso casascuola, oppure i parchi gioco, così come possono essere osservati, descritti, misurati, rappresentati,… i luoghi preferiti del proprio paese, della propria città; si può cominciare a ragionare sui problemi che nel proprio ambiente, a partire proprio da quello più vicino, ciascun allievo deve affrontare (la mancanza di pulizia, di spazi verdi, di piste ciclabili, di edifici scolastici accoglienti, il rumore durante la mensa che impedisce di ascoltarsi…) ed avviarlo all'esercizio di una capacità propositiva di soluzioni, anche semplici, ma che lo abituino ad interrogarsi non solo sul mondo che c'è ma anche su quello che sarebbe bene ci fosse. Tutto ciò costituirà anche occasione motivante per l'esercizio delle abilità del descrivere, del discutere, dell'interpretare, del rappresentare la realtà con gli strumenti della matematica.

· L'ordine, il disordine: questa area dell'esperienza può sembrare astratta; tuttavia, ad un fanciullo basta poco per scoprire quanto sia concreta ed appunto 'esperienziale': il quaderno, il diario, il banco di lavoro, la propria cameretta, … i propri sentimenti, il proprio linguaggio, i propri comportamenti.…il mercato, il traffico… le distanze…lo scambio e così via: che cosa succede quando si fa esperienza dell'ordine o del disordine? Come ci si accorge se c'è la prima o la seconda condizione? Bisogna negoziare per stabilirlo oppure esistono indicatori oggettivi che è soggettivamente facile identificare? Perché sì o no? Ecc. Da queste esperienze, un cammino di riflessioni guidate che conducono senza fatica a scoprire il numero, la misura, le proprietà delle relazioni logiche, il cosmo, la scienza, il linguaggio, lo spazio rappresentato.

· Il piacere e la bellezza: la confusione tra ciò che piace e ciò che è bello è un tratto antico dell'esperienza umana; proprio per questo, tuttavia, l'uomo ha anche sempre cercato di distinguere le due esperienze; neanche i fanciulli si sottraggono a questo sforzo: che cosa piace? Tutto ciò che piace è anche sentito bello? Che cosa distingue il sentimento del piacere e della bellezza? Una merendina, un quadro, il compiacimento di un lavoro ben fatto, un brano musicale ci danno le stesse sensazioni? Ci danno sensazioni o ci suggeriscono idee? E quali, di che tipo, se le une o le altre? Sensazioni o idee sono ambedue chiare, distinte o confuse? Che cosa ce lo può dire? Il cielo stellato, l'alba, l'arcobaleno dopo un temporale, un paesaggio, un bel quadro, un monumento ci piacciono o sono belli? Possiamo dire che un problema è bello o che ci piace? Quando ci capita, perché, come? Ecc. Non sembrino riflessioni troppo sofisticate ed eccessive: sono solo riflessioni che vanno riscoperte come strumento ideale per riappropriarsi dell'introspezione e della sua verbalizzazione, per non soccombere di fronte al moltiplicarsi di richieste d'uso e di compiti operativi. Oppure sono esperienze che non si nega possano essere provate anche dai fanciulli, ma che sono semplicemente ridotte a successioni di stati d'animo che restano afone e che pochi aiutano a trasformare in interrogativi e in scoperta della propria profondità interiore. Eppure, è dal confronto con queste analisi dell'esperienza, e della loro sempre più approfondita sistemazione critica, che si scoprono le strutture simboliche da cui scaturisce la morale, l'arte, la musica, la letteratura, la poesia, la matematica, la scienza, la storia, il mito, il sacro; e quindi, che appaiono meno astratte le discipline di studio formalizzate, che si incontrano nel secondo biennio.

L'organizzazione del Piano di Studio nel secondo biennio.

Nel secondo biennio della Scuola Primaria si definisce il passaggio che porta alla consapevolezza del linguaggio della disciplina come elemento ordinatore e formale dell'esperienza; pur rimanendo quest'ultima il momento fondamentale per dare unità di senso all'apprendimento, si evidenziano le caratteristiche intrinseche di metodo, di oggetto e di linguaggio tipiche dei vari punti di vista disciplinari.
L'allievo comincia ad usare i diversi linguaggi disciplinari come strumento per comprendere più analiticamente la realtà che lo circonda e per comunicare con maggior precisione la propria esperienza e la rappresentazione intellettuale che ne ricava.
Concluso l'itinerario formativo che ha avviato i fanciulli a scoprire riflessivamente, all'interno della loro esperienza personale e socioambientale, la funzione interpretativa e ordinatoria delle diverse discipline è possibile, a partire dal secondo biennio, cominciare a coniugare senso globale dell'esperienza e rigore disciplinare, organicità interdisciplinare e analisi sistematica delle singole discipline, integralità dell'educazione e attenzione a momenti peculiari di essa.
Naturalmente, non è il caso di impostare l'insegnamento prevedendo un orario per ogni disciplina che si replica uguale settimana dopo settimana. Significherebbe trasformare le discipline di studio in materie ed adattare le persone degli allievi alle discipline, non il contrario.
Ribadire la strumentalità delle discipline di studio alla crescita intellettuale, morale, espressiva, sociale, operativa, religiosa dell'allievo vuol dire, invece, ricordarsi che le conoscenze e le abilità disciplinari elencate nelle Indicazioni nazionali sono straordinarie occasioni di crescita educativa se e solo quando diventano conoscenze ed abilità personali e sfociano nelle competenze degli allievi. Questo processo di personalizzazione non avviene a priori e tramite l'esposizione a un'organizzazione dei contenuti di pensiero per discipline formalizzate, che si assorbirebbe per contagio e che sono comunque lontane dall'unità dell'esperienza individuale e dal senso che, per ciascuno, l'accompagna.
Bisognerà allora non trascurare l'importanza di partire quanto più è possibile da queste dimensioni, e di avere la competenza professionale di sollecitarle davanti alla trattazione delle conoscenze e delle abilità disciplinari anche più distanti da esse, che si intendono insegnare.
Da questo punto di vista, per esempio, può essere utile non insegnare per discipline (o per i loro concetti o le loro strutture), ma per problemi o per progetti che richiedono, per essere risolti o realizzati, l'impiego delle discipline; oppure adoperare una didattica narrativa che sembra la più adatta non a risolvere, ma a creare e a porre problemi e a suscitare l'esigenza di progetti che poi le discipline possono appunto aiutarci a risolvere o a realizzare. In questa maniera, la combinazione di psicologia ed epistemologia, di esperienza e di formalizzazione, di vita e di sapere diventa un programma educativo maggiormente percorribile.

Modalità didattiche e relazionali

Al loro ingresso nella Scuola Primaria, i fanciulli hanno già vissuto un grande numero di esperienze alle quali hanno dato un personale significato anche grazie ai percorsi realizzati nella Scuola dell'Infanzia. La Scuola Primaria si pone in una linea di continuità nella concezione dell'apprendimento come rielaborazione personale e consapevole di conoscenze ed abilità che, fatte proprie dal soggetto che ha appreso, vengono riutilizzate autonomamente in situazioni nuove.
Perché l'apprendimento sia significativo e si realizzi pienamente, i docenti della Scuola Primaria avranno cura di attivare alcune priorità pedagogiche e didattiche che favoriscono la progressione e la sicurezza degli apprendimenti degli allievi.

Situazioni di apprendimento e attività strutturate. L'insegnante propone agli allievi situazioni di apprendimento complesse nelle quali essi sono obbligati a connettere le loro conoscenze ed abilità per superare gli ostacoli, risolvere i problemi posti e così dimostrare competenza.
Se vogliamo assicurare apprendimenti solidi, le situazioni complesse non possono esser pensate senza un'articolazione con attività strutturate, di memorizzazione e di consolidamento delle conoscenze e delle abilità particolari. Si tratta di bilanciare con gli allievi situazioni complesse ed attività specifiche per permettere loro di cogliere il senso di ciò che fanno e facilitarne il trasferimento da una situazione all'altra. Per realizzare questo trasferimento è prezioso l'utilizzo didattico dell'errore, che fa parte a pieno titolo del processo di apprendimento. Gli allievi esprimono opinioni errate, propongono soluzioni parzialmente corrette; conviene comprendere se gli errori sono dovuti a distrazione, all'incomprensione del compito da svolgere o all'interferenza di visioni globali del mondo maturate nell'ambiente di provenienza o, addirittura, a disturbi fisici (vista, udito, ecc.). Questa distinzione è necessaria per intervenire opportunamente e, soprattutto, sempre nel rispetto della coscienza morale e civile degli allievi, criticamente. A seconda del caso, sarà sufficiente una semplice correzione o una nuova spiegazione, una domanda o ancora una modifica dell'attività proposta tenendo conto dello sviluppo cognitivo; oppure, un confronto tra diverse visioni globali del mondo; fondamentale, comunque, rimane la necessità di consapevolezza dell'allievo circa l'errore e le modalità di correzione.
Spesso nelle situazioni complesse di apprendimento occorre utilizzare la differenziazione dell'azione didattica che permette agli allievi la messa in campo del loro modo di procedere e all'insegnante la realizzazione degli interventi di aggiustamento. La differenziazione dell'azione didattica può anche concretizzarsi nella scelta che l'insegnante fa circa le situazioni d'apprendimento, nel raggruppamento degli allievi per uno scopo preciso, in un certo Laboratorio, nel piano di lavoro in parti differenziate, nei tempi di lavoro domestico più personalizzati, di laboratori a scelta.

Procedure di ricerca. Attraverso le domande esplicite o implicite degli allievi, l'insegnante sceglie problemi da risolvere, organizza attività stimolanti, apre nuove piste per spingerli alla curiosità e alla ricerca vera e propria, all'esplorazione e ai tentativi di risoluzione. L'allievo, in questo modo, è condotto a paragonare le proprie anticipazioni ai risultati delle sue azioni, sia in matematica, che nella lettura che nelle scienze. Questa esigenza di rigore fa parte delle procedure di ricerca; essa spinge l'allievo ad interrogarsi, ad imparare a non esprimere un parere per il solo desiderio d'avere ragione, ma lo stimola ad avere una capacità critica, che modifica ed arricchisce la relazione con gli altri.

Intersoggettività e socializzazione. L'alunno dice e spiega per sé e per gli altri ciò che fa, ciò che trova. L'insegnante lo conduce a precisare il suo pensiero, le sue domande, le sue spiegazioni, le sue constatazioni. Questo lavoro di comunicazione sociale, da svolgersi necessariamente in gruppo (sia classe, sia di livello, di compito ed elettivo), resta spesso lacunoso e difficile per alcuni e proprio gli alunni più poveri dal punto di vista linguistico hanno bisogno di essere incoraggiati a questo esercizio di comunicazione.
Per rendere proficuo il lavoro in gruppo l'insegnante deve attivare un sistematico atteggiamento di osservazione. Un' attività di gruppo, infatti, spesso scatena conflitti e dispute che distraggono dal fine e intralciano la realizzazione del compito da svolgere; può accadere, inoltre, che alcuni (magari sempre gli stessi) parlano, disturbano, si agitano mentre altri seguono, aspettano, sognano di potere anch'essi dire e fare. Gli uni e gli altri si stringono nel loro ruolo e mantengono il loro comportamento.
Proprio nella Scuola Primaria, un'attività di gruppo può diventare l'occasione per esercitare la socializzazione: rispettare l'altro, è rispettare il suo turno per parlare, il suo posto, il suo ritmo, la sua differenza, le sue affermazioni. Passare dal proprio punto di vista al coordinamento dei vari punti di vista e alla cooperazione nell'attività è una difficile conquista che interessa sia gli apprendimenti cognitivi sia quelli sociali, morali e affettivi.
L'insegnante aiuta ogni bambino a specificare il proprio compito e il proprio ruolo per portare a termine un'attività comune che aiuta gli allievi a responsabilizzarsi nel lavoro di gruppo. E' la realizzazione del principio della pedagogia cooperativa così come si sviluppa attualmente.
Non bisogna però dimenticare che, durante un'attività in gruppo, un allievo può provare il bisogno di stare da solo per riflettere, cercare, pensare. Questo bisogno dipende dal suo cammino personale; perciò, l'insegnante assicura flessibilità nell'organizzazione delle attività. Egli non deve perdere di vista che il lavoro di gruppo suppone la capacità di decentrarsi, capacità che si conquista proprio nella Scuola Primaria e che, di conseguenza, non può essere considerato come acquisito.

Coinvolgimento dell'allievo. Identificare chiaramente i diversi compiti da svolgere e il fine degli apprendimenti fissati è strategia che contribuisce ad evitare la dispersione, a canalizzare l'attenzione dell'alunno, a motivarlo facendogli capire lo scopo del suo sforzo nell'imparare, ad orientarlo. E' lo spazio del contratto formativo che si realizza in prima battuta con l'alunno, anche bambino della prima classe, che ha il diritto di essere coinvolto per cominciare ad esercitare il dovere di apprendere. Al fine di rendere gli alunni consapevoli delle possibilità d'azione sui loro apprendimenti è indispensabile fornire degli spazi di riflessione sul loro funzionamento, i loro successi, le loro difficoltà. Percorsi di autovalutazione/valutazione tra allievi e di valutazione insegnante alunno devono trovare il loro spazio nelle attività quotidiane e confluire nelle osservazioni sistematiche che ogni docente, ma in special modo il docente coordinatore Tutor, deve raccogliere per identificare il percorso di apprendimento adatto a ciascuno degli allievi che gli sono affidati.

Le dinamiche di gruppo. Il gruppo di allievi che costituisce una classe non è un gruppo come gli altri, essendo costruito a tavolino, e coloro che ne fanno parte, oltre a provenire ciascuno dal gruppo della propria famiglia, hanno negli amici, fuori dalla scuola, il gruppo in cui si riconoscono (i pari) e in cui sono fortemente inseriti, proprio per la loro giovane età.
Il gruppo classe è dotato, quindi, di una sua specificità, i suoi membri non si scelgono, ma devono, comunque, lavorare insieme e produrre risultati, in un vero e proprio "gomito a gomito" che si protrae per molte ore al giorno e per moltissimi giorni in un anno. Al suo interno possono, poi, nascere, per via delle dinamiche di gruppo, sottogruppi che hanno propri obiettivi e logiche e che stabiliscono relazioni e interazioni, esplicite, ma spesso implicite, fra loro e con l'insegnante. Ognuno nella classe ha la capacità di far star bene o male gli altri.
Queste considerazioni richiedono ai docenti sia attitudini di leadership organizzativa, che significa autorità, autorevolezza, responsabilità, consapevolezza, flessibilità, sia conoscenza delle dinamiche del vivere insieme osservate in classe nelle fasi della vita del gruppo, nei sottogruppi, nell'interazione fra i suoi tre soggetti (l'insegnante, lo studente, la classe), nel gioco dei ruoli, nelle forme e nelle funzioni dei conflitti, nei meccanismi di integrazione e di emarginazione. In questo modo gli insegnanti potranno impossessarsi di uno strumento duttile e adatto a suscitare il positivo per superare le difficoltà e per creare un clima di collaborazione didattica. Si tratterà pertanto di acquisire familiarità con le più note teorie del gruppo, per riconoscerne nel giorno dopo giorno, in classe, gli stadi e la storia.

La comunicazione. La comunicazione è un flusso ininterrotto, un evento inevitabile, al di là del significato che i soggetti coinvolti danno l'uno al comportamento dell'altro. Poiché interazione, comunicazione e motivazione sono fra loro intrecciate, l'insegnante lavorerà sulla propria capacità comunicativa a più livelli: curerà, oltre alle più importanti tecniche comunicative, il proprio modo di porsi, a partire da un concetto di sé positivo e dimostrandosi aperto con la propria identità personale nel rispetto dell'identità personale dello studente. La competenza comunicativa sarà tanto più ricca ed efficace quanto più si avvarrà di una assertività costruttiva, che è l'aspetto comunicativo dell'autorevolezza e dell'equità nella relazione.
Il ponte della comunicazione funzionerà dalle due direzioni se le risposte saranno efficaci ed empatiche, se ascoltare e parlare metterà in contatto due persone e non due ruoli ("spiego e interrogo" da un lato e "leggo e ripeto" dall'altro, spesso con un notevole accumulo di stress dalle due parti). Sarà più facile, così, per ciascun allievo, percepire, per esempio, che c'è un modo per affrontare e modificare, almeno in parte, ciò che lo mette in difficoltà, sentirà di poter sbagliare e di potersi mettere di nuovo alla prova. Il suo insegnante gli trasmetterà sicurezza e fiducia, gli interrogativi posti acquisteranno il senso di ampliare la conoscenza di se stessi, del mondo e del proprio background culturale e umano ed emergeranno più facilmente appigli e mete della motivazione ad apprendere.

Sulla valutazione

Ferma restando la distinzione tra valutazione esterna ed interna chiaramente indicata nei vincoli organizzativi delle Indicazioni nazionali per i Piani di Studio Personalizzati nella Scuola Primaria, è utile che ciascuna istituzione scolastica rifletta sui due momenti della valutazione interna: il primo è quello che riguarda gli elementi di sistema (l'efficacia della progettazione didattica, la qualità dell'insegnamento, il grado di soddisfazione delle famiglie e del territorio, …) che danno il riscontro preciso circa l'effettiva realizzazione di quanto dichiarato nel Piano dell'Offerta Formativa della scuola; il secondo è quello relativo alla valutazione diagnostica, formativa e sommativa (periodica, annuale e biennale) dei singoli studenti.
Della valutazione diagnostica va sottolineata la stretta correlazione con l'idea dei Piani di Studio Personalizzati che portano fino in fondo la strada dell'abbandono dell'uniformità a priori, già avviata con la stagione dei curricoli; la valutazione diagnostica consiste nell'individuare qual è al situazione di apprendimento di ciascun allievo in ordine alle sue capacità e alle conoscenze e alle abilità che le rivelano. Fatta la "diagnosi" si può procede ad impostare il Piano di Studio Personalizzato che indica attraverso quale percorso, quali strategie, quali nuove conoscenze ed abilità ciascun ragazzo riuscirà a raggiungere gli obiettivi formativi stabiliti dalla scuola, la quale coniuga la propria responsabilità progettuale con la personale responsabilità educativa dell'alunno, della sua famiglia e del territorio.
Della valutazione formativa e sommativa è ormai comunemente acquisito il carattere di "trasparenza". Si tratta, forse, di una valutazione oggettiva, nel senso che rende conto in modo documentabile e misurabile di una prestazione che prescinde da chi la esegue, intercambiabile tra diversi soggetti e contesti, proporzionale al grado di eccellenza con cui è esibita da ciascuno? Oppure valutazione "trasparente" vuol dire semplicemente valutazione chiara, senza ambiguità, con tutte le motivazioni esplicite per il soggetto a cui è destinata?
Nel primo senso, la valutazione sembra inarrivabile, rimanda ad un'asetticità difficilmente realizzabile; nel secondo è certo più praticabile e rimanda ad una connessione con la valutazione formativa a cui ciascuno ha diritto. La valutazione diventa personale, di ciascuno, nel senso che vale solo per quell'allievo o al massimo per quella classe. Ogni docente, infatti, nei momenti critici dell'itinerario formativo di un allievo e di una classe, sfrutta sempre fino in fondo le forti valenze motivazionali della valutazione: sopravvaluta e sottovaluta qualcuno o il collettivo nel suo insieme, né poco né troppo, per non deprimere o illudere, ma per stimolare quanto serve allo scopo di uscire da situazioni di impasse altrimenti irrisolvibili. Adopera, insomma, un'accortezza intuitiva e dinamica che, per sua definizione, è soggettiva, affidata alla saggezza professionale che può vantare. Naturale che, in questo caso, intercambiabilità e proporzionalità svaniscano.
La valutazione trasparente, quindi, si palesa, alla fine, in questo contesto, non negoziabile. Sta in piedi solo se gli alunni e i genitori non sono posti sullo stesso piano dei docenti e non hanno il diritto alla rivendicazione comparativa. Ai primi compete capire con chiarezza perché hanno ottenuto una determinata valutazione, non determinarla o contrattarla tanto o poco. La responsabilità è del docente e della sua deontologia professionale.
Nel caso specifico della Scuola Primaria occorre sottolineare come restino comunque in vigore gli artt.144 e 145 del Dlgs 16 aprile 1994, n. 297 che prevedono l'eccezionalità della mancata ammissione alla classe e al biennio successivi, subordinata peraltro al parere dell'équipe dei docenti dell'allievo, sulla base di una motivata relazione.

Raccomandazioni specifiche per la didattica della Convivenza civile

Le esemplificazioni che vengono proposte a pagina 67 vogliono essere un suggerimento orientativo di come si possa realizzare il raggiungimento degli obiettivi formativi indicati da ciascuna istituzione scolastica in ordine all'educazione alla Convivenza civile utilizzando conoscenze ed esercitando abilità proprie delle varie discipline della Scuola Primaria .
Ciò a dimostrazione che gli obiettivi specifici di apprendimento, benché indicati analiticamente sia per le diverse discipline sia per l'educazione alla Convivenza civile, obbediscono al principio della sintesi e dell'ologramma per cui gli uni rimandano agli altri, la parte rimanda al tutto e viceversa.
Un obiettivo specifico di apprendimento di una della dimensioni della Convivenza civile, infatti, è, e deve essere, anche disciplinare; viceversa anche dentro alla disciplinarità più stretta va rintracciata l'apertura inter e trasdisciplinare in un movimento continuo che rappresenta la compiuta realizzazione dell'educazione integrale di ciascuno a cui tutta l'attività scolastica è indirizzata.

La circolarità tra discipline e Convivenza civile

Da questo principio discende che, ad esempio, educare ad una gestione corretta della propria alimentazione non è "fare altro" rispetto alla realizzazione degli obiettivi formativi stabiliti per le varie discipline da ciascuna istituzione scolastica, proprio a partire dagli obiettivi specifici di apprendimento espressi nelle Indicazioni nazionali di Scienze, di Attività Motorie e Sportive, di Italiano, …; perciò lavorando sull' alimentazione, i nutrienti, il fabbisogno idrico, i modelli culturali, la pubblicità, ecc… si utilizzano conoscenze strettamente disciplinari e si esercitano abilità specifiche. L'educazione alimentare, a questo punto, presentata in tutta la sua complessità formativa, diventa potente strumento per l' assunzione di un modello culturale consapevole e valido per l'intera esistenza dell'uomo, un modello che prevede uno stile di vita equilibrato in cui sana alimentazione, attività fisica adeguata, disponibilità mentale positiva, diventano elementi fondamentali.
Se si riproduce questo ragionamento per tutte le altre dimensioni che vanno a comporre il mosaico della Convivenza civile si può comprendere il seguente proposito generale: gli obiettivi formativi delle diverse discipline si concretizzano in competenze, cioè in atteggiamenti, comportamenti, giudizi, modi di vivere, che trovano nell'esercizio individuale e sociale dei valori della Convivenza civile la loro causa efficiente e la loro causa finale.
Ancora un esempio: se i docenti, con una attenta programmazione disciplinare e interdisciplinare, impostano un serio lavoro di educazione alla salute (ben lontano da qualunque concetto di salutismo a tutti i costi!), favoriscono la presa di coscienza, anche da parte di un fanciullo della Scuola Primaria, su come aver cura della propria salute aiuta anche gli altri a vivere meglio. Accanto a questa consapevolezza, è anche fondamentale che si sviluppi l'idea che la malattia è comunque un limite intrinseco all'uomo il quale, per quanto la affronti e la curi e debba sentire questo compito come un grande imperativo morale e di civiltà, non se ne può sottrarre, ma deve cercare di viverla senza nulla togliere al proprio essere uomo.

Una responsabilità di tutti

E' evidente il grande impegno pedagogico e didattico richiesto, ai fini dell'educazione alla Convivenza civile, alla Scuola Primaria e ai suoi docenti. Tutti i docenti, infatti, sono tenuti ad interrogarsi sul contributo che il loro insegnamento può portare alla maturazione di corretti comportamenti di educazione stradale, ambientale, alimentare, alla cittadinanza, alla salute e all'affettività; essi, onde evitare inutili forzature, devono concordare collegialmente sia gli interventi educativi e didattici necessari, sia lo stile relazionale a cui intendono ispirarsi nella vita quotidiana all'interno della scuola tra adulti e fanciulli e tra adulti stessi; ciò al fine di trasmettere, anche e soprattutto attraverso l'esempio dei comportamenti personali, messaggi impliciti coerenti con i valori espressi dalla Convivenza civile.

Per la didattica delle discipline di studio

omissis

Storia

I ragazzi, oggi, vivono soprattutto la contemporaneità; la contemporaneità spaziale e temporale. Radio, telefoni e cellulari, fax, cinema, internet e televisione (distruggono) alterano il senso tradizionale delle lontananze topologiche e cronologiche. Lo stesso dialogo intergenerazionale che un tempo garantiva al fanciullo numerose sollecitazioni anche narrative per dislocarsi nel tempo e nello spazio (il nonno che raccontava com'era diversa la vita ai suoi tempi, il papà e la mamma che mediavano tra il passato e i luoghi d'origine dei nonni con il presente di vita dei figli) è stato fortemente ridimensionato dalle modificazioni introdotte nella struttura delle famiglie e dai nuovi rapporti che si sono instaurati con le attività lavorative e con la loro durata.
L'affollamento sul presente non è soltanto spaziale e temporale, ma è anche psicologico: si erode sempre più la capacità di immedesimarsi emotivamente in tempi e spazi diversi dal nostro, di mantenere ben ferme le differenze tra l'esperienza vissuta e quella immaginata e virtuale.
Il senso della memoria, in questo contesto, svanisce in maniera spesso proporzionale alla facilità con cui tutto può essere appiattito sulla contemporaneità o richiamato ad essa grazie alla potenza delle memorie artificiali. E la storia, che si sostanzia di memoria, di passato ben distinto dal presente sebbene interpellato con le sensibilità e i problemi maturati nel presente e di una progettazione del futuro che lavora sul presente, facendo tesoro delle lezioni e degli esempi ritrovati e incontrati nel passato, è naturale che più che svalutata risulti estranea allo spirito e alla pratica del tempo. Perdere, o compromettere, il senso della storia, tuttavia, significa perdere, o compromettere, il senso dell'umanità. Per questo, la difesa dell'una è anche la difesa dell'altro.

Racconto, problema, discussione

La Scuola Primaria è chiamata a coltivare le condizioni che non solo autorizzano la storia, ma la promuovono a fondamentale esperienza educativa di ciascuno.
Per questo deve anzitutto sollecitare l'incontro di esperienza umane: esperienza di sé e degli altri, delle specifiche identità di ciascuno, dei modi con cui si sfiorano, si sovrappongono, si respingono, si differenziano in tracciati plurali che è buona cosa ricostruire. Si tratta, in altre parole, di raccontarsi e di raccontare: le proprie 'storie', quelle degli altri, di chi ci è vicino affettivamente e di chi ci è lontano, i problemi, le speranze, i sogni, le disillusioni, le sorprese ecc. Tutti i modi del racconto d'esperienza. Sarà spontaneo corroborare queste narrazioni personali ascoltando altre narrazioni di uomini che non si conoscono, ma che hanno però alimentato i racconti di chi si conosce e li hanno pure caricati di entusiasmo e di senso. Dalla narrazione biblica a quella evangelica, dal mito alla tradizione popolare, dall'epopea di interi popoli ai proverbi alla letteratura, che non è altro che racconto, ovvero azione possibile di uomini.
In secondo luogo, la Scuola Primaria è chiamata a far scoprire la storia, quella piccola di ciascuno e quella grande delle comunità e dei popoli, come problema. Non basta narrare il verosimile, ovvero praticare letteratura per scrivere di storia: occorre narrare il vero. Ma come si può accertare se si dice il vero o il falso? Se si dice tutta la verità su una vicenda o soltanto una parte? Se e perché si fanno selezioni: perché si è moralmente bugiardi, perché si è ignoranti, perché si è superficiali, perché si è troppo convinti delle proprie idee e le si vuole imporre? Come è possibile resistere a queste debolezze, quali contromisure metodologiche sono disponibili? È facile mantenerle sempre attive? C'è qualcuno che si può sottrarre a questi 'problemi'?
Infine, la Scuola Primaria promuove l'incontro con la storia come discussione. Proprio la problematicità della storia impone il dialogo e il confronto: far valere le proprie ragioni, certo; scegliere, con il contributo di tutti, la ragione più affidabile, anche; ma non meno cominciare a mettersi almeno qualche volta dal punto di vista dell'altro e superare l'egocentrismo cognitivo. Discutere è soprattutto questo: vedere meglio i nostri problemi, considerando quelli degli altri.

Itinerari metodologici

La Scuola Primaria, quindi, accompagna il fanciullo a comprendere che la dimensione storica della realtà può essere indagata, conosciuta ed elaborata attraverso categorie concettuali e procedure metodologiche. E' un percorso che deve avvenire in forma elementare ma significativa, rispettando le capacità intellettive e affettive dell'allievo, senza mai dimenticare che l'orizzonte di riferimento è la prospettiva dell'educazione al tempo storico e sociale e al senso dell'evento.

Tra narrazione e problematizzazione. In questo modo, rispettando tutti i passaggi metodologici necessari, si realizza l'obiettivo primario di far comprendere ai fanciulli la ricchezza della civiltà di ogni epoca, come l'una nasca dall'altra per continuità e rielaborazione del quadro complessivo e per integrazione dei suoi dati; si afferma, inoltre, la consapevolezza che se la storia, per certi versi, è storia di progresso (ad esempio nelle scienze, nella durata della vita, nella tecnologia, …) è anche storia di un continuo ripensamento e adeguamento con vantaggi e perdite che occorre ben considerare.
Nel corso della Scuola Primaria la storia avvia i fanciulli ad interrogarsi sui modi di vita degli uomini nelle diverse epoche, a compararli a quelli attuali, bandendo giudizi frettolosi e assoluti e riducendo progressivamente le spiegazioni causali magiche, semplificatorie e stereotipate. Il suo insegnamento deve, innanzi tutto, contribuire alla costruzione della nozione del tempo nel fanciullo. Prendendo spunto dal tempo vissuto, egli costruisce e consolida strumenti di marcatura del tempo, inizia a percepire la temporalità e a scriverla in un itinerario di accesso alla percezione del tempo sociale e del tempo storico.
Questo accostamento alla storia non si oppone alla narrazione, ma anzi si appunta sulla struttura narrativa, che diventa un prezioso aiuto alla comprensione delle cose: ricostruire situazioni reali a partire da fonti validamente interrogate, situarsi nel tempo che passa, sono le caratteristiche che devono contribuire a situare il fanciullo nella sua comunità e a sviluppare il suo spirito di tolleranza di fronte alle differenze di oggi, dopo aver imparato a conoscere quelle di ieri.

Cronologia. L'insegnamento cronologico della storia, nella nuovo sistema di istruzione e di formazione, viene ripetuto due volte: la prima dal secondo biennio della Scuola Primaria (classe quarta) all'ultimo anno della Scuola Secondaria di 1°grado (classe terza); la seconda a partire dal primo anno fino all'ultimo anno dell'istruzione secondaria realizzata sia nei Licei, sia negli Istituti di Istruzione e Formazione Professionale. Le classi prima, seconda e terza della Scuola Primaria sono considerate propedeutiche alla costruzione della dimensione temporale e spaziale della storia dell'uomo che viene sviluppata, parallelamente a tutte le altre dimensioni della conoscenza, in una logica di integralità e di sintesi educativa.

Dalle "storie" alla storia. L'introduzione alla dimensione storica non può avvenire astrattamente, ma emerge dalla proposta di "storie" che, attraverso la dimensione narrativa, in particolare quella epica e mitica delle civiltà antiche, sviluppino l'approccio narrativo alla realtà del bambino in modo aperto all'incremento e alla rettificazione dei dati, suscitando domande, confronti e paragoni col passato. Il passaggio dal racconto mitico a quello storico è poi contrassegnato dal riferimento alla dimensione di verità cui la conoscenza storica mira.
L'introduzione alla storia è perciò, insieme, incontro con la realtà del passato e iniziale presa di coscienza di un metodo di ricerca adeguato.
Mentre non è realistico pensare che il fanciullo possa fare esperienza diretta della ricerca storica, è invece importante che faccia un'esperienza conoscitiva analoga a quella della ricerca storica stessa: essa parte dalla curiosità e dalla domanda che possono essere suscitate, oltre che dai "segni del tempo" presenti nella realtà a lui familiare, da dati documentari problematici proposti dall'insegnante, per giungere all'incontro con la problematica umana che attraversa un evento di un periodo "altro" dal presente, fino ad una prima concettualizzazione degli elementi di identificazione della realtà storica (i fatti, gli uomini, i fattori geografici, culturali, politici ed economici) esaminata.
Attraverso la narrazione di eventi storici e attraverso la problematizzazione e la discussione di tali narrazioni, problematizzazione e discussione che può anche essere sollecitata da Laboratori nel corso dei quali si lavora su documenti (iconografici, scritti, orali ecc.), si favorisce un apprendimento non puramente mnemonico della disciplina, ma un atteggiamento conoscitivo critico e dinamico.

La classe prima e il primo biennio

Nelle classi I, II e III della Scuola Primaria si pongono le basi dell'orientamento nella dimensione temporale e della capacità di collocare gli eventi nello spazio e nel tempo: a partire dalla dimensione esistenziale della memoria personale del fanciullo si giunge alla memoria familiare e sociale e, quindi, alla scoperta della continuità tra l'esperienza dell'uomo del presente e l'esperienza dell'uomo del passato.
Lo studio della storia ha qui carattere predisciplinare, vertendo sui concetti basilari vicini alla realtà concreta del fanciullo, da lui posseduti ma non riconosciuti in una forma ed in un linguaggio adeguato; introduce al contempo alla dimensione della memoria comune sociale attraverso il riferimento al passato prossimo del contesto familiare e locale.
Nella fase iniziale della Scuola Primaria si tiene conto del fatto che la conoscenza di sé e dell'altro, l'esplorazione del passato proprio e altrui, la scoperta dello spazio vissuto e delle regole che governano i rapporti interpersonali sono processi già avviati che hanno trovato innumerevoli occasioni di esplicitazione sia nella vita familiare ed extra familiare, sia nella Scuola dell'Infanzia.
Si tratta, dunque, di creare occasioni intenzionali di potenziamento di tali processi affinché gli alunni vengano guidati alla acquisizione di coordinate spaziotemporali che consentano la narrazione e la ricostruzione di semplici catene di eventi che avvengono in determinati spazi e tempi. Procedendo su un terreno di estrema concretezza legato alla propria storia personale e familiare, si persegue la distinzione tra il prima e il dopo, il lontano e il vicino, facendo notare che oggetti che condividono uno stesso spazio possono avere una relazione diversa in ordine al tempo, e che spazio e tempo non hanno soltanto una consistenza oggettiva, ma pure soggettiva, psicologica.
Allargando la prospettiva all'ambiente in cui vive il fanciullo (il paese, la città, gli strumenti di uso quotidiano, le attività umane, …), lo si conduce alla riflessione sui cambiamenti storici della realtà a lui vicina e lo si avvia alla ricerca di documentazione significativa che gli permetta una prima, sia pur semplice, ricostruzione storica, di aspetti e problemi del suo ambiente di vita.
Parallelamente si rinforza la conoscenza linguistica che avvia all'uso delle parolechiave necessarie per comprendere e descrivere il mondo in una prospettiva storica.
In particolare nella classe III è prevedibile, oltre all'approfondimento dei momenti significativi del passaggio dalla preistoria alla storia, anche un percorso narrativo a titolo esemplificativo che permetta l'incontro con eventi, momenti, figure significativi del nostro passato remoto, con particolare ma non esclusivo riferimento alla storia locale.
L'insegnante sceglie quadri relativi alle prime società organizzate e ne mette in evidenza le caratteristiche organizzative e sociali rendendo l'allievo disponibile alla riflessione comparativa tra il passato e il presente, senza mai dimenticare la componente spaziale e geografica.

Il secondo biennio

A partire dalla classe IV della Scuola Primaria si può avviare uno studio più sistematico e cronologico che introduca la distinzione tra l'avvenimento e la sua conoscenza, che faccia riflettere sugli indicatori che definiscono un quadro di civiltà all'interno di un contesto temporale e spaziale e che fornisca le prime coordinate concettuali necessarie per comprendere i fenomeni che hanno scandito la storia dell'umanità.
L'attenzione è puntata a far emergere gradualmente le caratteristiche essenziali del senso dell'evento come fatto accertabile entro la concatenazione delle sue diverse relazioni, a partire dalla valorizzazione della struttura narrativa della conoscenza storica.
Può iniziare lo studio delle grandi civiltà che hanno preceduto o accompagnato il dispiegarsi di quelle più significative per la nostra tradizione, le civiltà greca e romana. Si tratta di introdurle all'interno di un quadro complessivo che verrà via via completato, avendo cura di definire le categorie storiche di: durata, periodo, mutamento, permanenza; esse offrono, infatti, la possibilità di conoscere e coordinare gli elementi temporali di un sistema politico (quanto dura, perché diventa così potente, perché decade). Alla presentazione dei primi quadri di civiltà, il docente, avendo cura di sottolineare costantemente l'incidenza del contesto temporale e spaziale, affiancherà l'introduzione di indicatori come: le risorse del territorio e dell' economia, l'organizzazione sociale e politica, la cultura e la religione. Un'attenzione particolare andrà riservata alla religione giudaico cristiana e al ruolo da essa ricoperto nell'incontro tra Romani e i popoli 'barbari' sia nella nascita della stessa idea di Europa.
E' evidente che nel secondo biennio si organizzano anche con una prima sistematicità l'utilizzo del lessico specifico della disciplina storica e la spiegazione concettuale relativa a termini indispensabili nel discorso storico: città, stato, crisi, sviluppo, decadenza, nomadismo, sedentarizzazione, risorse, demografia, economia, società, istituzioni.

Geografia

Nella Scuola Primaria l'insegnamento della Geografia contribuisce a conferire il senso dello spazio; ad acquisire il linguaggio della "geograficità"; ad educare alla solidarietà mondiale e al rispetto delle diversità; a sviluppare l'educazione ambientale; ad abituare alla complessità e alla relatività di ogni giudizio.
Occorre, perciò, attrezzare l'alunno delle coordinate spaziali che gli permettono di orientarsi in un territorio che inizialmente è quello vissuto e, successivamente, quello rappresentato, e dargli gli strumenti necessari per descrivere tale territorio attraverso il linguaggio specifico della "geograficità" intesa come la parte sviluppata e affinata, cioè educata, degli aspetti visivospaziali dell'intelligenza e della comunicazione umana.
E' proprio il possesso del linguaggio specifico della Geografia che permette la formazione di carte mentali per mezzo delle quali è possibile orientarsi e agire nel mondo, "vedere" il paesaggio del territorio rappresentato su una carta, muoversi mentalmente in esso, immaginarlo modificato.
La Geografia, inoltre, deve contribuire alla costruzione della consapevolezza che la nostra Terra è diversa, non solo fisicamente, ma anche antropicamente e questo deve portare alla conoscenza, accettazione, rispetto delle diversità e della solidarietà mondiale, senza annullare quel rapporto personale e particolare che ognuno ha col proprio territorio.
Gli alunni devono, infine, scoprire che il territorio è costituito da elementi che hanno fra loro rapporti diretti o indiretti e che l'intervento su uno qualunque di questi elementi si ripercuote a catena su tutti gli altri del sistema; devono avere una visione sistemica del territorio (da quello vicino al mondo) e rendersi conto che ognuno di loro è parte attiva, è responsabile dell'ambiente in cui vive. Si deve, perciò, insegnare a vedere, studiare, analizzare ciascun elemento non isolatamente ma nel contesto spaziale in cui esso si trova; quest'ultimo viene messo a sua volta in relazione con l'intero contesto spaziale mondiale, e tutto il processo si caratterizza per molteplicità, complessità e dinamicità sistemica; ogni singolo fenomeno o componente del territorio viene visto come il risultato di una serie di processi socioeconomici e culturali assolutamente connessi tra di loro. Questo consente di avviare gli alunni alla relatività di giudizio che troverà nello sviluppo cognitivo, psicologico e affettivo degli anni successivi la propria compiuta realizzazione.
Da scienza naturale descrittiva, dunque, la Geografia diventa scienza interpretativa ed esplicativa dei rapporti dell'uomo e della società con la natura.

Il percorso

Nella Scuola Primaria fare Geografia significa orientarsi nello spazio e rappresentarlo, imparare ad usare gli strumenti specifici, utilizzare mezzi diversi di descrizione linguistica e di rappresentazione grafica, osservare ambienti con i suoi elementi costitutivi e antropici, mettere in relazione tra di loro gli elementi di un ambiente, porsi domande sui diversi modi di stare insieme all'interno di un determinato spazio.
A partire dall'utilizzo quotidiano dello spazio, la Geografia insegna a decentrarsi, ad essere consapevoli degli spazi che cambiano (vicinolontano, vissuto, esplorato, rappresentato), a constatare che l'altro non fa necessariamente lo stesso uso dello spazio, che non ne ha la stessa rappresentazione, che tutti gli spazi non sono un semplice dato ma che sono vissuti e percepiti e che, attraverso quanto vissuto e percepito, essi sono anche costruiti. È in funzione di queste diverse costruzioni individuali e sociali che gli uomini decidono l'organizzazione che si vogliono dare, il loro modo di vivere, il loro modo di appropriarsi e di pianificare l'utilizzo dello spazio.
Un'altra fondamentale innovazione della Geografia consiste nel superamento della tradizionale scansione ciclica dei contenuti (dal vicino al lontano, dal semplice al complesso). Oggi ci si trova di fronte ad una società sempre più complessa: le migrazioni internazionali, la creazione di grandi insiemi politicoeconomici sovranazionali, gli scambi continui tra l'uomo e l'ambiente si collocano in una dimensione che travalica incessantemente lo spazio circostante: è lo scenario di una società globalizzata che i massmedia addirittura enfatizzano. Compito della scuola, allora, diventa quello di fornire gli strumenti per leggere e comprendere le immagini del mondo e per avvicinarsi, sia pur nel rispetto delle peculiarità e delle forme d'apprendimento legate all'età, ai grandi temi generali, insegnando ai propri alunni a dominare gli strumenti in modo corretto per non rischiare di esserne dominati.
Il ruolo della scuola è condurre progressivamente tutti gli allievi a costruirsi strumenti di pensiero sempre più precisi per vivere, comprendere e agire nel mondo, e quindi nello spazio che li circonda così che essi acquisiscano saperi e competenze geografici sufficienti per affrontare la complessità dei problemi attuali e futuri. Parimenti essa promuove la consapevolezza di appartenere a molteplici spazi i cui confini variano a seconda della problematica affrontata, l'apertura all'altro e al mondo, così come la convivenza negli spazi comuni al fine di favorire la presa di coscienza di una comunanza di destino tra tutti gli esseri della Terra.

Le attività didattiche

Tenendo conto dei vissuti del fanciullo, delle sue esperienze personali e delle informazioni che possiede, l'insegnante propone attività di apprendimento ed esercizi di strutturazione che permettano lo sviluppo del sapere geografico.
Le attività didattiche dovranno articolarsi in un coerente e ben programmato itinerario concettuale, che sarà basato inizialmente sulla concretezza e la quotidianità. Tanti concetti geografici potranno essere fatti acquisire facendo operare gli alunni in situazioni problematiche, in forma di gioco, stando in aula o lavorando negli spazi interni alla scuola (corridoi, cortile, androni, …) o esterni, nelle immediate vicinanze.
Gli alunni devono rendersi conto che lo spazio geografico non è un'accozzaglia di elementi, ma un sistema costituito da elementi fisici e antropici legati da rapporti di connessione o di interdipendenza, diretti o indiretti.

Il metodo di lavoro. Saranno guidati ad osservare, partendo da quello vicino, gli elementi di un territorio e i loro legami; i rapporti fra posizioni e funzioni, fra distribuzioni e funzioni; momenti di esplorazione, si alternano a momenti di ricerca di informazioni, di osservazione, di descrizione, di comparazione, di messa in relazione dei fenomeni studiati.
Una domanda, posta dall'insegnante o dall'alunno, porta all'elaborazione di ipotesi e alla loro verifica; spiegazione, discussione e confronto sono gli elementi chiave del confronto con l'altro sui risultati. La stessa moltiplicazione dei supporti visivi contribuisce a materializzare le immagini, le rappresentazioni e l'utilizzo di questi documenti può far nascere una discussione, uno scambio di punti di vista, la necessità di una uscita sul territorio. Il tempo dedicato alla rappresentazione, via via sempre più precisa, dei fenomeni osservati o rappresentati conduce a forme di generalizzazione e apre un largo spazio alla comunicazione.
Le attività didattiche volte all'acquisizione del metodo scientifico e della ricerca sono improntate all'operatività. Nel corso degli anni e sempre più nel secondo biennio le attività assumeranno la forma laboratoriale.
In classe gli alunni saranno guidati a porsi domande, ad affrontare e formulare ipotesi e a verificarle. Le indagini non si fermeranno solo al livello descrittivo (dov' è, come è fatto ...?) ma passeranno al livello esplicativo scientifico (perché .... è lì? perché quella distribuzione di fenomeni? perché .... è fatto/a così?) e critico applicativo (come sarebbe ... se .... ? come sarebbe meglio distribuire? ... organizzare? ... utilizzare?).
Gli alunni potranno progettare come riorganizzare il giardino della scuola o il quartiere ove abitano o la loro città, ipotizzare come cambierebbe il loro territorio se un' industria vi venisse localizzata o se venisse eliminata.
L'operare molto sul vicino deve evitare che spazi lontani, ma anche fatti e fenomeni geografici di portata nazionale o mondiale, non vengano presi in esame. Ci si deve, anzi, servire di questi per consolidare concetti, individuare relazioni in contesti diversi, cogliere la complessità del sistema territoriale mondiale.

Carte mentali. Non si può avere la pretesa che gli alunni si costruiscano carte mentali della regione di appartenenza o dell'Italia molto ricche, ma ci si deve preoccupare, piuttosto, che queste si formino in modo consapevole e significativo. Le carte mentali non sono le fotocopie mentali di carte lette o studiate, ma mappe cognitive che organizzano spazialmente, utilizzando la concettualizzazione spaziale e il linguaggio della geograficità, fatti, luoghi, fenomeni che non solo studiamo, ma nei quali ci imbattiamo quotidianamente e che molto spesso sono carichi di affettività. L'accertamento del possesso di carte mentali, quindi, non deve scadere nel nozionismo o nel semplice controllo della correttezza formale degli schizzi di carte mentali prodotti dagli alunni, ma individuare i processi di formazione che hanno condotto a quelle mappe cognitive.
Le tecniche didattiche e gli strumenti che si possono usare sono vari e diversi; volta per volta si possono utilizzare quelli che si ritengono più efficaci e che consentono di raggiungere più rapidamente e più compiutamente gli obiettivi prefissati: si può far ricorso, innanzitutto, alle lezioni sul campo e alla lettura di carte; successivamente si può passare alla costruzione di carte tematiche e altre semplici rappresentazioni grafiche; alla correlazione cartografica; alla lettura di fotografie, documentari e film; all'uso del computer e di Internet. Di volta in volta si utilizzano gli strumenti adeguati e coerenti.
La raccomandazione più importante è quella di evitare l'eccessivo tecnicismo così come il vuoto e sterile attivismo; solo situazioni di apprendimento significative, coerentemente organizzate, infatti, possono mettere l'allievo in condizione di raggiungere gli obiettivi formativi geografici che ciascuna istituzione ha individuato e dichiarato come indispensabili alla sua crescita.

Classe prima e primo biennio

Nella classe prima e nel primo biennio le conoscenze e le abilità relative alla Geografia si integrano con quelle di tutte le altre discipline al fine di mantenere e sviluppare l'unità di apprendimento che si snoda attraverso temi e problematiche vicine al vissuto e all'esperienza del bambino.
In modo particolare si sottolinea l'intreccio tra le conoscenze geografiche, storiche, sociali, naturali che rispecchia l'unitarietà del fare e del ricercare tipico di questo momento della crescita del fanciullo; le specificità disciplinari si intrecciano attraverso tematiche che partono dalla globalità delle esperienze di vita degli allievi e si articolano gradatamente in base alla curiosità, all'interesse, ai bisogni di esplorazione e di comprensione dei singoli e dei gruppi.
I percorsi formativi si caratterizzano come occasioni intenzionali di potenziamento dei processi già avviati negli anni precedenti nella vita familiare ed extrafamiliare e negli anni della Scuola dell'Infanzia, in funzione dello sviluppo affettivo, emotivo, sociale, etico, morale.
Gli alunni sono guidati a ricavare dai contesti di relazione in cui sono immersi le parole e i concetti con i quali operare per avere una prima consapevolezza della complessità della realtà osservata attraverso le fondamentali coordinate spaziotemporali. La costruzione del lessico avviene attraverso attività esplorative, manipolative, di comunicazione linguistica, grafica, motoria.
L'operatività e il ricorso alle tecnologie sono funzionali a una graduale transizione dall'esperienza vissuta all'esperienza mediata e riflessa in vista della costruzione dell'identità personale e sociale, della consapevolezza di diritti e doveri, dello sviluppo del senso di solidarietà e di cooperazione della responsabilità verso l'ambiente di vita.

Il secondo biennio

In continuità con l'attività realizzata nei primi tre anni della Scuola Primaria, l'alunno nel secondo biennio sposta la propria attenzione dall'esperienza spaziale che gli è prossima a quella di ambienti specificamente individuati nelle Indicazioni (il territorio nazionale, le Regioni, le Province, le zone climatiche, …) i cui aspetti geografici significativi vengono enucleati e correlati tra di loro: i caratteri fisici e naturali, gli elementi artificiali, le attività economiche, sociali e culturali, gli spazi da esse utilizzate e trasformati.
Si organizzano le conoscenze utilizzando un metodo prevalentemente problematicoconcettuale attraverso il quale si costruiscono le chiavi di lettura dei "paesaggi geografici" con i relativi schemi di riferimento; procede, parallelo, lo sviluppo di abilità in ordine alla rappresentazione dello spazio sia da un punto di vista grafico che linguistico; tali abilità utilizzano conoscenze acquisite in ordine all'utilizzo di mappe e cartine diverse per contenuto e scala, di dati presenti in testi specifici (atlanti, periodici, annuari statistici, …) anche informatici. Un uso più appropriato degli strumenti cartografici e di rappresentazione convenzionale consente di impostare una prima attività di ricerca geografica avendo cura di partire dal territorio locale e dalle sue problematiche per poi allargarlo al territorio e alla società italiana, alle sue trasformazioni e alle sue problematiche.

Il Laboratorio

Molteplici sono le occasioni in cui la Geografia può, con altre discipline, essere organizzata in Laboratori; a puro titolo esemplificativo si può far riferimento ad un Laboratorio di Attività Motorie e Sportive che preveda l'attività motoria unita all'osservazione di un certo territorio, all'analisi dell'utilizzo che l'uomo ne ha fatto, allo sviluppo di attività di orientamento.
Per continuare nelle esemplificazioni, il Laboratorio di Attività di Progettazione può affrontare, con Geografia, Scienze e Tecnologia, un percorso di educazione ambientale che rivolga la propria attenzione ad un problema dell'ambiente prossimo (la conservazione di una spiaggia, la creazione di un parco, la qualità delle acque di un lago, …), lo studi con tutti gli strumenti scientifici in possesso degli allievi e offra, infine, un'ipotesi di soluzione che sarebbe bene sottoporre alla verifica sociale per non lasciarla sterile o velleitariamente autoreferenziale.
L'educazione ambientale, elemento fondamentale dell'educazione alla Convivenza civile, trova nella Geografia uno strumento prezioso per sviluppare, in un'ottica necessariamente interdisciplinare, la consapevolezza che il concetto di sviluppo sostenibile non si può ridurre al semplice rovesciamento della prospettiva moderna delle risorse infinite e del progresso indefinito. Non è sufficiente, in altri termini, proporre una sorta di ribaltamento catartico dell'esistente che assolva gli adulti delle loro secolari malefatte e diventi educativo per i fanciulli. L'obiettivo è più complesso: si tratta, attraverso conoscenze, attività, strategie adeguate all'età, di avviare i fanciulli all'abitudine personale e collettiva di un uso consapevole dell'ambiente, fondato sull'educazione alla virtù ambientale e tecnica come strumento per conoscere i limiti invalicabili che l'uomo deve rispettare per poter continuare a contare su un uso intelligente ed umanistico dell'ambiente.

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Esemplificazioni in ordine alle attività di
educazione alla Convivenza civile
nella Scuola Primaria


EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA

Obiettivi
Contributi disciplinari

 

Tutte le discipline
Italiano
Storia
Ed. fisica sportiva
Musica

Mettere in atto comportamenti di autonomia, autocontrollo, fiducia in sé.

Controllo e autocontrollo sistematico e ricorsivo delle attività e dei comportamenti utili alla vita scolastica.
Discussione su situazioni vissute a scuola o nell’extrascuola che risultano esempi significativi di autocontrollo o di mancanza di autocontrollo.
Lettura, commento, riscrittura di alcuni articoli della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo e della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
Esercizio della disponibilità a partecipare a giochi e attività che richiedono impegno e pongono difficoltà da superare.
Partecipazione a canti corali che comportano l’esibizione in pubblico.

Accettare, rispettare, aiutare gli altri e i "diversi da sé", comprendendo le ragioni dei loro comportamenti.

Nelle diverse situazioni formative valorizzazione delle caratteristiche e delle particolarità personali di ciascuno. Messa a confronto di modalità differenti di lavoro attuate in una data situazione, per capirne motivazioni, limiti e vantaggi.
Interpretazione di narrazioni di altre culture, per esplicitarne i valori sottesi.
Analisi dei diversi modi con cui persone di cultura diversa affrontano momenti della vita (la nascita, la morte, le nozze, …) Documentazione su realtà storiche di altri popoli che motivano situazioni attuali.
Partecipazione a giochi nuovi, proposti da compagni con attitudini differenti dalle proprie o presentati da compagni provenienti da altre culture.
Esecuzione di danze su musiche e ritmi di altre culture. Conoscenza dei contesti in cui tali musiche sono state prodotte e tali danze utilizzate.
Suddividere incarichi e svolgere compiti per lavorare insieme con un obiettivo comune.
Assegnazione di incarichi per lavorare insieme con un obiettivo comune. Valutazione finale delle modalità di svolgimento degli incarichi e dei risultati conseguiti da ciascuno. Attività di tutor nei confronti dei compagni più piccoli.
Stesura di testi regolativi relativi alla vita di classe.Lettura di testi che descrivono contesti familiari, scolastici… di collaborazione.
Esempi storici significativi dell’ efficacia del lavorare insieme
Simulazione di ruoli (allenatore, responsabile di squadra, capitano, …)
Progettazione, con suddivisione di incarichi, di attività musicali.
Avvalersi in modo corretto e costruttivo dei servizi del territorio.
Discussione sulle modalità e sulle abitudini di accesso ai vari tipi di servizio del territorio.
Visita alla Biblioteca comunale o di quartiere, per conoscerne l’organizzazione e le regole.
Visita ad alcuni Uffici comunali e analisi del loro funzionamento.
Partecipazione ad attività organizzate nei Centri Sportivi Comunali, rispettandone le strutture.
Partecipazione a concerti in ambienti del proprio territorio.
Comprendere il concetto di cittadinanza e vari tipi di cittadinanza .
Partendo da situazioni quotidiane, analisi e riflessione sui bisogni vitali dell’uomo e i diritti/doveri relativi.
Fruizione di cronache o di testi argomentativi relativi a problemi di cittadinanza.
Conoscenza delle regole del diritto alla cittadinanza.
 
scolto di musiche e canti espressione di identità nazionale.

 

EDUCAZIONE STRADALE

Obiettivi
Contributi disciplinari

 

Tecnologia
Geografia-storia
Ed. motoria sportiva
Matematica-Scienze
Italiano
Conoscere la tipologia della segnaletica stradale, con particolare attenzione a quella relativa al pedone e al ciclista.
Ricostruzione, con materiali di recupero, di alcuni segnali stradali.
Conoscenza del Concetto di Codice e di alcune fasi significative di sviluppo del Codice Stradale.
 
Conoscenza delle figure che hanno un valore convenzionale nella segnaletica stradale. Concetto di direzione.
Elaborazione di didascalie che illustrano il significato di una serie di segnali.
Descrivere in forma orale e scritta un percorso proprio o altrui e rappresentarlo cartograficamente.
Realizzazione di modelli plastici di percorsi, su cui far agire pupazzetti, come gioco di simulazione. Schizzi di tracciati.
Utilizzo delle coordinate spaziali. Attività di riflessione sulla successione temporale e di individuazione di rapporti causa / effetto.
Attività per la conferma della lateralizzazione.
Rappresentazioni topologiche.
Stesura di appuntiUtilizzo di sintassi adeguata al tipo di descrizione.
Analisi del Codice della Strada: funzione delle norme e delle regole.
 
Elaborazione del concetto di norma, regola, legge.
Attività motorie e giochi di squadra rispettando le regole date.
Conoscenza di alcuni concetti presenti nelle regole del Codice: luce/buio, attrito, peso, ….
Lettura e produzione di testi regolativi.
Eseguire correttamente a piedi e in bicicletta un percorso stradale in situazione reale o simulata.
Attività di misurazione con strumenti adeguati.Realizzazione di strumenti per la misurazione di tratti del percorso.
 
Spostamenti in palestra, rispettando le regole stabilite.Esercizi per l’acquisizione o lo sviluppo dell’equilibrio.
Utilizzo dei concetti di velocità, distanza, lunghezza, larghezza.Conoscenza delle misure lineari utili nella gestione dei percorsi.
Riesposizione orale delle regole da seguire.Confronto fra punti di vista diversi sul comportamento da tenere nel percorso.


EDUCAZIONE AMBIENTALE

Obiettivi
Contributi disciplinari

 

Scienze
Italiano –storia-geografia
Tecnologia
Arte ed immagine
Conoscere la flora, la fauna, gli equilibri ecologici tipici del proprio ambiente di vita. Rispettare le bellezze naturali ed artistiche del proprio ambiente.
Analisi di habitat caratteristici della propria zona ( il bosco, la spiaggia, il fiume…).
Visite guidate e gite scolastiche per la conoscenza di aspetti tipici del proprio territorio. Ricostruzione, sulla base di documenti storici e di testimonianze, di momenti significativi per la vita nel proprio territorio. Riscoperta delle tradizioni culturali più significative: interviste ai nonni, visita al museo locale, ricostruzione dei giochi di un tempo, ecc.
Varie forme di osservazione e di rappresentazione (disegni, fotografie, riprese filmiche,ecc) dell’ambiente. Studio dei materiali utilizzati nei vari interventi.
Conoscenza di opere d’arte del proprio ambiente.Visita a mostre di pittori locali.Visite ad ateliers di artisti locali. Riprodurre, con tecniche e materiali vari, monumenti, luoghi, habitat particolari del proprio ambiente.
Comprendere l’importanza dell’intervento necessario dell’uomo sull’ambiente.
Individuazione delle risorse proprie dell’ambiente di vita e analisi delle loro diverse forme di utilizzo nel tempo.
Analisi e comparazione di documenti storici e geografici relativi all’intervento dell’uomo sul territorio.
Descrizione di interventi umani che hanno modificato sostanzialmente un paesaggio (costruzione di un quartiere, di una strada, di una diga, …).
Osservazione diretta degli stili architettonici che caratterizzano le varie zone del proprio ambiente.Analisi di interventi di restauro, manutenzione del patrimonio artistico.
Conoscere i ruoli dell’ Amministrazione Comunale, delle associazioni private, delle istituzioni mussali,… per la conservazione e la trasformazione dell’ambiente.
Ricostruzione dei processi che hanno inciso sulla trasformazione dell’ambiente ( incidenza dei fattori climatici e dell’ inquinamento sui monumenti, incuria, …)
Intervista a persone che rivestono ruoli significativi nell’Amministrazione Comunale e nelle varie associazioni.
Analisi, dal punto di vista tecnologico, dei processi seguiti in interventi sull’ambiente particolarmente significativi.
Lettura di documentazioni fotografiche e filmiche di interventi di conservazione.
Individuare un problema ambientale prossimo (salvaguardia di un monumento, conservazione di una spiaggia, creazione di un parco naturale, …) ed elaborare soluzioni .
Approfondimento delle cause scientifiche del problema individuato.
Ricostruzione storica del luogo e delle sue funzioni.Analisi dei bisogni presenti e delle possibili soluzioni.
Rilevazioni grafiche, fotografiche.Elaborazione di semplici progetti di restauro, di conservazione, di intervento.
Disegni, schizzi, rappresentazioni visive che supportino gli interventi o le proposte.Laboratorio di restauro di piccoli oggetti legati alla tradizione locale.


EDUCAZIONE alla SALUTE

Obiettivi
Contributi disciplinari

 

Tutte le discipline
Scienze - Tecnologia
Italiano - Storia
Educazione motoria e sportiva
Elaborare tecniche di osservazione e di "ascolto" del proprio corpo per distinguere i momenti di benessere da quelli di malessere.
Impiego di tecniche di osservazione del sé. Esercizio della disponibilità a manifestare il proprio vissuto.
Individuazione delle relazioni fra aspetti scientifici o tecnologici dell’ambiente e stato psicofisico( stanchezza derivante dall’uso di arredi non funzionali, dall’ illuminazione inadeguata…).
Lettura di testi argomentativi ed espositivi sul rapporto "ambiente / salute " considerato.
Conoscenza del proprio corpo e dei suoi ritmi.
Conoscere le malattie esantematiche e le vaccinazioni.
 
Individuazione del manifestarsi di tali malattie. Intervista a personale medico o paramedico per mettere a punto modalità di prevenzione in presenza di possibilità di contagio.
Ricostruzione della propria storia personale relativamente a questi aspetti. Lettura di documenti di storia della scienza, relativi alle scoperte dei vaccini.
Analisi di quanto e come la malattia può limitare l’attività fisica.
Attivare comportamenti di prevenzione ai fini della salute nel suo complesso.
Assunzione di comportamenti adeguati ( corretta postura, controllo del volume di voce…).
Interventi in classe del dentista, dell’ igienista … ai fini della conoscenza delle conseguenze di comportamenti scorretti per la salute e dell’ individuazione di norme di comportamento opportuno.
Analisi/produzione di messaggi di Pubblicità Progresso. Documentazione dell’incidenza, in varie epoche storiche, di comportamenti non adeguati al mantenimento della salute.
Rispetto di modalità fisiche adeguate di gestione del proprio tempo ( adeguato lasso di tempo di attività motoria, senza cadere negli eccessi…).
Conoscere le norme di comportamento per la sicurezza nei vari ambienti.
Riflessione, nei contesti che spontaneamente vengono a crearsi, sulle norme da seguire per la sicurezza nei vari ambienti.
Lettura delle piantine dei locali e dei percorsi di fuga. Analisi della pericolosità di oggetti e materiali.
Stesura dei regolamenti necessari per la sicurezza utilizzando le norme imparate. Corretta interpretazione dei simboli di pericolosità, tossicità dei materiali.
Manifestazione di perizia e di autocontrollo fisico in situazioni che lo richiedono.


EDUCAZIONE ALIMENTARE

Obiettivi
Contributi disciplinari

 

Scienze
Educazione motoria e sportiva
Italiano
Tecnologia
Conoscere la tipologia degli alimenti e le relative funzioni nutrizionali.
Utilizzo di audiovisivi per capire come il corpo utilizza i diversi tipi di alimenti. Valutazione, sulla base di quanto emerso dalla visione del video, dei dati raccolti sulla propria consueta alimentazione.
Intervista al dietologo per capire la ‘dieta’ migliore per poter praticare attività fisica.
Raccolta di dati relativi alla propria alimentazione settimanale, con l’uso di strumenti adeguati.
Ricostruzione dei processi di trasformazione degli alimenti e della preparazione del cibo, per comprenderne l’incidenza sulla qualità finale del prodotto.
Individuare la dieta più adeguata al proprio corpo e alle proprie esigenze fisiche, sulla base del calcolo del proprio dispendio energetico.
Compilazione di tabelle che mettono in relazione il dispendio energetico con l’apporto dei vari cibi consumati.
Osservazione e registrazione dell’attività di respirazione, sudorazione… in condizioni di riposo, di attività intensa, …
Interpretazione del sottocodice scientifico delle tabelle di descrizione della composizione dei cibi e del loro apporto in termini di nutrizione.
Preparazione del pranzo al sacco adeguato ad un’uscita didattica che comporta iun certo dispendio energetico.
A tavola mantenere comportamenti corretti.
Individuazione delle regole del corretto comportamento a tavola, sulla base della conoscenza dell’incidenza dei vari comportamenti sui processi digestivi.
 
Descrizione verbale di una serie di comportamenti a tavola osservati mediante riprese video.
Scelta dei cibi adatti ad essere consumati per temperatura, modalità di conservazione e di cottura.
Conoscere gli errori alimentari e i problemi connessi con gli squilibri alimentari.
Intervista al dietologo che commenta le diete seguite dagli alunni.
Analisi di tabelle di sviluppo corporeo, ponderale, … e confronto con il proprio corpo.
Lettura di testi espositivi sui rischi e pericoli di alcune abitudini alimentari attuali
 
Individuare le modalità di consumo degli alimenti che meglio ne conservano il valore nutritivo, anche avvalendosi del laboratorio di cucina.
Individuazione della composizione dei vari alimenti e conoscenza dell’incidenza che ogni modalità di consumo ha nel loro utilizzo.
 
Creazione di slogan sulle corrette modalità di utilizzo degli alimenti.
Preparazione dello stesso alimento secondo diverse modalità.
Ampliare la gamma dei cibi assunti, come educazione al gusto.
Assunzione di una corretta colazione a scuola. Organizzazione di "merende per l’intervallo" genuine. Consumo di un pasto di altri tempi o di altre culture.
 
Lettura di ricette di altri tempi.
Laboratorio di cucina.


EDUCAZIONE all’AFFETTIVITÀ

Obiettivi
Contributi disciplinari

 

Tutte le discipline
Italiano - storia
Scienze
Educazione motoria
Attivare atteggiamenti di conoscenza/ascolto di sé.
Atteggiamento di ascolto e di relazione positiva nei confronti dell’altro.
Descrizioni di sé, delle proprie capacità e abilità, dei propri interessi. Narrazione dei cambiamenti personali nel tempo.
 
Individuazione delle proprie capacità e dei propri limiti nelle attività motorie e fisiche.
Attivare modalità relazionali positive con i compagni e con gli adulti, anche tenendo conto delle caratteristiche specifiche di maschi e femmine.
Riflessioni sulle modalità per una relazione corretta tra coetanei e alunno – adulto. Esercizio dell’abitudine a mettersi dal punto di vista altrui e a rispettarlo.
Controllo dell’espressione verbale e non verbale nella comunicazione, ai fini della scelta del registro più adeguato alla relazione positiva.
Analisi dei rapporti affettivi e di collaborazione tra i membri di una coppia sia nel mondo animale che umano.
Attivazione di una squadra di gioco, in cui si scambiano, secondo ritmi stabiliti, i ruoli.
Conoscere le principali differenze fisiche, psicologiche e comportamentali tra maschi e femmine.
Interventi che facilitino, da parte dell’alunno, la comunicazione della percezione di sé e del proprio ruolo nella classe, nella famiglia, nel gruppo dei pari in genere.
In situazioni concrete, riflessioni sulle differenze di ruolo dei maschi e delle femmine. Esempi di rapporti significativi tra maschi e femmine nella storia.e nella letteratura.
Differenze fisiche tra maschi e femmine.Funzioni degli organi genitali.
In situazioni di simulazione ( giochi di ruolo, animazioni teatrali, …) rappresentazione dei comportamenti tipici del genere maschile e femminile.
Esercitare modalità corrette ed efficaci di espressione delle proprie emozioni e della propria affettività.
Interventi che favoriscano l’espressione personale, ma anche socialmente accettata, di stati d’animo, di sentimenti, di emozioni diversi, in situazioni diverse, anche di competizioni sportive e agonistiche
In contesti spontanei o strutturati, espressione verbale, nella forma più congeniale, della propria emotività ed affettività.
 
In situazione di gioco (vittoria, sconfitta, contesa, …) espressione corretta della propria emotività.