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Raccomandazioni generali
Questioni di lessico
Uno dei problemi più ricorrenti nel mondo della scuola e del
discorso pedagogico e didattico è costituito dall'uso di espressioni
e di termini a cui si attribuiscono significati differenti. Per quanto
comprensibile e legittima, la circostanza impedisce spesso un dialogo
appropriato e non equivoco, per cui si finisce per non intendersi e
per compromettere una ricerca comune delle soluzioni migliori ai problemi
educativi e professionali che si incontrano. Anche le Indicazioni
Nazionali per i Piani di Studio Personalizzati per la Scuola Primaria
non si sottraggono a questo limite che è anche un rischio.
Adoperano un lessico che è, perciò, opportuno chiarire
nei significati che lo contraddistinguono. Lo scopo è favorire
una discussione che cerchi di stare sulle cose piuttosto che sulle parole.
Da questo punto di vista, pare utile soffermarsi su alcuni vocaboli
ricorrenti sia nel disegno di legge delega sia nelle Indicazioni
nazionali di cui si esplicita il significato che è stato
loro attribuito.
Dalla scienza alla disciplina di studio
Scienza. Se l'esperienza, da sola, è sempre particolarità,
molteplicità, indeterminatezza, imprevedibilità, indecifrabilità,
anche disordine, scienza è, invece, scoprire nell'esperienza
"ragione e misura", "numero e calcolo", "proporzione".
Gli elementi per definire una scienza, in questa prospettiva, sono,
quindi, tre.
Anzitutto, la specificità. Scienza è guardare la realtà,
e "vederla", da un punto di vista determinato. Non è
mai cogliere la realtà, l'esperienza tutta insieme, come e in
quanto totalità indeterminata, magari confusa. La scienza nasce
proprio quando si prescinde dalla complessa totalità di qualsiasi
cosa reale, la si semplifica e si seleziona un aspetto per "vederla"
meglio. La regola vale per gli oggetti della fisica o della chimica,
ma non meno per quelli della linguistica, della storia, dell'arte ecc.
Si ottiene il campo di indagine.
Il secondo elemento che definisce la scienza è senza dubbio il
metodo di indagine e gli strumenti che, in tale metodo, si usano.
Non è una caratteristica diversa dalla precedente, ma ne è,
per così dire, uno sviluppo. Avere un determinato punto di vista
da cui osservare la realtà, significa anche mettere a punto le
modalità logiche ed operative con cui tale punto di vista si
può costituire.
L'ultimo elemento è il linguaggio o, meglio, il paradigma
esplicativo (tipo di cause e leggi da individuare) e il programma
(l'aspetto della realtà che si vuol capire). Studiare la realtà
da un punto di vista parziale, con un metodo e con strumenti ogni volta
adeguati a tale punto di vista, significa, infatti, trasformare le "cose"
empiriche in "oggetti scientifici". L'attrito, la Moda, la
Mediana, la gravità, l'atomo, l'accelerazione ecc., ma anche
tutti i concetti adoperati dalle cosiddette scienze umane, da sviluppo
a rito, da classe a potere, perciò, non esistono in sé.
Non si trovano cose reali che si danno a noi, nell'esperienza, come
attrito, Moda, classe, potere, ecc. Sono, invece, nostri costrutti mentali
(modelli), esplicativi di determinate caratteristiche empiriche
della realtà. Si può dire che siano il nome che diamo
a quella serie di relazioni del reale che il punto di osservazione da
cui ci poniamo, nonché il metodo e gli strumenti che usiamo per
costituirlo, consente a noi, e a chiunque faccia come noi, di cogliere
(intersoggettività della scienza). Ebbene, scienza è
nominare (nel senso etimologico di 'dare il nome') correttamente questi
costrutti mentali, non confonderli tra loro, evidenziare le relazioni
logiche inclusive o esclusive che possono instaurare, depurarli delle
parti equivoche, evitarne gli usi incrociati. Per questo si dice, spesso,
che le scienze sono, tutto sommato, lingue ben fatte: ciascuna con un
proprio lessico (una semantica) e una propria sintassi.
Per uno scienziato, non esiste conoscenza che non sia il prodotto di
questa inesauribile attività di ricerca giocata sui tre elementi
prima ricordati. Il nesso processoprodotto, pensieropensato, contenutometodo
è, per lui, sempre presente e fondamentale.
Materia. Le acquisizioni della scienza sono talmente
cresciute sul piano quantitativo, negli ultimi secoli, che, di fatto,
capita che troppi concetti e teorie scientifiche risultino dissociate
dall'attività di ricerca che la ha elaborate e che le dovrebbe
ora continuare a sottoporre a vigile manutenzione critica. Non hanno
più il ricordo delle condizioni e dei modi con cui sono state
ottenute; quindi, anche dei loro limiti epistemologici. Hanno la tendenza
a debordare e a presentarsi come prodotti autosufficienti ed esistenti
in sé e per sé.
Gli "oggetti" scientifici, in questa maniera, nati proprio
per non essere "cose", si "ricosificano", si "materializzano":
assumono fattezze materiali. È come se i costrutti mentali pretendessero
di imporsi senza più aver bisogno né del pensiero che
li ha pensati e che li pensa, né delle condizioni particolari
in cui assumono proprio il significato che esprimono. I concetti e le
teorie delle diverse scienze si trasformano così in una dogmatica
astratta ed enciclopedica che si può solo deglutire. Si presentano
come "risultati" dell'attività scientifica che sembrano
non avere avuto "processi" d'origine, prima, e di sviluppo,
ora, e che appaiono immutabili ed autosufficienti: al punto da valere
in sé, sebbene non li si capisca affatto e non dicano niente
a chi li incontra proprio perché, alla fine, non sono da lui
"pensati".
Il rischio, allora, è quello del contenutismo fine a se stesso:
sacrificare l'allievo ai contenuti elaborati dall'attività scientifica;
ritenere che possa esistere un "pensato" che ha valore perfino
senza "un pensiero che lo pensa". Non è un caso che
il linguaggio comune definisca l'insieme delle conoscenze costruite
nel tempo da una scienza, tuttavia presentate dimenticando le dimensioni
esistenziali, storiche ed epistemologiche da cui provengono e a cui
devono comunque pervenire in ogni soggetto, con il termine di materia:
qualcosa di pesante, di opaco, l'esatto contrario della leggerezza e
della trasparenza a noi stessi che aderisce a qualsiasi sapere che sia
"nostro" pensiero.
Rischio, a dire il vero, molto alto se si interpretassero le conoscenze
(il sapere) e le abilità (il sapere che accompagna
il fare qualcosa con perizia) che costituiscono gli obiettivi specifici
di apprendimento presentati nelle Indicazioni Nazionali come
l'indice di una enciclopedia da imparare a memoria, invece che come
la carta topografica di tante attese di pensiero che deve maturare autonomamente
e personalmente nella mente e nella personalità di ciascun allievo
davanti alla sua esperienza e grazie alle sollecitazioni educative dei
docenti e della scuola.
Disciplina di studio. Tutta un'altra atmosfera evoca,
invece, rispetto alla materia, il termine disciplina di studio.
Disciplina viene da discere, imparare. Da discere viene anche discepolo,
colui che impara. L'apprendere è bello, e tutti gli uomini lo
vogliono sperimentare. Eppure, sebbene l'amore per il sapere sia connaturato
all'uomo e gli dia intima soddisfazione, l'imparare alcunché,
esige sudore, impegno, fatica, esercizio. Questo significa che le conoscenze
non nascono tutte intere nella mente già armate come Pallade
nel cervello di Zeus, ma scaturiscono sempre da una continua negoziazione
con l'esperienza e con gli altri, negoziazione che impone pazienza,
disponibilità, relazione, affetti, carattere, costanza, responsabilità.
In ogni insegnare, quindi, non è in gioco soltanto ciò
che si insegna, il "che cosa", ovvero il sapere; né
soltanto il "come si fa"; conta altrettanto il "chi".
Non si impara, infatti, se l'ordine logico di una serie di costrutti
scientifici non coincide anche con quello psicologico ed etico personale
di chi se ne appropria; né si impara qualcosa perché essa
è, in astratto, scientificamente certa, ma solo se riusciamo,
nel concreto, a rendere questo qualcosa di certo nostra verità
esistenziale, qualcosa di talmente significativo per noi da dare "sapore"
alla nostra vita (il reciproco richiamo tra "sapore" e "sapere"
è addirittura etimologico).
È del tutto comprensibile, perciò, che il termine disciplina
di studio sia molto usato in campo scolastico e designi un doppio significato.
Per un verso, si riferisca al modo psicologico e, più generalmente,
esistenziale, con cui è necessario che ciascuno si appropri delle
conoscenze e delle abilità afferenti ad una particolare scienza.
Per l'altro, indichi il fatto che tali conoscenze ed abilità
nascono dall'assunzione rigorosa della stessa logica della scienza.
Il termine disciplina di studio, dunque, rimanda ad un intreccio costante:
- tra dimensione esistenziale evolutiva del soggetto e logica intrinseca
di sviluppo della scienza;
- tra "soggetto" che, pensando gli "oggetti" scientifici
che gli vengono proposti se ne appropria (obiettivi formativi),
e controllo che tale pensiero soggettivo, l'unico che conta sul piano
educativo, non alteri la natura e l'identità epistemica degli
"oggetti" scientifici in questione (obiettivi specifici
di apprendimento);
- tra processi personali della conoscenza e prodotti sociali del pensiero
scientifico.
Come e a quali condizioni le due prospettive si possono integrare e
non restare estranee? È possibile nella scuola, tanto più
con soggetti in età evolutiva, non trattare la ricerca scientifica
(scienza) alla stregua di contenuti materiali (materia),
ma utilizzarla, senza tradirla nella sua complessità, come occasione
per promuovere processi vitali di apprendimento e di pensiero (disciplina
di studio)? Come favorire l'apprendimento personale senza banalizzare,
con distorsioni e semplificazioni, la natura degli "oggetti di
studio" identificati dalle scienze e richiamati, per gli insegnanti,
negli obiettivi specifici di apprendimento? Non si fatica ad immaginare
quanto il cuore della professionalità docente e della qualità
della scuola siano fondati sulla competenza nel rispondere a questi
interrogativi.
Dai Programmi ai Curricoli ai Piani di Studio Personalizzati.
Una delle note più caratteristiche della riforma del sistema
di istruzione e di formazione si concentra sulla teoria e sulla pratica
dei Piani di Studio Personalizzati. Per comprendere la portata di questa
innovazione didattica è opportuno inserirla nel processo che,
da alcuni decenni, ha portato la scuola italiana a superare il paradigma
dei Programmi e ad abbracciare quello della logica del Curriculum.
Programmi. Come è noto, essi hanno accompagnato
la scuola italiana fin dal suo strutturarsi istituzionale nell'ottocento.
Oggi, restano residui di questa impostazione didattica soprattutto nella
secondaria di II grado, mentre negli altri gradi scolastici ha ormai
prevalso la logica del Curriculum. I Programmi designano
contenuti di insegnamento dettati centralisticamente, da parte del Ministero,
e da svolgere in maniera uniforme in ogni classe del Paese. Tutti i
docenti e le scuole, a discendere, devono adeguarsi alle loro indicazioni.
I ragazzi e le famiglie devono addirittura subire un adeguamento alla
seconda potenza: si devono adattare all'insegnamento dei docenti che
a loro volta si sono dovuti adattare alle richieste di insegnamento
dettate dalle disposizioni ministeriali. Sul piano professionale, quindi,
richiedono ai docenti l'atteggiamento impiegatizio dell'applicazione
e dell'esecuzione. I Programmi danno istruzioni, i docenti, in
qualunque situazione si trovino, sono chiamati ad applicarle e ad eseguirle:
se non lo fanno, eccedono le norme e diventano trasgressivi. Le istruzioni
dei Programmi, perciò, prevalgono sulle esigenze dei singoli
allievi. Questi sono chiamati ad adeguarsi a quelle, non viceversa.
Quelle diventano il fine dell'attività educativa scolastica.
L'allievo perde la sua centralità.
Curricoli. La parola curriculum (sott. studiorum)
è latina. Gli Inglesi se ne sono appropriati da tempo per indicare
il Piano degli Studi proposto, nelle diverse scuole, per la maturazione
degli allievi. La tradizione anglosassone dell'autonomia delle scuole
e la mancanza, in questa cultura, almeno fino al 1988, della nozione
di curriculum nazionale, ha fatto sì che, nel nostro Paese,
la parola curriculum abbia cominciato, anzitutto, a circolare
come un termine inglese (da qui la traduzione italianizzata in curricolo,
al posto di mantenere l'originaria grafia latina); in secondo luogo,
ad assumere un significato antagonista alla parola Programma e,
infine, ad indicare le scelte educative e didattiche concretamente adottate
dai docenti nelle diverse realtà scolastiche per corrispondere
in maniera più pertinente alle differenze territoriali, sociali
e culturali di provenienza degli allievi.
Programmazione curricolare. La logica dei Curricoli
ha avuto modo di rafforzarsi, nel nostro Paese, a partire da una constatazione:
l'astrattezza dei Programmi. Voler trasferire senza mediazioni
e modellamenti il "nazionale" nel "locale" e il
"generale" nel "particolare", infatti, significa
per forza di cose sacrificare uno dei due elementi. Si è, dunque,
costretti ad essere trasgressivi o verso l'alto, disobbedendo alle indicazioni
dei Programmi ministeriali, o verso il basso, ovvero alle esigenze
e alle specifiche situazioni di apprendimento degli allievi.
La Programmazione Curricolare ha inteso superare questa antinomia,
dando ragione sia alla logica dei Programmi sia a quella dei
Curricoli per quanto affermavano e torto per quanto ambedue negavano
o tacevano.
Con la Programmazione Curricolare il Ministero è stato
così chiamato a concepire in modo diverso i Programmi:
non più istruzioni da far applicare esecutivamente in ogni classe
della penisola, bensì vincoli nazionali che ogni scuola è
chiamata autonomamente ad interpretare e ad adattare alle esigenze della
propria realtà formativa. Il Ministero, come dispone l'articolo
8 del Dpr. 275/99, detta, in questa prospettiva, gli ordinamenti del
sistema educativo di istruzione e di formazione, gli obiettivi generali
del processo educativo, gli obiettivi specifici di apprendimento, gli
standard di prestazione del servizio, i criteri generali per la valutazione.
Questa l'uniformità astratta, valida per qualsiasi scuola e gruppo
classe e singolo allievo del Paese, dettata dal centro.
La responsabile concretizzazione di tempo, luogo, azione, quantità
e qualità di questi vincoli astratti, tuttavia, è di piena
responsabilità professionale delle singole scuole e dei docenti.
Sul piano professionale, perciò, l'atteggiamento richiesto ai
docenti non è più quello dell'applicazione e dell'esecuzione
più o meno impiegatizia, bensì quello della creativa e
responsabile progettazione di scelte educative e didattiche che declinino
ed intercettino il "generale" nel "particolare",
il "nazionale" nel "locale", "ciò che
vale per tutti" in "ciò che vale per me, per ciascuno".
I docenti, le scuole, se coerenti con la logica della Programmazione
Curricolare, non possono non coinvolgere, in questa operazione,
i genitori, i ragazzi ed il territorio, ma è capitato anche che,
qualche volta, l'inerzia della vecchia logica dei Programmi spingesse
semplicemente a trasferire quest'ultima a livello "della scuola
o al massimo della classe". Ovvero a cambiare soltanto l'estensione
dell'uniformità: "nazionale" nei Programmi, "di
scuola o al massimo di classe" nella Programmazione Curricolare.
E a lasciare che fosse sempre l'intenzionalità dei docenti e
dei professionisti dell'educazione a prevalere, con le famiglie ed i
ragazzi destinatari, non protagonisti, di questa intenzionalità.
Come, in fondo, sebbene in maniera più intensa, accadeva con
la logica dei vecchi Programmi.
Piani di Studio Personalizzati. Con i Piani di Studio
Personalizzati, invece, almeno nei propositi, la strada dell'abbandono
dell'uniformità delle prestazioni progettate a priori, già
inaugurata con la stagione della Programmazione Curricolare,
si dovrebbe completare in tutti i sensi, e rovesciarsi. Sul piano della
professionalità, ai docenti è richiesto non più
di transitare "dal generale culturale al particolare personale",
ma di operare "dal particolare personale al generale culturale".
Restano, come nella stagione della Programmazione Curricolare,
i vincoli nazionali che tutti devono rispettare e che lo Stato ha il
dovere costituzionale di indicare, anche dando spazio ad intese per
una quota regionale nella loro determinazione (sono i "livelli
essenziali di prestazione" di cui si parla nelle Indicazioni
nazionali per i Piani di studio personalizzati).
Resta, nondimeno, la responsabilità progettuale della scuola
e dei docenti che devono offrire percorsi formativi, ma risulta ancora
più netto di prima il principio della personale responsabilità
educativa dei ragazzi, dei genitori e del territorio nello sceglierli
e nel percorrerli ed acquisirli. Questi, infatti, sono chiamati in causa
direttamente nella realizzazione dei vincoli nazionali entro le opportunità
offerte dalla progettazione di scuola e di rete. Il risultato dovrebbe
essere la costruzione sempre più mirata di Piani di Studio Personalizzati,
dove la parola chiave è, appunto, personalizzati sia nella
progettazione e nello svolgimento (cfr. le Unità di Apprendimento),
sia nella verifica (cfr. il Portfolio delle competenze).
Dalle capacità alle competenze attraverso conoscenze e abilità
Il testo del disegno di legge delega, inoltre, usa più volte
i termini capacità, conoscenze, abilità e competenze.
Li impiega in una maniera che si integra con quella adoperata negli
articoli 8 e 13 del Dpr. 275. Le Indicazioni Nazionali per i Piani
di Studio Personalizzati fanno riferimento a questi termini assumendoli
nel significato che risulta dal combinato disposto di questi due provvedimenti
e che si può riassumere nei modi seguenti.
Capacità. Per capacità si intende
una potenzialità e una propensione dell'essere umano, nel nostro
caso del fanciullo, a fare, pensare, agire in un certo modo. Riguarda
ciò che una persona può fare, pensare e agire, senza per
questo aver già trasformato questa sua possibilità
(poter essere) in una sua realtà (essere).
Riguardando l'essere potenziale di ciascuno, le capacità non
sono mai statiche, definite una volta per tutte, ma sempre dinamiche,
in evoluzione. Inoltre, se pure si manifestano come capacità
particolari e determinate (si è capaci di questo piuttosto che
di quello, in una situazione piuttosto che in un altra), coinvolgono
però sempre tutto ciò che siamo e che possiamo essere.
Chi pensa, in questo senso, le capacità delle persone come separate
le une dalle altre (come se un soggetto fosse capace di comunicare piuttosto
che di matematizzare, di costruire determinate cose piuttosto che di
usarle bene, di giudicare criticamente piuttosto che di fidarsi ecc.),
ne impoverisce la forza educativa: esse, al contrario, sono sempre unitarie
ed integrate e, per questo, si vicariano anche molto a vicenda, così
spiegando la plasticità e la complessità di ogni persona
umana e perché, in educazione, grazie al principio dell'integralità,
niente, a qualsiasi aspetto ci si riferisca, è mai guadagnato
una volta per tutte, niente è mai perduto per sempre.
Competenza. Le competenze sono l'insieme delle
buone capacità potenziali di ciascuno portate effettivamente
al miglior compimento nelle particolari situazioni date: ovvero indicano
quello che siamo effettivamente in grado di fare, pensare e agire, adesso,
nell'unità della nostra persona, dinanzi all'unità complessa
dei problemi e delle situazioni di un certo tipo (professionali e non
professionali) che siamo chiamati ad affrontare e risolvere in un determinato
contesto.
Mentre le capacità esprimono la forma del nostro essere potenziale,
le competenze manifestano, quindi, quella del nostro essere attuale,
nelle diverse contingenze date. Le une e le altre, ovviamente, sempre
dinamiche, in evoluzione, visto che non solo si può essere diversi
fino alla fine della vita, e scoprire nel tempo capacità insospettate,
ma si è anche sempre diversi fino alla fine della vita, cioè
si verifica, di fatto, di essere diversamente competenti, nei diversi
contesti e nelle diverse situazioni che a mano a mano ci è dato
affrontare e risolvere. Le une e le altre, inoltre, per quanto particolari
e determinate (si è sempre competenti in un contesto, di fronte
a qualcosa di specifico), sono sempre unitarie e integrate (ogni competenza,
anche nei settori professionali più minuti, se autentica e davvero
svolta dimostrando perizia ed eccellenza, infatti, mobilita sempre anche
tutte le altre).
Da questo punto di vista, come suggerisce anche l'etimologia del termine,
e in particolare il cum che precede il petere, "competente"
è non solo chi si muove "insieme a", "con"
altri in un contesto (valore sociale della collaborazione e della cooperazione)
per affrontare un compito o risolvere un problema; non solo chi si sforza
di cogliere l'unità complessa anche del compito o del problema
più parziale che incontra, ma chi pratica la prima e la seconda
preoccupazione coinvolgendo sempre, momento dopo momento, tutta insieme
la sua persona, la parte intellettuale, ma non meno quella emotiva,
operativa, sociale, estetica, motoria, morale e religiosa. È
quindi "competente" chi "mette insieme" tante
dimensioni nell'affrontare un compito, lo affronta bene e, in questo,
dà sempre tutto il meglio di se stesso.
La circostanza spiega perché, se la competenza rimane sempre
ancorata allo specifico contesto ambientale, sociale, culturale e professionale
in cui è maturata e nel quale dà prova di sé, e
risulta pure attivata da esso, essa è, pure, allo stesso tempo,
tale se si svincola da questo specifico contesto e si proietta su altri
contesti che proprio l'apprezzamento critico e intuitivo del soggetto
riconosce analoghi, cioè per certi aspetti uguali, a quello di
origine. Il competente, quindi, attiva le stesse conoscenze e abilità
anche in situazioni differenti da quella originaria e abituale (trasferimento
analogico: questo è il senso della trasversalità delle
competenze); inoltre, 'coglie' le caratteristiche comuni esistenti in
contesti tra loro differenti (astrazione: questo il senso del
carattere "meta" di ogni autentica competenza: "metacognitiva,
metaaffettiva, metaoperativa ecc."); infine, pratica analogia e
astrazione per risolvere in maniera soddisfacente quanto costituisce
per lui problema e per rispondere in modo pertinente a quanto sente
come bisogno o che vive come scopo (operatività della
competenza).
Conoscenze e abilità. Le capacità personali
diventano competenze personali grazie all'insieme degli interventi educativi
promossi da tutte le istituzioni educative formali, non formali e informali.
A scuola, l'istituzione educativa formale per eccellenza, le capacità
di ciascuno diventano competenze grazie all'impiego formativo delle
conoscenze e delle abilità che lo Stato, d'intesa con le Regioni,
reputa valore trasmettere alle nuove generazioni. Esse sono raccolte
nelle Indicazioni Nazionali sotto la voce "obiettivi specifici
di apprendimento" che l'art. 8 comma 1, punto b del Dpr 275/99
definisce "relativi alle competenze degli alunni", ovvero
correlati, come scopo del proprio essere formulati, alle competenze
da promuovere negli alunni.
Per quanto possano valere queste distinzioni analitiche di dimensioni
che, nella realtà, si richiamano, invece, sempre a vicenda, si
può sostenere che la distinzione tra conoscenze ed abilità
si possa così formulare.
Le conoscenze sono il prodotto dell'attività teoretica
dell'uomo. Nella scuola, sono soprattutto ricavate dai risultati della
ricerca scientifica. Riguardano, quindi, il sapere: quello teoretico,
ma anche quello pratico. In questo secondo senso, sono anche i principi,
le regole, i concetti dell'etica individuale e collettiva (valori civili
costituzionali, nazionali o sovranazionali) che, nelle Indicazioni
Nazionali, costituiscono gli "obiettivi specifici di apprendimento"
della Convivenza civile.
Le abilità sono la condizione e il prodotto della razionalità
tecnica dell'uomo. Si riferiscono, quindi, al saper fare: non
solo al fare, ma appunto anche al sapere le ragioni e le procedure di
questo fare. In altre parole, anche al sapere perché operando
in un certo modo e rispettando determinate procedure si ottengono certi
risultati piuttosto di altri.
Nella scuola, le capacità personali degli allievi, grazie alla
mediazione delle conoscenze e delle abilità riunite negli "obiettivi
specifici di apprendimento", diventano loro competenze personali
attraverso tre strategie didattiche.
La prima è quella dell'esempio. Servono docenti che testimoniano
su se stessi come, attraverso il continuo incontro personale con le
conoscenze e con le abilità disciplinari prodotte dalla ricerca
scientifica, si mobilitano tutte le proprie capacità e le si
trasformano in competenze umane e professionali. In questo senso, gli
"obiettivi specifici di apprendimento" elencati nelle Indicazioni
Nazionali disegnano una mappa culturale, semantica e sintattica,
che i docenti devono padroneggiare anche nei dettagli epistemologici,
e mantenere certamente sempre viva ed aggiornata sul piano della propria
vita professionale. L'esempio, inoltre, se vale nel rapporto docente
allievo, vale anche in quello tra allievo più esperto ed allievo
principiante, accreditando così, per l'apprendimento, l'efficacia
di tutte le forme di peer education e di cooperative learning.
La seconda strategia è il correlato soggettivo dell'esempio:
l'esercizio. L'esempio oggettivo del docente (o dell'allievo
più esperto) diventa occasione, per l'alunno principiante, di
apprendere il valore dell'esercizio personale se vuole impadronirsi
delle conoscenze e delle abilità che egli vede già in
azione come competenze nelle persone di cui ha potuto apprezzare l'esempio.
La terza strategia è quella dell'insegnamento e dell'apprendimento.
Si possono insegnare, come è noto, solo principi, regole, concetti,
idee: qualcosa di "intellettuale". L'esperienza personale
è non insegnabile per definizione: si può e si deve soltanto
testimoniare. Nessuno può, tuttavia, insegnare qualcosa che non
sia una sua conoscenza personale. Un'idea che non sia penetrata nell'animo
di chi insegna, infatti, non riesce ad essere trasmessa. Teorie che
si ha la capacità di formulare, ma che non siano diventate competenze
personali, cioè un modo di manifestare l'essere che si è,
non sono affatto insegnabili. Ripetibili, forse, come fa il registratore
o il computer, ma non insegnabili. Analogamente nessuno può imparare
qualcosa che, tuttavia, non abbia trasformato a sua volta in conoscenza
personale. Se non si personalizza, anche la padronanza di tutte le informazioni
e le tecniche possibili, infatti, non è in alcun modo apprendimento
significativo. Dal che si conferma che le conoscenze e le abilità
o diventano personali e così aiutano a concretizzare le proprie
capacità in competenze, oppure restano qualcosa di meccanico
ed astratto che non perfeziona e matura la personalità di ciascuno.
Convivenza civile
Nelle Indicazioni Nazionali per i Piani di Studio Personalizzati
della Scuola Primaria viene utilizzata per la prima volta l'espressione
"Convivenza civile". Essa è ripresa dal disegno
di legge delega n° 1306 ed è assunta sia come sintesi delle
"educazioni" alla cittadinanza, ambientale, stradale, alla
salute, alimentare, all'affettività, sia, aspetto non meno importante,
come risultato dell'apprendimento delle conoscenze e delle abilità
che caratterizzano le differenti discipline di studio. Le motivazioni
che hanno portato a giustificare questa attribuzione di significato
all'espressione Convivenza civile sono principalmente tre.
Oltre l'educazione alla cittadinanza e l'educazione civica.
La prima motivazione è che questa nuova espressione sembra dire
molto di più delle pur importanti e più tradizionali dizioni
di "educazione alla cittadinanza" e di "educazione civica".
Sembra dire di più dell'educazione alla cittadinanza perché,
nella società multiculturale e multireligiosa che ci circonda,
è indispensabile "convivere civilmente" non solo con
chi ha ed esercita la cittadinanza, ma anche con chi non ce l'ha, con
chi non gode i diritti politici e spesso fatica perfino a realizzare
le condizioni minime di esercizio dei diritti umani più elementari.
Sembra dire molto di più della tradizionale espressione di "Educazione
Civica", inoltre, perché il concetto di Convivenza civile
presuppone di superare il valore del "buon comportamento"
da assumere nello spazio civile pubblico, ma richiede di praticare come
bene comune pubblico anche il "buon comportamento" da assumere
nello spazio privato in tema non solo di partecipazione e di coscienza
politica, ma anche di circolazione stradale, di rispetto dell'ambiente,
di cura della propria salute e dell'alimentazione, di comportamenti
nel campo affettivosessuale. Esemplificando: se è vero che l'educazione
stradale richiede il rispetto delle norme del Codice stradale come condizione
per consentire a tutti (pedoni, ciclisti, automobilisti, ecc.) di circolare
con ordine e sicurezza, è altrettanto vero che l'automobilista
solitario, nel cuore della notte, non può correre a folle velocità
sull'autostrada, non solo perché le eventuali conseguenze della
sua imprudenza hanno pesanti "costi sociali" (assistenza ospedaliera,
invalidità, ecc.) oltre che "personali" e "familiari",
ma anche e soprattutto perché essere imprudenti è male
in sé ed è un comportamento da rifiutare sempre, in presenza
di altri, certo, ma nondimeno da soli, in privato. Discorsi che vanno
ovviamente ripetuti analoghi per tutte le altre 'educazioni' raccolte
nel contenitore Convivenza civile.
Nel concetto di Convivenza civile, perciò, si afferma
con molta più forza che nelle altre due più tradizionali
espressioni il principio secondo il quale far bene a se stessi, ed agire
bene, in città, per la strada, nell'ambiente in cui si vive,
per la propria salute, nell'espressione affettiva è anche, sempre,
far bene agli altri e contribuire all'agire bene di tutti, e viceversa.
La radice morale. La seconda motivazione che ha portato
ad indicare con l'espressione "educazione alla Convivenza civile"
l'insieme dell'educazione alla cittadinanza o civica, stradale, all'ambiente,
alla salute, all'alimentazione e all'affettività è che,
finora, nella scuola, queste diverse componenti, da un lato, sono spesso
state considerate dimensioni separate le une dalle altre e, dall'altro,
sono state di fatto introdotte nei piani di studio con una modalità
didattica più additiva che integrativa. La riunificazione di
queste componenti educative nell'"educazione alla Convivenza
civile" favorisce, invece, sia il processo di scoperta della
loro unità a livello profondo, sia la necessità di una
loro naturale integrazione anche a livello di trattazione didattica.
La convivenza umana, infatti, sia essa declinata nelle relazioni
interpersonali micro (rapporti a due, famiglia, gruppo di amici) o macro
(città, ambiente, società, partiti, religioni), è
civile se e quando è basata su una comune condizione: la personale
consapevolezza etica e morale in tutti i campi d'azione dell'esperienza
umana, dai comportamenti pubblici a quelli privati, da quelli igienici
a quelli alimentari, da quelli improntati al rispetto dell'ambiente
a quelli che coinvolgono le relazioni interpersonali tra soggetti dello
stesso o di diverso sesso. In questa prospettiva, la Convivenza civile
appare allo stesso tempo condizione e risultato delle 'educazioni' che
la compongono visto che tutte rimandano ad una comune radice morale
personale e, allo stesso tempo, ne sono anche il frutto più maturo.
Sarebbe, a questo punto, incomprensibile un 'insegnamento' di queste
dimensioni che non fosse intimamente integrato e sempre agganciato alla
complessità dell'esperienza umana e sociale dei singoli allievi.
Le narrazioni del modo con cui ciascuno vive ed interpreta le dimensioni
della Convivenza civile, infatti, diventano il materiale formativo
da cui emerge una mappa articolata delle differenze e delle uguaglianze
valoriali e comportamentali, di ciò che individualizza e di ciò
che è condiviso; mappa che il docente è invitato poi a
comparare contrastivamente con quella propria e con quella presente
nelle Indicazioni allo scopo, sia di aprire con gli allievi una
lettura cognitiva intersoggettiva allo stesso tempo più ampia
e mai conclusa delle reciproche esperienze individuali, sia di condividere
in libertà e responsabilità valori e comportamenti di
vita.
L'unità dell'educazione. La circostanza introduce
anche l'ultima motivazione che ha portato a considerare l'"educazione
alla Convivenza civile" come l'insieme dell'educazione alla
cittadinanza o civica, stradale, all'ambiente, alla salute, all'alimentazione
e all'affettività. Con questa scelta, infatti, soprattutto alla
luce della dimensione morale che la fonda e a cui, allo stesso tempo,
mira come fine, sembra più facile comprendere non solo che la
condizione e il fine delle differenti 'educazioni' è appunto
l'unità morale personale che fonda la Convivenza civile,
ma anche che tale unità morale è la condizione e il fine
di tutta l'esperienza scolastica, padronanza dei concetti e delle abilità
disciplinari più specifiche comprese. Da questo punto di vista,
risulta allora chiaro che il fine di qualsiasi insegnamento scolastico
non è il contenuto delle discipline in sé e per sé,
quanto, appunto, l'unità morale implicata dalla Convivenza
civile, promossa attraverso l'incontro con tutti i contenuti disciplinari
e la loro interiorizzazione. Un buon insegnamento della religione, dell'italiano,
dell'inglese, della matematica, delle scienze ecc., in sostanza, produce,
è chiamato a produrre, a livello personale, come condizione e
fine, la Convivenza civile; così come le competenze specifiche
della Convivenza civile, se non vogliono indulgere all'astrattezza
e alla sterilità moralistica, non nascono né esistono
fuori da buone e corrette conoscenze ed abilità disciplinari.
Questioni di impianto metodologico e culturale
Dagli obiettivi specifici di apprendimento agli obiettivi formativi.
I docenti delle istituzioni scolastiche, rispettando la natura e le
caratteristiche di ogni grado di scuola, sono tenuti, così dispongono
le Indicazioni Nazionali, a trasformare il quadro tracciato nel
Profilo educativo, culturale e professionale dello studente da
promuovere entro i 14 anni, nonché gli "obiettivi generali
del processo formativo" e gli "obiettivi specifici di apprendimento
relativi alle competenze degli allievi" (art. 8 del DPR.275/99)
in obiettivi formativi, cioè in obiettivi di apprendimento
effettivamente adatti alla maturazione dei singoli allievi che si affidano
al loro peculiare servizio educativo (art. 13 del DPR.275/99) e, soprattutto,
per loro significativi.
1. Il Profilo educativo, culturale e professionale dello studente
alla fine del Primo Ciclo di Istruzione costituisce la bussola e
l'orizzonte di senso per la determinazione sia degli obiettivi generali
del processo formativo sia degli obiettivi specifici di apprendimento
a riguardo dei diversi periodi didattici che caratterizzano i gradi
scolastici di ogni ciclo. Esplicitando ciò che ogni studente,
alla fine del Primo ciclo deve sapere (le conoscenze disciplinari
e interdisciplinari) e fare (le abilità operative) per
essere l'uomo e il cittadino che è lecito normalmente
attendersi che sia, a 14 anni, mette in luce come il culturale
e il professionale siano occasioni e strumenti per l'educativo
personale e come le conoscenze disciplinari e interdisciplinari
(il sapere) e le abilità operative (il fare) apprese
ed esercitate non solo nel sistema formale (la scuola), ma anche in
quello non formale (le altre istituzioni formative) e informale (la
vita sociale nel suo complesso), siano per il ragazzo, davvero formative
nella misura in cui effettivamente diventano sue competenze personali.
2. Collegati al Profilo educativo, culturale e professionale,
ma calati nello specifico grado di scuola a cui si riferiscono (nel
nostro caso: la Scuola Primaria), gli "obiettivi generali del processo
formativo" presentati nelle Indicazioni Nazionali orientano
la natura e il significato degli interventi educativi e didattici predisposti
complessivamente dai docenti e dalla scuola al servizio del massimo
ed integrale sviluppo possibile delle capacità di ciascun allievo.
3. Gli "obiettivi specifici di apprendimento" indicano le
conoscenze (il sapere) e le abilità (il saper fare)
che tutte le scuole della Repubblica, nei diversi periodi didattici
della Scuola Primaria, sono invitate dallo Stato ad organizzare in attività
educative e didattiche volte alla concreta e circostanziata promozione
delle competenze finali degli allievi a partire dalle loro capacità.
Essi sono presentati ordinati per discipline e per "educazione
alla Convivenza civile".
L'ordine di presentazione delle conoscenze e delle abilità che
costituiscono gli obiettivi specifici di apprendimento non va, tuttavia,
confuso con il loro ordine di svolgimento psicologico e didattico con
gli allievi.
Il primo vale, come già si ricordava, come spunto e promemoria
per i docenti. In questa prospettiva, gli obiettivi specifici di apprendimento
sono, per così dire, la "materia prima culturale" che
i docenti sono chiamati ad adoperare e a vivificare per promuovere l'educazione
dei fanciulli.
Il secondo vale, invece, per gli allievi, è tutto affidato alle
determinazioni professionali delle istituzioni scolastiche e dei docenti,
ed entra in gioco quando si passa dagli obiettivi specifici di apprendimento
agli obiettivi formativi. In questa prospettiva, gli obiettivi formativi
sono la "forma", fatta di diverse combinazioni qualitative
e quantitative, assegnata a volta a volta dai docenti alla "materia
prima culturale".
Per questo non bisogna attribuire al primo ordine la funzione del secondo.
Soprattutto, non bisogna cadere nell'equivoco di impostare e condurre
le attività didattiche quasi in una corrispondenza biunivoca
con ciascun obiettivo specifico di apprendimento. L'insegnamento, in
questo caso, infatti, diventerebbe una forzatura. Al posto di essere
frutto del giudizio e della responsabilità professionale necessari
per progettare gli obiettivi formativi a partire dagli obiettivi specifici
di apprendimento, ridurrebbe i primi ad un pleonasmo o ad una esecutiva
applicazione dei secondi. Inoltre, trasformerebbe l'attività
didattica in una ossessiva e meccanica successione di esercizi/verifiche
degli obiettivi specifici di apprendimento indicati che toglierebbe
ogni respiro educativo e culturale all'esperienza scolastica.
Non bisogna, inoltre, dimenticare che se anche gli obiettivi specifici
di apprendimento sono indicati per le diverse discipline e per l'educazione
alla Convivenza civile in maniera minuta e segmentata, obbediscono,
in realtà, ciascuno, al principio dell'ologramma: gli uni rimandano
agli altri; non sono mai, per quanto possano essere autoreferenziali,
richiusi su se stessi, ma sono sempre un complesso e continuo rimando
al tutto. Un obiettivo specifico di apprendimento di una delle dimensioni
della Convivenza civile, quindi, è sempre anche disciplinare
e viceversa; analogamente, un obiettivo specifico di matematica è
e deve essere sempre, allo stesso tempo, ricco di risonanze di natura
linguistica, storica, geografica, espressiva, estetica, motoria, sociale,
morale, religiosa. E così per qualsiasi altro obiettivo specifico
d'apprendimento. Dentro la disciplinarità anche più spinta,
in sostanza, va sempre rintracciata l'apertura inter e transdisciplinare:
la parte che si lega al tutto e il tutto che non si dà se non
come parte. E dentro le 'educazioni' vanno riconosciute le discipline,
così come attraverso le discipline e le 'educazioni' non si deve
promuovere altro che l'educazione integrale di ciascuno.
La disposizione degli obiettivi specifici di apprendimento non ha altro
scopo, dunque, che indicare chiaramente, senza equivoci, ai docenti,
ai genitori e agli stessi allievi i livelli essenziali di prestazione
che le Scuole Primarie della Repubblica sono tenute in generale
ad assicurare ai cittadini per mantenere l'unità del sistema
educativo nazionale di istruzione e di formazione, per impedire la frammentazione
e la polarizzazione del sistema e, soprattutto, per consentire agli
allievi la possibilità di maturare in tutte le dimensioni tracciate
nel Profilo educativo, culturale e professionale previsto per
la conclusione del primo ciclo degli studi.
Non hanno, perciò, alcuna pretesa validità per i casi
singoli, siano essi le singole istituzioni scolastiche o, a maggior
ragione, i singoli allievi. È compito esclusivo di ogni scuola
autonoma e dei docenti, infatti, nel concreto della propria storia e
del proprio territorio, assumersi la libertà di mediare, interpretare,
ordinare, distribuire ed organizzare gli obiettivi specifici di apprendimento
in obiettivi formativi, considerando, da un lato, le capacità
complessive di ogni fanciullo che devono essere sviluppate al massimo
grado possibile e, dall'altro, le teorie pedagogiche e le pratiche didattiche
che ritengono, a questo scopo, scientificamente più affidabili
e professionalmente più efficaci. Allo stesso tempo, tuttavia,
è compito esclusivo di ogni scuola autonoma e dei docenti assumersi
la responsabilità di "rendere conto" delle scelte
fatte e di porre le famiglie e il territorio nella condizione di conoscerle
e di condividerle.
4. Gli obiettivi formativi, quindi, sono gli "obiettivi
generali del processo formativo" e gli "obiettivi specifici
di apprendimento" contestualizzati, entrati in una scuola, in una
sezione, in un gruppo concreto di alunni che hanno, ciascuno, le loro
personali capacità, trasformate, poi, grazie alla professionalità
dei docenti e al carattere educativo delle attività scolastiche,
in affidabili e certificate competenze individuali finali.
Gli "obiettivi generali del processo educativo" e gli "obiettivi
specifici di apprendimento" sono e diventano obiettivi formativi,
quindi, nel momento in cui si trasformano nei compiti di apprendimento
ritenuti realmente accessibili, in un tempo dato e professionalmente
programmato, ad uno o più allievi concreti e sono, allo stesso
tempo, percepiti da 'questi' allievi come traguardi importanti e significativi
da raggiungere per la propria personale maturazione. In altre parole,
si potrebbe dire, nel momento in cui ristrutturano l'ordine formale
epistemologico da cui sono stati ricavati in quello reale, psicologico
e didattico, di ciascun allievo, con la sua storia e le sue personali
attese.
Anche gli obiettivi formativi, ovviamente, al pari degli obiettivi specifici
di apprendimento, obbediscono alla logica ologrammatica. Si può
sostenere, anzi, che la esaltino. Se non la testimoniassero nel concreto
delle relazioni educative e delle esperienze personali di apprendimento
difficilmente potrebbero essere ancora definiti "formativi".
Per questo non possono mai essere formulati in maniera atomizzata e
prevedere corrispondenti performance tanto analitiche, quanto,
nella complessità del reale inesistenti, ma vanno sempre esperiti
a partire da problemi ed attività ricavati dall'esperienza diretta
dei fanciulli. Tali problemi ed attività, per definizione, sono
sempre unitarie e sintetiche, quindi mai riducibili né ad esercizi
che pretendono di raggiungere in maniera segmentata e scomposta gli
obiettivi formativi, né alla comprensione dell'esperienza assicurata
da singole prospettive disciplinari o da singole 'educazioni'. Richiedono,
piuttosto, sempre, la mobilitazioni di sensibilità e prospettive
pluri, inter e transdisciplinari, nonché il continuo richiamo
all'integralità educativa. Inoltre, aspetto ancora più
importante, esigono che siano sempre dotate di senso, e quindi motivanti,
per chi le svolge.
L'identificazione degli obiettivi formativi può scaturire
dalla armonica combinazione di due diversi percorsi.
Il primo (bottom up) è quello che si fonda sull'esperienza
degli allievi e individua a partire da essa le dissonanze cognitive
e non cognitive che possono giustificare la formulazione di obiettivi
formativi da raggiungere, alla portata delle capacità degli
allievi e, in prospettiva, logicamente coerenti con il Profilo educativo,
culturale e professionale, nonché con il maggior numero possibile
di obiettivi specifici di apprendimento.
Il secondo (top down) è quello che può ispirarsi
direttamente al Profilo educativo, culturale e professionale e
agli obiettivi specifici di apprendimento e che considera, come già
si accennava, se e quando, attraverso quali apposite mediazioni professionali
di tempo, di luogo, di qualità e quantità, di relazione,
di azione e di circostanza, aspetti dell'uno e degli altri possono inserirsi
e integrarsi nella storia narrativa personale o di gruppo degli allievi,
e possono essere percepiti da ciascun fanciullo, e dalla sua famiglia,
nel contesto della classe, della scuola e dell'ambiente, come traguardi
importanti e significativi per la propria crescita individuale.
Dalle Indicazioni Nazionali ai Piani di Studio Personalizzati.
Le istituzioni scolastiche, rispettando i vincoli organizzativi di
orario, di organico e di funzioni elencati nelle Indicazioni nazionali,
sono tenute a trasformare gli "obiettivi generali del processo
formativo" e gli "obiettivi specifici di apprendimento"
(conoscenze e abilità) prima in obiettivi formativi
e poi, grazie all'articolazione delle attività educative e didattiche,
nelle competenze educative, culturali e professionali finali
di ciascuno.
Le Unità di Apprendimento. Gli obiettivi formativi,
le attività, le modalità organizzative, i tempi ed i metodi
necessari per trasformarli in competenze degli allievi, nonché
le modalità di certificazione delle competenze acquisite, vanno
a costituire le Unità di Apprendimento del Piano di
Studio Personalizzato di ciascun alunno, da cui si ricava documentazione
utile per la compilazione del Portfolio delle competenze individuali.
Le Unità di Apprendimento (obiettivi formativi, scelte
dei metodi e dei contenuti, modalità di verifica e di valutazione)
che vanno a costituire i Piani di Studio Personalizzati non considerano
le conoscenze e le abilità come archivi astratti, ancorché
epistemologicamente motivati, da raggiungere, bensì come occasioni
per lo sviluppo globale della persona del fanciullo che interagisce
attivamente con la cultura. In questo senso, sono occasioni per sviluppare
in maniera armonica le capacità (intellettuali, esteticoespressive,
motorie, operative, sociali, morali e religiose) di ciascuno, ponendolo
nelle condizioni di capire il mondo e di trasformarlo, mentre conosce
e trasforma se stesso.
Calendario scolastico. Ai fini della valorizzazione dei
Piani di Studio Personalizzati, può essere produttivo
far coincidere il periodo utile per l'offerta delle attività
didattiche da parte delle istituzioni scolastiche con l'intero anno
scolastico, salvo il rispetto delle disposizioni contrattuali e di stato
giuridico dei docenti, nonché dei giorni minimi di sospensione
dell'attività didattica disposta dalle competenti autorità
per le festività di Natale, Pasqua e delle altre feste religiose
e civili. In questa maniera, ogni istituzione scolastica, grazie all'autonomia
organizzativa e didattica di cui dispone, potrà distribuire a
livello mensile, settimanale e giornaliero il monte ore annuale delle
lezioni in base alle esigenze di apprendimento degli allievi, ai risultati
finali da raggiungere e alle esigenze avanzate dalle famiglie e dal
territorio, secondo criteri distributivi dell'orario più da velocità
variabile che da velocità media.
Nuova organizzazione. Sempre ai fini della valorizzazione
dei Piani di Studio Personalizzati va ricordata alle scuole
l'importanza di progettare in maniera molto innovativa la propria organizzazione.
Finora, infatti, tale organizzazione ha perlopiù visto il suo
elemento costitutivo nella "classe", intesa come unità
amministrativa primaria a cui far confluire tutte le attenzioni e i
provvedimenti (dall'assegnazione dei docenti all'orario annuale delle
lezioni). Con la prospettiva dei Piani di Studio Personalizzati,
invece, pare utile considerare elemento primario e costitutivo della
nuova organizzazione della scuola le "persone", e, nel caso
specifico, i singoli allievi.
Essi, in un numero corrispondente al massimo oggi necessario per formare
una classe, sono, perciò, originariamente affidati alle cure
e alle responsabilità di un docente Tutor. Il docente
Tutor, insieme ai colleghi, nell'ambito del Pof e tenendo conto
dei vincoli e delle risorse presenti nelle Indicazioni nazionali,
progetta, un'organizzazione del percorso formativo fondato su due modalità.
La prima è quella che impiega il Gruppo classe, cioè un
Gruppo numeroso di bambini chiamato a svolgere attività prevalentemente
omogenee ed unitarie. La seconda è quella centrata sui Laboratori,
nella quale i fanciulli lavorano invece in Gruppi di livello, di compito
ed elettivi che possono coinvolgere non solo il Gruppo di allievi affidato
ad un Tutor, ma anche quello affidato ad altri Tutor.
Dovendo dare alcuni suggerimenti sull'utilizzo di tali Gruppi è
bene ricordare che i Gruppi nei quali si svolge un'attività omogenea,
se apportano un sostegno ai fanciulli, stimolandoli in alcune attività
sistematiche, possono avere l'effetto negativo di incoraggiare il conformismo
e, soprattutto, di penalizzare i soggetti estremi (i meno e i più
competenti). D'altra parte, poiché è noto che l'insegnamento
organizzato da allievi più competenti per compagni meno competenti
è efficace, vale la pena di articolare l'organizzazione didattica
anche tenendo conto di queste consapevolezze fornite dalla ricerca educativa.
Questo soprattutto in presenza di fanciulli con ritardi evolutivi globali
e/o di settore.
Sull'onda di precise sollecitazioni internazionali (OCSE), dunque, non
si tratta di mettere in discussione l'importanza e, per certi aspetti,
l'insostituibilità del lavoro educativo e didattico che si svolge
in un Gruppo classe, ma di riconoscere che sia per il miglior apprendimento
di alcune conoscenze ed abilità (si pensi, ad esempio all'inglese
o a determinate attività espressive, motorie, informatiche, operative
o alle attività di recupero e sviluppo di singoli apprendimenti),
sia per la miglior crescita di alcune dimensioni relazionali e sociali
sono altrettanto indispensabili momenti di lavoro per Gruppi di livello,
di compito ed elettivi, tutti a composizione numerica variabile.
Il docente Tutor coordinatore. L'alternanza di questi
diversi momenti di lavoro, tuttavia, non può, da un lato, prescindere
dall'età degli allievi, con il rischio di disorientarli, e, dall'altro
lato, non può nemmeno essere improvvisata od obbedire più
alle esigenze dell'organizzazione scolastica che dell'allievo.
Proprio per tener conto del primo aspetto, le Indicazioni nazionali
ritengono necessario assicurare ai fanciulli, fino al primo biennio,
la possibilità di lavorare in un Gruppo classe, con la presenza
del docente Tutor, per un numero di ore che oscillano da 594 a 693 su
891 o 990 annuali.
Per tener conto del secondo aspetto, inoltre, le Indicazioni nazionali
domandano ai docenti Tutor e ai docenti responsabili dei diversi Laboratori
la progettazione di una successione organica e ordinata dei momenti
di lavoro differenziati tra Gruppi classe, di livello, di compito ed
elettivi. Successione che non necessariamente va condotta una volta
per tutte all'inizio dell'anno, ma che è opportuno subisca adattamenti
in itinere sia di intensificazione sia di rallentamento.
Allo scopo di garantire l'organicità e l'ordine, al servizio
degli allievi, della successione delle modalità di lavoro di
Gruppo appena ricordate, le Indicazioni nazionali hanno previsto
di estendere i compiti del docente Tutor che coordina i percorsi
formativi per gli alunni anche al coordinamento della propria attività
con quella dei colleghi responsabili dei Laboratori.
I Laboratori: natura, organizzazione e consigli d'uso.
I Laboratori previsti all'interno della quota oraria obbligatoria nel
corso dei cinque anni della Scuola Primaria sono in totale sei:
- Attività Informatiche,
- Attività di Lingue (tra cui l'Inglese),
- Attività espressive (dal teatro alla musica, dalla pittura
al modellaggio ecc.),
- Attività di progettazione (progetti di intervento ambientale
o sociale, progetti di esperimenti, costruzione e decostruzione di
macchine e oggetti, giardinaggio, bricolage ecc.),
- Attività motorie e sportive,
- Larsa (Laboratorio di Recupero e Sviluppo degli Apprendimenti).
Che cosa sono. Come dice la parola stessa, il Laboratorio
è il luogo privilegiato in cui si realizza una situazione d'apprendimento
che coniuga conoscenze e abilità specifiche su compiti unitari
e significativi per gli alunni, possibilmente in una dimensione operativa
e progettuale che li metta in condizione di dovere e poter mobilitare
l'intero sapere esplicito e tacito di cui dispongono.
In questo senso, il Laboratorio si può definire: un'occasione
per scoprire l'unità e la complessità del reale, mai riducibile
a qualche schematismo più o meno disciplinare; un momento significativo
di relazione interpersonale e di collaborazione costruttiva dinanzi
a compiti concreti da svolgere, e non astratti; un itinerario di lavoro
euristico che non separando programmaticamente teoria e pratica, esperienza
e riflessione logica su di essa, corporeo e mentale, emotivo e razionale
è paradigma di azione riflessiva e di ricerca integrata ed integrale;
uno spazio di generatività e di creatività che si automotiva
e che aumenta l'autostima mentre accresce ampiezza e spessore delle
competenze di ciascuno, facendole interagire e confrontare con quelle
degli altri; possibile camera positiva di compensazione di squilibri
e di disarmonie educative; garanzia di itinerari didattici significativi
per l'allievo, capaci di arricchire il suo orizzonte di senso.
Chi e quando li tiene. I Laboratori sono affidati, in
piena autonomia da parte della Istituzione scolastica, ad uno o a più
docenti che per competenza professionale e didattica, e disponibilità
personale, organizzano percorsi formativi opzionali ordinati per Gruppi
(di livello, di compito e elettivi) e coordinati alle Indicazioni
nazionali, in grado di rispondere alle differenti situazioni di
apprendimento degli allievi.
Per problemi organizzativi, è consigliabile, tuttavia, che siano
al massimo tre fino alla conclusione del primo biennio. Si tratterà,
quindi, di integrare le competenze da promuovere nei Laboratori (per
esempio, prevedere un unico responsabile del Laboratorio di Attività
espressive, di Lingue, di Attività motorie e sportive, di Attività
informatiche) e di affidarli al massimo a tre docenti responsabili che
li organizzino in verticale e/o in orizzontale.
Dal secondo biennio, soprattutto laddove esistano scuole comprensive
che lavorano in maniera unitaria fino all'ultimo anno della scuola secondaria
di I grado, si può anche prevedere l'affidamento dei sei Laboratori
a sei docenti differenti. Non è del resto obbligatorio che gli
allievi optino per la frequenza di tutti e sei Laboratori ogni anno
e, all'interno dell'anno, per ogni sua frazione interna.
Naturalmente niente impedisce che qualche Laboratorio sia assegnato
anche ai docenti Tutor: in questo caso, se il loro orario sui Laboratori
non sarà residuale, significherà che essi svolgeranno
le loro attività laboratoriali in presenza dell'intero Gruppo
classe che è loro affidato.
Né è escluso che, pur rispettando la normativa vigente
in materia, possa essere organizzato secondo la modalità del
Laboratorio anche l'IRC.
Come si organizzano. La caratteristica principale del
Laboratorio, dal punto di vista didattico, è la sua realizzazione
con Gruppi di alunni della stessa classe o di classi parallele o di
classi verticali, riuniti per livello di apprendimento, o per eseguire
un preciso compito/progetto, o per assecondare liberamente interessi
e attitudini comuni.
I Laboratori possono essere predisposti all'interno dell'Istituto e/o
tra più Istituti in rete, servendosi dell'organico d'Istituto
e/o di rete a disposizione; ciò consente di ottimizzare l'utilizzo
di precise professionalità anche nella Scuola Primaria. Si pensi,
ad esempio, alla possibilità che insegnanti della Scuola Primaria
particolarmente competenti, per il personale percorso formativo e professionale,
nelle varie attività dei Laboratori, possano operare con Gruppi
di alunni dell'intera scuola di appartenenza o di scuole in rete.
Si può, altresì, considerare l'opportunità, non
più privilegio esclusivo degli Istituti Comprensivi, di utilizzare
i docenti di Musica, di Attività Motorie e Sportive e di Lingua
Inglese della Scuola Secondaria di I grado anche per Laboratori offerti
agli allievi della Scuola Primaria per realizzare apprendimenti assolutamente
necessari allo sviluppo integrale delle personalità dell'alunno.
Qualunque siano le modalità organizzative, i docenti dei Laboratori
entrano a pieno titolo a far parte dell'équipe pedagogica
che realizza gli apprendimenti degli alunni nella Scuola Primaria; ciò
allo scopo evidente di garantire una mediazione didattica adeguata ai
fanciulli di questa età e di operare in modo integrato per tempi,
contenuti e metodi con gli altri docenti e con il Tutor in particolare.
Dopo che ogni Istituzione scolastica, nell'ambito del Pof, ha organizzato,
al proprio interno o in rete, Laboratori ordinati per Gruppi di livello,
di compito o elettivi e coordinati alle Indicazioni nazionali,
ciascun docente Tutor indica, in accordo con gli altri docenti
e la famiglia, quali Laboratori possano essere particolarmente utili
per il pieno sviluppo delle capacità di ciascun allievo; può
quindi accadere che un fanciullo frequenti tutti i differenti Laboratori,
mentre un altro ne frequenti solo alcuni tipi, perché, ad esempio,
ha bisogno di perseguire un maggior sviluppo motorio e di esercitare
abilità di manualità fine, mentre per altre conoscenze
ed abilità sono sufficienti le sollecitazioni ordinarie ed omogenee
offerte nel Gruppo classe o, addirittura, maturate in contesti extrascolastici.
Si consolida, in questo modo il Piano di studio personalizzato (Psp)
di ciascun allievo: è questo un passaggio cruciale per l'azione
educativa finalizzata alla crescita e alla valorizzazione della persona
in tutte le sue dimensioni, un momento complesso che richiede una stretta
collaborazione tra scuola, famiglia ed extrascuola.
Coerenza degli insegnamenti laboratoriali. Nelle realtà
più complesse, l'efficace organizzazione dei Laboratori, che
si possono anche articolare in più moduli progressivi di livello
o di compito, deve poter contare sulla presenza di un docente unitariamente
responsabile per ciascuna tipologia dei Laboratori attivati nella scuola;
esemplificando, se il Laboratorio di Attività Informatiche è
organizzato in quattro moduli progressivi di differente livello qualitativo
affidati a docenti diversi, occorre che uno di questi docenti abbia
la responsabilità del coordinamento scientifico e didattico generale
di tutti e quattro i moduli e, quindi, anche dei colleghi che se occupano.
E' evidente, infatti, che solo la presenza di un Responsabile di Laboratorio
può garantire, da un lato, la coerenza di sviluppo epistemologico
dei vari moduli e, all'altro, il necessario collegamento tecnico e metodologico
tra i docenti incaricati di svolgerli; la sua presenza è condizione
per la realizzazione di un'offerta formativa che, mentre si adatta alle
esigenze di ciascun allievo, (in ciò concordando le decisioni
con il docente Tutor), non tradisce, però, nemmeno lo
sviluppo logico dei contenuti di insegnamento.
Laboratori e Gruppo classe. Ciò non significa,
però, che le attività laboratoriali non possano essere
organizzate anche per e nel Gruppo classe almeno in due sensi.
Perché niente impedisce che il docente Tutor per un anno
o per alcuni periodi dell'anno, si assuma la responsabilità di
condurre moduli di lavoro all'interno di uno dei Laboratori appositamente
costituiti nell'organizzazione della scuola e affidati ad un collega
che ne è responsabile, mantenendo l'unità del suo Gruppo
classe e così obbedendo anche al vincolo di svolgere con esso,
fino alla terza Primaria, da 594 a 693 ore su 891 o 990 annuali di presenza.
Perché qualsiasi insegnamento si può svolgere in maniera
laboratoriale. Per Scienze, ad esempio, si può pensare ad attività
sperimentali e di realizzazione pratica delle conoscenze e delle abilità
perseguite; per Storia si può prevedere l'analisi e l'interpretazione
dei documenti, anche nella forma della multimedialità, che sfoci
in materiale di consultazione/ presentazione di periodi storici, anche
per altri; per Italiano si può progettare una Biblioteca, in
cui all'attività di lettura facciano seguito occasioni di schedatura,
di manipolazione dei testi originari, di predisposizione di percorsi
di lettura/ascolto per i compagni più piccoli della scuola, ecc.
Esempi. Senza pretendere di soffermarsi sulle attività
caratterizzanti tutti i Laboratori, può bastare, come esempio,
ricordare che il Laboratorio di Attività Espressiva può
essere il momento in cui l'allievo riunisce i diversi tipi di linguaggio
che ha imparato a conoscere (verbale, orale, scritto, visivo, gestuale,
musicale, artistico,
), ed utilizzarli con una precisa intenzione
comunicativa che può trovare realizzazione in uno spettacolo
teatrale, in una mostra, nell'arredo pittorico della propria aula o
della scuola, in una campagna pubblicitaria ecc.
Analogamente, nel Laboratorio di progettazione si possono prevedere
percorsi formativi interdisciplinari in grado di mettere realmente in
gioco le competenze acquisite dagli allievi e di promuoverne di nuove.
Si pensi, per esempio, a progetti operativi legati alla tutela ambientale,
alla educazione alimentare, all'educazione alla salute, all'educazione
alla cittadinanza
, laddove la semplicità delle operazioni
da compiere non si traduce in banalità ma, anzi, favorisce l'acquisizione
di una logica di lavoro corretta che pone criticamente l'alunno di fronte
ad un problema e gli fornisce l'opportunità di progettarne prima
e di verificarne poi la più o meno soddisfacente soluzione.
Una cura particolare merita il Laboratorio di Lingue. In esso si possono
ovviamente prevedere attività di Gruppo classe riferite all'apprendimento
della lingua italiana, ma diventa indispensabile utilizzarlo per l'apprendimento
della lingua inglese. Il Laboratorio, in questa direzione, potrà
essere affidato alla responsabilità della maestra specialista
che, a seconda dei livelli di maturazione degli allievi e della natura
delle attività a volta a volta proposte, potrà lavorare
con profitto sia, in alcuni momenti, per Gruppi classe, sia, per lo
più, per Gruppi di livello o di compito interclasse.
Non meno importanti i Laboratori di recupero e sviluppo degli apprendimenti
(Larsa). Poiché non tutti i ragazzi necessitano di tempi uguali
per gli stessi apprendimenti, né godono delle stesse opportunità
familiari ed ambientali per acquisire gli obiettivi formativi stabiliti
da ogni Istituzione scolastica, è indispensabile l'intervento
di una funzione compensativa della scuola: dare di più a chi
ha di meno e dare meglio a tutti. Occorre perciò utilizzare uno
strumento flessibile come il Laboratorio che permette di personalizzare
i processi di apprendimento e di maturazione, nella piena consapevolezza
che spesso non è necessario agire sulla quantità ma sulla
qualità e sulla pluralità piuttosto che sulla ripetitività
del metodo (non è sempre vero che con tanti esercizi di riflessione
sulla lingua, si migliora l'abilità linguistica di un alunno
in difficoltà, a volte occorre un approccio metodologico diverso,
un ambiente d'apprendimento meno affollato, l'utilizzo di un diverso
tipo di intelligenza, un rapporto relazionale diverso,
). I Larsa
possono essere assegnati al docente Tutor (soprattutto nei primi
anni) oppure possono essere progressivamente affidati a docenti che
si specializzano anche sul piano scientifico sul tema del recupero e
dello sviluppo degli apprendimenti. Nei Larsa non sono da escludere,
previa accurata organizzazione dei docenti, forme di mutuo insegnamento
tra gli allievi più esperti e principianti, e le differenti formule
che oggi contraddistinguono le pratiche della peer education
e del cooperative learning. Nella maggior parte dei casi, infatti,
i tutelati non solo non sviluppano nei confronti dei loro compagni riconosciuti
più competenti alcuna dipendenza cognitiva, ma traggono molto
profitto dalle spiegazioni. I tutori, per converso, non perdono tempo,
ma acquistano una comprensione più profonda della disciplina
insegnata. Il reciproco insegnamento (apprendimento per consulenza o
per collaborazione tra pari), inoltre, motiva maggiormente la comprensione
intellettuale, l'interesse emotivo, la partecipazione sociale e la ricerca
di ulteriori livelli di approfondimento
Valorizzare le differenze.
Ciascun allievo porta a scuola tutto l'intreccio di affetti, emozioni,
conoscenze, esperienze e relazioni che costituiscono la sua cultura,
e quindi la sua identità. Un'identità per certi aspetti
di tipo spaziale, per altri temporale; per alcuni aspetti legata alla
famiglia e alla tradizione, per altri alle più radicali discontinuità
del virtuale e dei messaggi massmediologici più o meno adulterati;
da una parte di tipo collettivo, dall'altra di natura individualmente
stilistica, emozionale, corporea.
Proprio a scuola, ogni allievo ha la possibilità non solo di
scoprire le varie sfaccettature della propria identità, ma anche
di sperimentare concretamente quelle degli altri, con compagni provenienti
da altre regioni e da altri Paesi del mondo, con altre storie, altri
modi di vivere e di raccontare la diversità tra maschi e femmine,
il temperamento, il carattere, le capacità personali ecc
Davanti a questa ineliminabile condizione di molteplicità si
aprono due strade: quella dei tentativi di riduzione forzata ad un'unità
omogenea ed uniforme, tipica delle culture e delle appartenenze chiuse
e totalizzanti; quella che, invece, prende atto delle diversità,
le tematizza e le trasforma, attraverso l'incontro, la ricerca e la
reciprocità, in una ricchezza comune.
La Scuola Primaria è chiamata ad intraprendere questa seconda
strada.
Si tratta, quindi, anzitutto, di rendere consapevole il fanciullo della
circostanza di avere già di per se stesso un'identità
frutto della combinazione unica e differente di percorsi e di storie
diverse, vicine e lontane, personali e familiari, di gruppo e sociali.
In secondo luogo, si tratta di fargli toccare con mano quanto la circostanza
sia comune anche a tutti gli altri, per cui consolidare la propria identità,
in questo contesto, non può semplicemente significare un'estensione
di quella personale a quella altrui, di ciò che è prossimo
a ciò che è remoto, oppure di ciò che è
più forte a ciò che è più debole, oppure
ancora la semplice addizione di stili e modi di vita differenti ma incompatibili,
bensì intraprendere un percorso più lungo e costoso che,
tuttavia, si presenta anche come efficace sul piano personale e sociale.
È il percorso della riflessione sempre aperta sul gioco delle
affinità e delle differenze reciproche per elaborare senza semplificazioni,
in un processo mai terminato di comunicazioni e di aggiustamenti, un
modo di essere se stessi e di stare con gli altri che trasforma il riconoscimento
delle differenze in opportunità di affermazione personale, di
relazione e di interdipendenza sociale, di ricerca culturale e scientifica
e di responsabile scelta morale.
Iniziano qui i primi apprendimenti della Convivenza civile che
ha tra i suoi scopi proprio la maturazione di comportamenti improntati
al rispetto, alla solidarietà, all'integrazione sociale, tramite
l'incontro con e la conoscenza dell'altro.
La logica del positivo. Se si assume l'ottica che ciascuno
di noi è "diverso" dall'altro, con i suoi pregi e i
suoi difetti, le sue potenzialità e i suoi limiti, le sue diversabilità
si ribalta la logica con cui si è tradizionalmente guardato ed
affrontato il problema della diversità nella scuola e, in questo
contesto, il tema particolare dell'handicap.
Non è più questione, infatti, di integrare nessuno in
una astratta normalità che poi si traduce in propensione all'uniformità,
bensì di valorizzare al meglio le dotazioni individuali, escludendo
qualunque modalità stereotipata di approccio alla pluralità
di situazioni e di prestazioni che caratterizzano ogni essere umano.
Le diversità di ciascuno, in altri termini, segno di una possibile
ricchezza per tutti nel momento in cui ciascuna fosse ottimizzata e
impiegata, con creatività, come intenzionale contributo ad un'inclusione
sempre più ampia e ad un'affermazione di sé sempre più
congrua nel mondo e nella società.
Per questo non bisogna mai definire nessuna persona per sottrazione:
non ha, non sa, non sa fare, non può fare questo e quello. Tantomeno
indulgere a questa propensione con i soggetti in situazione di handicap.
Non è mai la carenza di alcunché, infatti, che può
contraddistinguere chiunque, ma la sua capacità di sentire, di
fare, di agire e di pensare nell'unico suo modo specifico e personale.
È da qui, dal positivo, dunque, che si inaugura l'educazione
che non è poi altro che lo sviluppo dell'unità e dell'integralità
di se stessi a partire dalle capacità unitarie e integrali che
si possiedono e, quindi, a partire anzitutto dall'accettazione globale
di sé.
Sapienza didattica è assecondare questo percorso evolutivo che
consente a ciascuno di essere un tutto, una persona integrale, pur potendo
sempre contare al meglio soltanto su alcune parti di sé; e di
scoprire che la persona integrale, come ogni tutto, è per definizione
una miniera inesauribile di risorse e di energie, perciò mai
'sfruttata' fino in fondo e una volta per sempre. Per questo, in fondo,
così sorprendente e generativa da affermarsi perfino quando i
limiti e i condizionamenti sembrerebbero comprimerla in maniera invincibile.
Handicap e cultura pedagogica. Collocare in questo quadro
teorico il problema degli allievi in situazione di handicap nei Gruppi
classe e nei Gruppi di livello, di compito ed elettivi significa revisionare
alcuni stereotipi.
In particolare, serve a condannare il facilismo didattico giustificato
con il moralismo pedagogico. Questi atteggiamenti rischiano, infatti,
di tenere il processo di apprendimento di questi, come di qualunque
altro allievo, fermo ed immobile, prigioniero di un pensiero improntato
al timore del rischio, alla cultura dell'autoconservazione, all'oblio
del generale principio secondo il quale l'integrazione di chiunque nello
spazio simbolico della cultura e nelle relazioni tipiche della Convivenza
civile richiede innanzi tutto una pedagogia della speranza (molto
simile a quella genitoriale) che proietta con fiducia gli allievi verso
positive prospettive personali di vita e rispetta la loro dignità
di uomini che si immaginano e si costruiscono il futuro, a partire dal
proprio.
Collocare il problema degli allievi in situazione di handicap nel contesto
di una generale valorizzazione delle differenze, inoltre, serve anche
a condannare le fughe tecniciste, siano esse di tipo psicologizzante
oppure riabilitativo e medicalizzante. Queste prospettive, infatti,
sono più etiologiche che prospettiche; guardano più alle
cause che ai fini; colgono e lavorano più sui deficit che sul
positivo di ciascuno. Privilegiano, insomma, nell'accostarsi alle persone,
lo sguardo della parzialità più che quello della integralità,
com'è e deve essere quello educativo. Ora, è doveroso
confrontarsi con i Profili dinamici funzionali (soprattutto se non ripropongono
gli assi dei tradizionali manuali diagnostici statistici per le malattie
della mente). Né è di per se negativo avere nel Pei di
un allievo in situazione di handicap documenti di natura medicoriabilitativa.
Ciò che pare importante, però, è non fermarsi a
questo punto, ma affermare la specificità dello sguardo pedagogico;
sguardo che, pur partendo da prospettive parziali, punta sempre, come
si anticipava, a sollecitare un progetto di vita globale per la persona
che c'è, nella sua unità e globalità, consapevole
che essa è in divenire e possiede comunque risorse originali,
sorprendenti e creative che è professionalità scoprire
e valorizzare in prospettiva educativa.
Il caso dislessia: oltre il sintomo. Il discorso si ripete,
per esempio, a proposito di quei ragazzi che pur essendo intellettualmente
dotati nella media, se non, spesso, oltre la media, sono, tuttavia,
affetti da dislessia, disgrafia, discalculia fino alle disprassie e
alle disritmie. L'insistenza sul sintomo o, ancora peggio, il suo mancato
riconoscimento soprattutto dopo il primo biennio, rischia di creare
notevolissime difficoltà all'allievo. Nel primo caso gli crea
prima ansia da prestazione e poi frustrazione e autosvalutazione. Nel
secondo caso, scambiando per negligenza o pigrizia ciò che è
invece da addebitare a precise cause di natura neurologica, gli determina
addirittura un vero e proprio blocco della volontà di apprendere,
così sprecando un'intelligenza che era vivida e perfino superiore.
Se il successo nell'apprendere è la motivazione più importante
ad apprendere per chiunque, è naturale che occorra costruire
per questi allievi un setting pedagogico che li ponga nelle condizioni
di sfruttare la pur notevole intelligenza di cui sono dotati. Sarà
allora necessario non solo poter contare su una precisa diagnosi prodotta
da specialisti (neuropsichiatra, logopedista) per riconoscere il disturbo,
ma anche, per non dire soprattutto, aggirare la didattica del sintomo.
Infatti, se la competenza nella lettura e nella scrittura è indispensabile
nell'apprendimento di tutte le discipline, ma, allo stesso tempo, se
è proprio su questa competenza che i soggetti con queste particolari
patologie non riescono ad avere successo, è gioco forza chiedere
alla scuola di trovare canali d'apprendimento diversi dalla lettura
ad alta voce, dalle verifiche scritte, dalla copiatura di testi o di
consegne ecc., ma molto più basati sulle dimensioni multisensoriali
dell'operare, del toccare e del vedere. Per esempio, bisognerebbe adoperare
calcolatrici, registratori, videoscrittura con correttore ortografico
incorporato, sintesi vocali, schemi e sequenze iconiche. Oppure, bypassando
ogni riferimento alla lettoscrittura, agire sulla pura costruzione mentale,
modalità di apprendimento, come è noto, che sta nella
parte più alta di qualsiasi tassonomia delle capacità
cognitive.
In questa direzione, è necessario, allora, sostituire l'insegnamento
nel Gruppo classe, di solito standardizzato, con attività più
mirate in Gruppi di livello, di compito ed elettivi nei quali si possano
opportunamente differenziare per i diversi soggetti le strategie didattiche.
Oppure bisogna procedere all'insegnamento nel Gruppo classe, adoperando
però per tutti o le strategie di apprendimento multisensoriali
piuttosto che linguisticoastratte, o quelle altissime che aggirano la
lettoscrittura.
Nell'uno e nell'altro caso, comunque, andare oltre la didattica del
sintomo per assumere quella globale della persona, vuol dire assicurare
a ogni allievo un rapporto individuale costruttivo, l'abitudine a prendere
sul serio i suoi problemi, a provare comprensione e solidarietà,
a creare un clima di fiducia e serenità, a non confondere mai
il giudizio sui risultati di un lavoro con quello relativo alla persona
che l'ha svolto. Inoltre, intervenire con tutti con opportune strategie
metacognitive e di orientamento, ovvero aiutare ogni allievo a riflettere
sulle modalità di apprendimento che preferisce, insegnargli le
tecniche specifiche attraverso le quali può migliorare il suo
apprendimento, guidarlo a comprendere le proprie capacità e ad
impiegarle al meglio proprio per costruire un proprio progetto di azione
che dia senso al suo lavoro scolastico, sostenere la sua autostima e
irrobustire la sua sicurezza. L'apprendimento, infatti, non è
soltanto una questione di abilità specifiche, ma riguarda sempre
la totalità delle dimensioni umane.
L'organizzazione del Piano di Studio nella prima classe e nel primo
biennio.
Nella prima classe e nel primo biennio della Scuola Primaria i fanciulli
iniziano a sperimentare le prime forme di organizzazione delle conoscenze,
utilizzando il loro personale patrimonio, ricco di precomprensioni dei
fenomeni e delle azioni, di conoscenze ed abilità.
In questi anni, essi vengono accompagnati, senza fare riferimento esplicito
allo statuto delle discipline, nel passaggio da una visione del mondo
legata ad un patrimonio di cultura e di comportamenti strettamente legati
alla loro esperienza ad una prima consapevolezza delle categorie presenti
nelle discipline di studio che raccolgono e danno significato a ciò
che essi vivono e che via via apprendono.
Proprio per questo gli insegnanti non dimenticano mai, in questo periodo,
che l'ordine psicologico e didattico delle conoscenze e delle abilità
insegnate è altra cosa rispetto all'ordine epistemologico delle
discipline così come sono presentate negli obiettivi specifici
di apprendimento.
A proposito di ordine psicologico e didattico da seguire, va ricordata
l'importanza di partire sempre dall'esperienza significativa del fanciullo
e di ritrovare in essa, attraverso apposite riflessioni condotte
in gruppo e ben guidate dal docente, l'organizzazione concettuale che
le può interpretare e descrivere al meglio socialmente negoziato.
Sarà in questa maniera che si potranno a mano a mano arricchire
i quadri concettuali elaborati e giungere, dopo le opportune mediazioni
e sistemazioni critiche, all'emergere di quadri concettuali esplicitamente
improntati all'organizzazione disciplinare.
Introdurre gradatamente gli alunni e le alunne alle discipline significa,
quindi, aiutarli a passare senza forzature dalla loro modalità
di leggere la propria ed altrui esperienza ad una modalità più
intersoggettiva e condivisa. Significa, inoltre, abituarli a cogliere
e ad usare modi e strumenti logici per loro nuovi ma altrettanto significativi
di elaborare curiosità, esperienze, conoscenze, inquadrandoli
in un sistema all'interno del quale la parte si lega al tutto e il tutto
non si dà se non come parte.
Al fine di mantenere la maggior coesione possibile tra i vari percorsi
di apprendimento, possono essere utilizzati alcuni nuclei esperienziali
unitari dai quali far scaturire le conoscenze e le abilità presenti
nelle Indicazioni nazionali e attorno ai quali via via poi collocarle
ed ordinarle fino a quando non raggiungeranno l'autonomia dell'ordinamento
disciplinare; si tratta, quindi, di individuare aree di esperienza che
siano psicologicamente e culturalmente aggreganti, e sulle quali far
convergere l'esercizio delle competenze maturate dagli allievi. A puro
scopo orientativo si forniscono alcuni esempi.
· L'autobiografia: può essere il
campo all'interno del quale l'alunno si racconta nei vari momenti della
sua vita, si descrive, esercitando, oltre al parlato, le prime forme
di scritto, utilizzando anche altri codici già sperimentati nella
scuola dell'infanzia come quelli iconico, gestuale e mimico; impara
a collocare se stesso nel tempo e nello spazio, a rappresentarsi nelle
sue specificità in relazione ad altre persone, alle varie esperienze,
condotte in famiglia, a scuola, nell'extrascuola, nella varietà
degli spazi vissuti; ad interrogarsi su che cosa significhi per sé
e per gli altri essere in buona salute, alimentarsi bene, fare attività
fisiche adatte al proprio corpo e alla sua crescita.
· Il mondo: utilizzando il termine in senso
molto ampio, il fanciullo è stimolato ad osservare la natura
che lo circonda, gli eventi e gli oggetti con cui viene in contatto
o di cui ha percezione, a descriverli, a rappresentarli, a dare loro
un ordine logico, spaziale e temporale, ad osservare elementi costanti
e/o eccezionali, ad individuare rapporti di causalità, di temporalità,
di funzionalità. Ma, all'interno di quest'area di esperienza,
l'allievo può anche conoscere tradizioni, patrimoni culturali,
valori, modi e forme della religiosità, punti di vista, problemi
ambientali, tutti aspetti che egli ritrova nella realtà direttamente
vissuta.
· La fantasia: è importante permettere
all'alunno di costruirsi altri mondi, di leggere in modo originale l'esperienza
quotidiana, attraverso modalità consuete o stereotipate di lettura
del reale, e i vari codici a disposizione. Ciò non solo per soddisfare
bisogni di natura emotiva ed affettiva propri di questa età,
ma anche perché la possibilità di giocare intenzionalmente
con le regole codificate diventa occasione per una conoscenza più
approfondita delle stesse.
· Gli altri: la progressiva costruzione
del sé si misura con la famiglia, la classe, gli amici; tutte
queste persone costituiscono i personaggi delle esperienze sulle quali
il bambino può vivere la comunicazione, esercitando in modo articolato
la funzione interpersonale, per ascoltare, discutere, confrontarsi,
spiegare; funzioni tutte aggregate da una forte valenza affettiva di
significati che rende l'allievo motivato ad apprendere. Certamente non
secondario per la crescita di ciascun fanciullo sarà il percorso
che conduce a riflettere sulle relazioni con simili e molto diversi,
sulle regole necessarie per stare bene insieme per giocare, impegnarsi,
imparare
Può essere anche il primo concreto realizzarsi
dell'educazione alla Convivenza civile; dall'esperienza personale alla
riflessione su di essa: l'allievo apprende a risalire alla concettualizzazione
dei principi di Convivenza civile e ad estenderli a comunità
sempre più ampie.
· Il paese, la città:
in questo contesto, può essere preso in considerazione il problema
del percorso casascuola, oppure i parchi gioco, così come possono
essere osservati, descritti, misurati, rappresentati,
i luoghi
preferiti del proprio paese, della propria città; si può
cominciare a ragionare sui problemi che nel proprio ambiente, a partire
proprio da quello più vicino, ciascun allievo deve affrontare
(la mancanza di pulizia, di spazi verdi, di piste ciclabili, di edifici
scolastici accoglienti, il rumore durante la mensa che impedisce di
ascoltarsi
) ed avviarlo all'esercizio di una capacità propositiva
di soluzioni, anche semplici, ma che lo abituino ad interrogarsi non
solo sul mondo che c'è ma anche su quello che sarebbe bene ci
fosse. Tutto ciò costituirà anche occasione motivante
per l'esercizio delle abilità del descrivere, del discutere,
dell'interpretare, del rappresentare la realtà con gli strumenti
della matematica.
· L'ordine, il disordine:
questa area dell'esperienza può sembrare astratta; tuttavia,
ad un fanciullo basta poco per scoprire quanto sia concreta ed appunto
'esperienziale': il quaderno, il diario, il banco di lavoro, la propria
cameretta,
i propri sentimenti, il proprio linguaggio, i propri
comportamenti.
il mercato, il traffico
le distanze
lo
scambio e così via: che cosa succede quando si fa esperienza
dell'ordine o del disordine? Come ci si accorge se c'è la prima
o la seconda condizione? Bisogna negoziare per stabilirlo oppure esistono
indicatori oggettivi che è soggettivamente facile identificare?
Perché sì o no? Ecc. Da queste esperienze, un cammino
di riflessioni guidate che conducono senza fatica a scoprire il numero,
la misura, le proprietà delle relazioni logiche, il cosmo, la
scienza, il linguaggio, lo spazio rappresentato.
· Il piacere e la bellezza:
la confusione tra ciò che piace e ciò che è bello
è un tratto antico dell'esperienza umana; proprio per questo,
tuttavia, l'uomo ha anche sempre cercato di distinguere le due esperienze;
neanche i fanciulli si sottraggono a questo sforzo: che cosa piace?
Tutto ciò che piace è anche sentito bello? Che cosa distingue
il sentimento del piacere e della bellezza? Una merendina, un quadro,
il compiacimento di un lavoro ben fatto, un brano musicale ci danno
le stesse sensazioni? Ci danno sensazioni o ci suggeriscono idee? E
quali, di che tipo, se le une o le altre? Sensazioni o idee sono ambedue
chiare, distinte o confuse? Che cosa ce lo può dire? Il cielo
stellato, l'alba, l'arcobaleno dopo un temporale, un paesaggio, un bel
quadro, un monumento ci piacciono o sono belli? Possiamo dire che un
problema è bello o che ci piace? Quando ci capita, perché,
come? Ecc. Non sembrino riflessioni troppo sofisticate ed eccessive:
sono solo riflessioni che vanno riscoperte come strumento ideale per
riappropriarsi dell'introspezione e della sua verbalizzazione, per non
soccombere di fronte al moltiplicarsi di richieste d'uso e di compiti
operativi. Oppure sono esperienze che non si nega possano essere provate
anche dai fanciulli, ma che sono semplicemente ridotte a successioni
di stati d'animo che restano afone e che pochi aiutano a trasformare
in interrogativi e in scoperta della propria profondità interiore.
Eppure, è dal confronto con queste analisi dell'esperienza, e
della loro sempre più approfondita sistemazione critica, che
si scoprono le strutture simboliche da cui scaturisce la morale, l'arte,
la musica, la letteratura, la poesia, la matematica, la scienza, la
storia, il mito, il sacro; e quindi, che appaiono meno astratte le discipline
di studio formalizzate, che si incontrano nel secondo biennio.
L'organizzazione del Piano di Studio nel secondo biennio.
Nel secondo biennio della Scuola Primaria si definisce il passaggio
che porta alla consapevolezza del linguaggio della disciplina come elemento
ordinatore e formale dell'esperienza; pur rimanendo quest'ultima il
momento fondamentale per dare unità di senso all'apprendimento,
si evidenziano le caratteristiche intrinseche di metodo, di oggetto
e di linguaggio tipiche dei vari punti di vista disciplinari.
L'allievo comincia ad usare i diversi linguaggi disciplinari come strumento
per comprendere più analiticamente la realtà che lo circonda
e per comunicare con maggior precisione la propria esperienza e la rappresentazione
intellettuale che ne ricava.
Concluso l'itinerario formativo che ha avviato i fanciulli a scoprire
riflessivamente, all'interno della loro esperienza personale e socioambientale,
la funzione interpretativa e ordinatoria delle diverse discipline è
possibile, a partire dal secondo biennio, cominciare a coniugare senso
globale dell'esperienza e rigore disciplinare, organicità interdisciplinare
e analisi sistematica delle singole discipline, integralità dell'educazione
e attenzione a momenti peculiari di essa.
Naturalmente, non è il caso di impostare l'insegnamento prevedendo
un orario per ogni disciplina che si replica uguale settimana dopo settimana.
Significherebbe trasformare le discipline di studio in materie ed adattare
le persone degli allievi alle discipline, non il contrario.
Ribadire la strumentalità delle discipline di studio alla crescita
intellettuale, morale, espressiva, sociale, operativa, religiosa dell'allievo
vuol dire, invece, ricordarsi che le conoscenze e le abilità
disciplinari elencate nelle Indicazioni nazionali sono straordinarie
occasioni di crescita educativa se e solo quando diventano conoscenze
ed abilità personali e sfociano nelle competenze degli allievi.
Questo processo di personalizzazione non avviene a priori e tramite
l'esposizione a un'organizzazione dei contenuti di pensiero per discipline
formalizzate, che si assorbirebbe per contagio e che sono comunque lontane
dall'unità dell'esperienza individuale e dal senso che, per ciascuno,
l'accompagna.
Bisognerà allora non trascurare l'importanza di partire quanto
più è possibile da queste dimensioni, e di avere la competenza
professionale di sollecitarle davanti alla trattazione delle conoscenze
e delle abilità disciplinari anche più distanti da esse,
che si intendono insegnare.
Da questo punto di vista, per esempio, può essere utile non insegnare
per discipline (o per i loro concetti o le loro strutture), ma per problemi
o per progetti che richiedono, per essere risolti o realizzati, l'impiego
delle discipline; oppure adoperare una didattica narrativa che sembra
la più adatta non a risolvere, ma a creare e a porre problemi
e a suscitare l'esigenza di progetti che poi le discipline possono appunto
aiutarci a risolvere o a realizzare. In questa maniera, la combinazione
di psicologia ed epistemologia, di esperienza e di formalizzazione,
di vita e di sapere diventa un programma educativo maggiormente percorribile.
Modalità didattiche e relazionali
Al loro ingresso nella Scuola Primaria, i fanciulli hanno già
vissuto un grande numero di esperienze alle quali hanno dato un personale
significato anche grazie ai percorsi realizzati nella Scuola dell'Infanzia.
La Scuola Primaria si pone in una linea di continuità nella concezione
dell'apprendimento come rielaborazione personale e consapevole di conoscenze
ed abilità che, fatte proprie dal soggetto che ha appreso, vengono
riutilizzate autonomamente in situazioni nuove.
Perché l'apprendimento sia significativo e si realizzi pienamente,
i docenti della Scuola Primaria avranno cura di attivare alcune priorità
pedagogiche e didattiche che favoriscono la progressione e la sicurezza
degli apprendimenti degli allievi.
Situazioni di apprendimento e attività strutturate.
L'insegnante propone agli allievi situazioni di apprendimento complesse
nelle quali essi sono obbligati a connettere le loro conoscenze ed abilità
per superare gli ostacoli, risolvere i problemi posti e così
dimostrare competenza.
Se vogliamo assicurare apprendimenti solidi, le situazioni complesse
non possono esser pensate senza un'articolazione con attività
strutturate, di memorizzazione e di consolidamento delle conoscenze
e delle abilità particolari. Si tratta di bilanciare con gli
allievi situazioni complesse ed attività specifiche per permettere
loro di cogliere il senso di ciò che fanno e facilitarne il trasferimento
da una situazione all'altra. Per realizzare questo trasferimento è
prezioso l'utilizzo didattico dell'errore, che fa parte a pieno titolo
del processo di apprendimento. Gli allievi esprimono opinioni errate,
propongono soluzioni parzialmente corrette; conviene comprendere se
gli errori sono dovuti a distrazione, all'incomprensione del compito
da svolgere o all'interferenza di visioni globali del mondo maturate
nell'ambiente di provenienza o, addirittura, a disturbi fisici (vista,
udito, ecc.). Questa distinzione è necessaria per intervenire
opportunamente e, soprattutto, sempre nel rispetto della coscienza morale
e civile degli allievi, criticamente. A seconda del caso, sarà
sufficiente una semplice correzione o una nuova spiegazione, una domanda
o ancora una modifica dell'attività proposta tenendo conto dello
sviluppo cognitivo; oppure, un confronto tra diverse visioni globali
del mondo; fondamentale, comunque, rimane la necessità di consapevolezza
dell'allievo circa l'errore e le modalità di correzione.
Spesso nelle situazioni complesse di apprendimento occorre utilizzare
la differenziazione dell'azione didattica che permette agli allievi
la messa in campo del loro modo di procedere e all'insegnante la realizzazione
degli interventi di aggiustamento. La differenziazione dell'azione didattica
può anche concretizzarsi nella scelta che l'insegnante fa circa
le situazioni d'apprendimento, nel raggruppamento degli allievi per
uno scopo preciso, in un certo Laboratorio, nel piano di lavoro in parti
differenziate, nei tempi di lavoro domestico più personalizzati,
di laboratori a scelta.
Procedure di ricerca. Attraverso le domande esplicite
o implicite degli allievi, l'insegnante sceglie problemi da risolvere,
organizza attività stimolanti, apre nuove piste per spingerli
alla curiosità e alla ricerca vera e propria, all'esplorazione
e ai tentativi di risoluzione. L'allievo, in questo modo, è condotto
a paragonare le proprie anticipazioni ai risultati delle sue azioni,
sia in matematica, che nella lettura che nelle scienze. Questa esigenza
di rigore fa parte delle procedure di ricerca; essa spinge l'allievo
ad interrogarsi, ad imparare a non esprimere un parere per il solo desiderio
d'avere ragione, ma lo stimola ad avere una capacità critica,
che modifica ed arricchisce la relazione con gli altri.
Intersoggettività e socializzazione. L'alunno
dice e spiega per sé e per gli altri ciò che fa, ciò
che trova. L'insegnante lo conduce a precisare il suo pensiero, le sue
domande, le sue spiegazioni, le sue constatazioni. Questo lavoro di
comunicazione sociale, da svolgersi necessariamente in gruppo (sia classe,
sia di livello, di compito ed elettivo), resta spesso lacunoso e difficile
per alcuni e proprio gli alunni più poveri dal punto di vista
linguistico hanno bisogno di essere incoraggiati a questo esercizio
di comunicazione.
Per rendere proficuo il lavoro in gruppo l'insegnante deve attivare
un sistematico atteggiamento di osservazione. Un' attività di
gruppo, infatti, spesso scatena conflitti e dispute che distraggono
dal fine e intralciano la realizzazione del compito da svolgere; può
accadere, inoltre, che alcuni (magari sempre gli stessi) parlano, disturbano,
si agitano mentre altri seguono, aspettano, sognano di potere anch'essi
dire e fare. Gli uni e gli altri si stringono nel loro ruolo e mantengono
il loro comportamento.
Proprio nella Scuola Primaria, un'attività di gruppo può
diventare l'occasione per esercitare la socializzazione: rispettare
l'altro, è rispettare il suo turno per parlare, il suo posto,
il suo ritmo, la sua differenza, le sue affermazioni. Passare dal proprio
punto di vista al coordinamento dei vari punti di vista e alla cooperazione
nell'attività è una difficile conquista che interessa
sia gli apprendimenti cognitivi sia quelli sociali, morali e affettivi.
L'insegnante aiuta ogni bambino a specificare il proprio compito e il
proprio ruolo per portare a termine un'attività comune che aiuta
gli allievi a responsabilizzarsi nel lavoro di gruppo. E' la realizzazione
del principio della pedagogia cooperativa così come si sviluppa
attualmente.
Non bisogna però dimenticare che, durante un'attività
in gruppo, un allievo può provare il bisogno di stare da solo
per riflettere, cercare, pensare. Questo bisogno dipende dal suo cammino
personale; perciò, l'insegnante assicura flessibilità
nell'organizzazione delle attività. Egli non deve perdere di
vista che il lavoro di gruppo suppone la capacità di decentrarsi,
capacità che si conquista proprio nella Scuola Primaria e che,
di conseguenza, non può essere considerato come acquisito.
Coinvolgimento dell'allievo. Identificare chiaramente
i diversi compiti da svolgere e il fine degli apprendimenti fissati
è strategia che contribuisce ad evitare la dispersione, a canalizzare
l'attenzione dell'alunno, a motivarlo facendogli capire lo scopo del
suo sforzo nell'imparare, ad orientarlo. E' lo spazio del contratto
formativo che si realizza in prima battuta con l'alunno, anche bambino
della prima classe, che ha il diritto di essere coinvolto per cominciare
ad esercitare il dovere di apprendere. Al fine di rendere gli alunni
consapevoli delle possibilità d'azione sui loro apprendimenti
è indispensabile fornire degli spazi di riflessione sul loro
funzionamento, i loro successi, le loro difficoltà. Percorsi
di autovalutazione/valutazione tra allievi e di valutazione insegnante
alunno devono trovare il loro spazio nelle attività quotidiane
e confluire nelle osservazioni sistematiche che ogni docente, ma in
special modo il docente coordinatore Tutor, deve raccogliere per identificare
il percorso di apprendimento adatto a ciascuno degli allievi che gli
sono affidati.
Le dinamiche di gruppo. Il gruppo di allievi che costituisce
una classe non è un gruppo come gli altri, essendo costruito
a tavolino, e coloro che ne fanno parte, oltre a provenire ciascuno
dal gruppo della propria famiglia, hanno negli amici, fuori dalla scuola,
il gruppo in cui si riconoscono (i pari) e in cui sono fortemente inseriti,
proprio per la loro giovane età.
Il gruppo classe è dotato, quindi, di una sua specificità,
i suoi membri non si scelgono, ma devono, comunque, lavorare insieme
e produrre risultati, in un vero e proprio "gomito a gomito"
che si protrae per molte ore al giorno e per moltissimi giorni in un
anno. Al suo interno possono, poi, nascere, per via delle dinamiche
di gruppo, sottogruppi che hanno propri obiettivi e logiche e che stabiliscono
relazioni e interazioni, esplicite, ma spesso implicite, fra loro e
con l'insegnante. Ognuno nella classe ha la capacità di far star
bene o male gli altri.
Queste considerazioni richiedono ai docenti sia attitudini di leadership
organizzativa, che significa autorità, autorevolezza, responsabilità,
consapevolezza, flessibilità, sia conoscenza delle dinamiche
del vivere insieme osservate in classe nelle fasi della vita del gruppo,
nei sottogruppi, nell'interazione fra i suoi tre soggetti (l'insegnante,
lo studente, la classe), nel gioco dei ruoli, nelle forme e nelle funzioni
dei conflitti, nei meccanismi di integrazione e di emarginazione. In
questo modo gli insegnanti potranno impossessarsi di uno strumento duttile
e adatto a suscitare il positivo per superare le difficoltà e
per creare un clima di collaborazione didattica. Si tratterà
pertanto di acquisire familiarità con le più note teorie
del gruppo, per riconoscerne nel giorno dopo giorno, in classe, gli
stadi e la storia.
La comunicazione. La comunicazione è un flusso
ininterrotto, un evento inevitabile, al di là del significato
che i soggetti coinvolti danno l'uno al comportamento dell'altro. Poiché
interazione, comunicazione e motivazione sono fra loro intrecciate,
l'insegnante lavorerà sulla propria capacità comunicativa
a più livelli: curerà, oltre alle più importanti
tecniche comunicative, il proprio modo di porsi, a partire da un concetto
di sé positivo e dimostrandosi aperto con la propria identità
personale nel rispetto dell'identità personale dello studente.
La competenza comunicativa sarà tanto più ricca ed efficace
quanto più si avvarrà di una assertività costruttiva,
che è l'aspetto comunicativo dell'autorevolezza e dell'equità
nella relazione.
Il ponte della comunicazione funzionerà dalle due direzioni se
le risposte saranno efficaci ed empatiche, se ascoltare e parlare metterà
in contatto due persone e non due ruoli ("spiego e interrogo"
da un lato e "leggo e ripeto" dall'altro, spesso con un notevole
accumulo di stress dalle due parti). Sarà più facile,
così, per ciascun allievo, percepire, per esempio, che c'è
un modo per affrontare e modificare, almeno in parte, ciò che
lo mette in difficoltà, sentirà di poter sbagliare e di
potersi mettere di nuovo alla prova. Il suo insegnante gli trasmetterà
sicurezza e fiducia, gli interrogativi posti acquisteranno il senso
di ampliare la conoscenza di se stessi, del mondo e del proprio background
culturale e umano ed emergeranno più facilmente appigli e mete
della motivazione ad apprendere.
Sulla valutazione
Ferma restando la distinzione tra valutazione esterna ed interna chiaramente
indicata nei vincoli organizzativi delle Indicazioni nazionali per
i Piani di Studio Personalizzati nella Scuola Primaria, è
utile che ciascuna istituzione scolastica rifletta sui due momenti della
valutazione interna: il primo è quello che riguarda gli elementi
di sistema (l'efficacia della progettazione didattica, la qualità
dell'insegnamento, il grado di soddisfazione delle famiglie e del territorio,
) che danno il riscontro preciso circa l'effettiva realizzazione
di quanto dichiarato nel Piano dell'Offerta Formativa della scuola;
il secondo è quello relativo alla valutazione diagnostica, formativa
e sommativa (periodica, annuale e biennale) dei singoli studenti.
Della valutazione diagnostica va sottolineata la stretta correlazione
con l'idea dei Piani di Studio Personalizzati che portano fino in fondo
la strada dell'abbandono dell'uniformità a priori, già
avviata con la stagione dei curricoli; la valutazione diagnostica consiste
nell'individuare qual è al situazione di apprendimento di ciascun
allievo in ordine alle sue capacità e alle conoscenze e alle
abilità che le rivelano. Fatta la "diagnosi" si può
procede ad impostare il Piano di Studio Personalizzato che indica attraverso
quale percorso, quali strategie, quali nuove conoscenze ed abilità
ciascun ragazzo riuscirà a raggiungere gli obiettivi formativi
stabiliti dalla scuola, la quale coniuga la propria responsabilità
progettuale con la personale responsabilità educativa dell'alunno,
della sua famiglia e del territorio.
Della valutazione formativa e sommativa è ormai comunemente acquisito
il carattere di "trasparenza". Si tratta, forse, di una valutazione
oggettiva, nel senso che rende conto in modo documentabile e misurabile
di una prestazione che prescinde da chi la esegue, intercambiabile tra
diversi soggetti e contesti, proporzionale al grado di eccellenza con
cui è esibita da ciascuno? Oppure valutazione "trasparente"
vuol dire semplicemente valutazione chiara, senza ambiguità,
con tutte le motivazioni esplicite per il soggetto a cui è destinata?
Nel primo senso, la valutazione sembra inarrivabile, rimanda ad un'asetticità
difficilmente realizzabile; nel secondo è certo più praticabile
e rimanda ad una connessione con la valutazione formativa a cui ciascuno
ha diritto. La valutazione diventa personale, di ciascuno, nel senso
che vale solo per quell'allievo o al massimo per quella classe. Ogni
docente, infatti, nei momenti critici dell'itinerario formativo di un
allievo e di una classe, sfrutta sempre fino in fondo le forti valenze
motivazionali della valutazione: sopravvaluta e sottovaluta qualcuno
o il collettivo nel suo insieme, né poco né troppo, per
non deprimere o illudere, ma per stimolare quanto serve allo scopo di
uscire da situazioni di impasse altrimenti irrisolvibili. Adopera, insomma,
un'accortezza intuitiva e dinamica che, per sua definizione, è
soggettiva, affidata alla saggezza professionale che può vantare.
Naturale che, in questo caso, intercambiabilità e proporzionalità
svaniscano.
La valutazione trasparente, quindi, si palesa, alla fine, in questo
contesto, non negoziabile. Sta in piedi solo se gli alunni e i genitori
non sono posti sullo stesso piano dei docenti e non hanno il diritto
alla rivendicazione comparativa. Ai primi compete capire con chiarezza
perché hanno ottenuto una determinata valutazione, non determinarla
o contrattarla tanto o poco. La responsabilità è del docente
e della sua deontologia professionale.
Nel caso specifico della Scuola Primaria occorre sottolineare come restino
comunque in vigore gli artt.144 e 145 del Dlgs 16 aprile 1994, n. 297
che prevedono l'eccezionalità della mancata ammissione alla classe
e al biennio successivi, subordinata peraltro al parere dell'équipe
dei docenti dell'allievo, sulla base di una motivata relazione.
Raccomandazioni specifiche per la didattica della Convivenza civile
Le esemplificazioni che vengono proposte a pagina 67 vogliono essere
un suggerimento orientativo di come si possa realizzare il raggiungimento
degli obiettivi formativi indicati da ciascuna istituzione scolastica
in ordine all'educazione alla Convivenza civile utilizzando conoscenze
ed esercitando abilità proprie delle varie discipline della Scuola
Primaria .
Ciò a dimostrazione che gli obiettivi specifici di apprendimento,
benché indicati analiticamente sia per le diverse discipline
sia per l'educazione alla Convivenza civile, obbediscono al principio
della sintesi e dell'ologramma per cui gli uni rimandano agli altri,
la parte rimanda al tutto e viceversa.
Un obiettivo specifico di apprendimento di una della dimensioni della
Convivenza civile, infatti, è, e deve essere, anche disciplinare;
viceversa anche dentro alla disciplinarità più stretta
va rintracciata l'apertura inter e trasdisciplinare in un movimento
continuo che rappresenta la compiuta realizzazione dell'educazione integrale
di ciascuno a cui tutta l'attività scolastica è indirizzata.
La circolarità tra discipline e Convivenza civile
Da questo principio discende che, ad esempio, educare ad una gestione
corretta della propria alimentazione non è "fare altro"
rispetto alla realizzazione degli obiettivi formativi stabiliti per
le varie discipline da ciascuna istituzione scolastica, proprio a partire
dagli obiettivi specifici di apprendimento espressi nelle Indicazioni
nazionali di Scienze, di Attività Motorie e Sportive, di
Italiano,
; perciò lavorando sull' alimentazione, i nutrienti,
il fabbisogno idrico, i modelli culturali, la pubblicità, ecc
si utilizzano conoscenze strettamente disciplinari e si esercitano abilità
specifiche. L'educazione alimentare, a questo punto, presentata in tutta
la sua complessità formativa, diventa potente strumento per l'
assunzione di un modello culturale consapevole e valido per l'intera
esistenza dell'uomo, un modello che prevede uno stile di vita equilibrato
in cui sana alimentazione, attività fisica adeguata, disponibilità
mentale positiva, diventano elementi fondamentali.
Se si riproduce questo ragionamento per tutte le altre dimensioni che
vanno a comporre il mosaico della Convivenza civile si può
comprendere il seguente proposito generale: gli obiettivi formativi
delle diverse discipline si concretizzano in competenze, cioè
in atteggiamenti, comportamenti, giudizi, modi di vivere, che trovano
nell'esercizio individuale e sociale dei valori della Convivenza
civile la loro causa efficiente e la loro causa finale.
Ancora un esempio: se i docenti, con una attenta programmazione disciplinare
e interdisciplinare, impostano un serio lavoro di educazione alla salute
(ben lontano da qualunque concetto di salutismo a tutti i costi!), favoriscono
la presa di coscienza, anche da parte di un fanciullo della Scuola Primaria,
su come aver cura della propria salute aiuta anche gli altri a vivere
meglio. Accanto a questa consapevolezza, è anche fondamentale
che si sviluppi l'idea che la malattia è comunque un limite intrinseco
all'uomo il quale, per quanto la affronti e la curi e debba sentire
questo compito come un grande imperativo morale e di civiltà,
non se ne può sottrarre, ma deve cercare di viverla senza nulla
togliere al proprio essere uomo.
Una responsabilità di tutti
E' evidente il grande impegno pedagogico e didattico richiesto, ai
fini dell'educazione alla Convivenza civile, alla Scuola Primaria
e ai suoi docenti. Tutti i docenti, infatti, sono tenuti ad interrogarsi
sul contributo che il loro insegnamento può portare alla maturazione
di corretti comportamenti di educazione stradale, ambientale, alimentare,
alla cittadinanza, alla salute e all'affettività; essi, onde
evitare inutili forzature, devono concordare collegialmente sia gli
interventi educativi e didattici necessari, sia lo stile relazionale
a cui intendono ispirarsi nella vita quotidiana all'interno della scuola
tra adulti e fanciulli e tra adulti stessi; ciò al fine di trasmettere,
anche e soprattutto attraverso l'esempio dei comportamenti personali,
messaggi impliciti coerenti con i valori espressi dalla Convivenza
civile.
Per la didattica delle discipline di studio
omissis
Storia
I ragazzi, oggi, vivono soprattutto la contemporaneità; la contemporaneità
spaziale e temporale. Radio, telefoni e cellulari, fax, cinema, internet
e televisione (distruggono) alterano il senso tradizionale
delle lontananze topologiche e cronologiche. Lo stesso dialogo intergenerazionale
che un tempo garantiva al fanciullo numerose sollecitazioni anche narrative
per dislocarsi nel tempo e nello spazio (il nonno che raccontava com'era
diversa la vita ai suoi tempi, il papà e la mamma che mediavano
tra il passato e i luoghi d'origine dei nonni con il presente di vita
dei figli) è stato fortemente ridimensionato dalle modificazioni
introdotte nella struttura delle famiglie e dai nuovi rapporti che si
sono instaurati con le attività lavorative e con la loro durata.
L'affollamento sul presente non è soltanto spaziale e temporale,
ma è anche psicologico: si erode sempre più la capacità
di immedesimarsi emotivamente in tempi e spazi diversi dal nostro, di
mantenere ben ferme le differenze tra l'esperienza vissuta e quella
immaginata e virtuale.
Il senso della memoria, in questo contesto, svanisce in maniera spesso
proporzionale alla facilità con cui tutto può essere appiattito
sulla contemporaneità o richiamato ad essa grazie alla potenza
delle memorie artificiali. E la storia, che si sostanzia di memoria,
di passato ben distinto dal presente sebbene interpellato con le sensibilità
e i problemi maturati nel presente e di una progettazione del futuro
che lavora sul presente, facendo tesoro delle lezioni e degli esempi
ritrovati e incontrati nel passato, è naturale che più
che svalutata risulti estranea allo spirito e alla pratica del tempo.
Perdere, o compromettere, il senso della storia, tuttavia, significa
perdere, o compromettere, il senso dell'umanità. Per questo,
la difesa dell'una è anche la difesa dell'altro.
Racconto, problema, discussione
La Scuola Primaria è chiamata a coltivare le condizioni che
non solo autorizzano la storia, ma la promuovono a fondamentale esperienza
educativa di ciascuno.
Per questo deve anzitutto sollecitare l'incontro di esperienza umane:
esperienza di sé e degli altri, delle specifiche identità
di ciascuno, dei modi con cui si sfiorano, si sovrappongono, si respingono,
si differenziano in tracciati plurali che è buona cosa ricostruire.
Si tratta, in altre parole, di raccontarsi e di raccontare:
le proprie 'storie', quelle degli altri, di chi ci è vicino affettivamente
e di chi ci è lontano, i problemi, le speranze, i sogni, le disillusioni,
le sorprese ecc. Tutti i modi del racconto d'esperienza. Sarà
spontaneo corroborare queste narrazioni personali ascoltando altre narrazioni
di uomini che non si conoscono, ma che hanno però alimentato
i racconti di chi si conosce e li hanno pure caricati di entusiasmo
e di senso. Dalla narrazione biblica a quella evangelica, dal mito alla
tradizione popolare, dall'epopea di interi popoli ai proverbi alla letteratura,
che non è altro che racconto, ovvero azione possibile di uomini.
In secondo luogo, la Scuola Primaria è chiamata a far scoprire
la storia, quella piccola di ciascuno e quella grande delle comunità
e dei popoli, come problema. Non basta narrare il verosimile,
ovvero praticare letteratura per scrivere di storia: occorre narrare
il vero. Ma come si può accertare se si dice il vero o il falso?
Se si dice tutta la verità su una vicenda o soltanto una parte?
Se e perché si fanno selezioni: perché si è moralmente
bugiardi, perché si è ignoranti, perché si è
superficiali, perché si è troppo convinti delle proprie
idee e le si vuole imporre? Come è possibile resistere a queste
debolezze, quali contromisure metodologiche sono disponibili? È
facile mantenerle sempre attive? C'è qualcuno che si può
sottrarre a questi 'problemi'?
Infine, la Scuola Primaria promuove l'incontro con la storia come discussione.
Proprio la problematicità della storia impone il dialogo e il
confronto: far valere le proprie ragioni, certo; scegliere, con il contributo
di tutti, la ragione più affidabile, anche; ma non meno cominciare
a mettersi almeno qualche volta dal punto di vista dell'altro e superare
l'egocentrismo cognitivo. Discutere è soprattutto questo: vedere
meglio i nostri problemi, considerando quelli degli altri.
Itinerari metodologici
La Scuola Primaria, quindi, accompagna il fanciullo a comprendere che
la dimensione storica della realtà può essere indagata,
conosciuta ed elaborata attraverso categorie concettuali e procedure
metodologiche. E' un percorso che deve avvenire in forma elementare
ma significativa, rispettando le capacità intellettive e affettive
dell'allievo, senza mai dimenticare che l'orizzonte di riferimento è
la prospettiva dell'educazione al tempo storico e sociale e al senso
dell'evento.
Tra narrazione e problematizzazione. In questo modo,
rispettando tutti i passaggi metodologici necessari, si realizza l'obiettivo
primario di far comprendere ai fanciulli la ricchezza della civiltà
di ogni epoca, come l'una nasca dall'altra per continuità e rielaborazione
del quadro complessivo e per integrazione dei suoi dati; si afferma,
inoltre, la consapevolezza che se la storia, per certi versi, è
storia di progresso (ad esempio nelle scienze, nella durata della vita,
nella tecnologia,
) è anche storia di un continuo ripensamento
e adeguamento con vantaggi e perdite che occorre ben considerare.
Nel corso della Scuola Primaria la storia avvia i fanciulli ad interrogarsi
sui modi di vita degli uomini nelle diverse epoche, a compararli a quelli
attuali, bandendo giudizi frettolosi e assoluti e riducendo progressivamente
le spiegazioni causali magiche, semplificatorie e stereotipate. Il suo
insegnamento deve, innanzi tutto, contribuire alla costruzione della
nozione del tempo nel fanciullo. Prendendo spunto dal tempo vissuto,
egli costruisce e consolida strumenti di marcatura del tempo, inizia
a percepire la temporalità e a scriverla in un itinerario di
accesso alla percezione del tempo sociale e del tempo storico.
Questo accostamento alla storia non si oppone alla narrazione, ma anzi
si appunta sulla struttura narrativa, che diventa un prezioso aiuto
alla comprensione delle cose: ricostruire situazioni reali a partire
da fonti validamente interrogate, situarsi nel tempo che passa, sono
le caratteristiche che devono contribuire a situare il fanciullo nella
sua comunità e a sviluppare il suo spirito di tolleranza di fronte
alle differenze di oggi, dopo aver imparato a conoscere quelle di ieri.
Cronologia. L'insegnamento cronologico della storia,
nella nuovo sistema di istruzione e di formazione, viene ripetuto due
volte: la prima dal secondo biennio della Scuola Primaria (classe quarta)
all'ultimo anno della Scuola Secondaria di 1°grado (classe terza);
la seconda a partire dal primo anno fino all'ultimo anno dell'istruzione
secondaria realizzata sia nei Licei, sia negli Istituti di Istruzione
e Formazione Professionale. Le classi prima, seconda e terza della Scuola
Primaria sono considerate propedeutiche alla costruzione della dimensione
temporale e spaziale della storia dell'uomo che viene sviluppata, parallelamente
a tutte le altre dimensioni della conoscenza, in una logica di integralità
e di sintesi educativa.
Dalle "storie" alla storia. L'introduzione
alla dimensione storica non può avvenire astrattamente, ma emerge
dalla proposta di "storie" che, attraverso la dimensione narrativa,
in particolare quella epica e mitica delle civiltà antiche, sviluppino
l'approccio narrativo alla realtà del bambino in modo aperto
all'incremento e alla rettificazione dei dati, suscitando domande, confronti
e paragoni col passato. Il passaggio dal racconto mitico a quello storico
è poi contrassegnato dal riferimento alla dimensione di verità
cui la conoscenza storica mira.
L'introduzione alla storia è perciò, insieme, incontro
con la realtà del passato e iniziale presa di coscienza di un
metodo di ricerca adeguato.
Mentre non è realistico pensare che il fanciullo possa fare esperienza
diretta della ricerca storica, è invece importante che faccia
un'esperienza conoscitiva analoga a quella della ricerca storica stessa:
essa parte dalla curiosità e dalla domanda che possono essere
suscitate, oltre che dai "segni del tempo" presenti nella
realtà a lui familiare, da dati documentari problematici proposti
dall'insegnante, per giungere all'incontro con la problematica umana
che attraversa un evento di un periodo "altro" dal presente,
fino ad una prima concettualizzazione degli elementi di identificazione
della realtà storica (i fatti, gli uomini, i fattori geografici,
culturali, politici ed economici) esaminata.
Attraverso la narrazione di eventi storici e attraverso la problematizzazione
e la discussione di tali narrazioni, problematizzazione e discussione
che può anche essere sollecitata da Laboratori nel corso dei
quali si lavora su documenti (iconografici, scritti, orali ecc.), si
favorisce un apprendimento non puramente mnemonico della disciplina,
ma un atteggiamento conoscitivo critico e dinamico.
La classe prima e il primo biennio
Nelle classi I, II e III della Scuola Primaria si pongono le basi dell'orientamento
nella dimensione temporale e della capacità di collocare gli
eventi nello spazio e nel tempo: a partire dalla dimensione esistenziale
della memoria personale del fanciullo si giunge alla memoria familiare
e sociale e, quindi, alla scoperta della continuità tra l'esperienza
dell'uomo del presente e l'esperienza dell'uomo del passato.
Lo studio della storia ha qui carattere predisciplinare, vertendo sui
concetti basilari vicini alla realtà concreta del fanciullo,
da lui posseduti ma non riconosciuti in una forma ed in un linguaggio
adeguato; introduce al contempo alla dimensione della memoria comune
sociale attraverso il riferimento al passato prossimo del contesto familiare
e locale.
Nella fase iniziale della Scuola Primaria si tiene conto del fatto che
la conoscenza di sé e dell'altro, l'esplorazione del passato
proprio e altrui, la scoperta dello spazio vissuto e delle regole che
governano i rapporti interpersonali sono processi già avviati
che hanno trovato innumerevoli occasioni di esplicitazione sia nella
vita familiare ed extra familiare, sia nella Scuola dell'Infanzia.
Si tratta, dunque, di creare occasioni intenzionali di potenziamento
di tali processi affinché gli alunni vengano guidati alla acquisizione
di coordinate spaziotemporali che consentano la narrazione e la ricostruzione
di semplici catene di eventi che avvengono in determinati spazi e tempi.
Procedendo su un terreno di estrema concretezza legato alla propria
storia personale e familiare, si persegue la distinzione tra il prima
e il dopo, il lontano e il vicino, facendo notare che oggetti che condividono
uno stesso spazio possono avere una relazione diversa in ordine al tempo,
e che spazio e tempo non hanno soltanto una consistenza oggettiva, ma
pure soggettiva, psicologica.
Allargando la prospettiva all'ambiente in cui vive il fanciullo (il
paese, la città, gli strumenti di uso quotidiano, le attività
umane,
), lo si conduce alla riflessione sui cambiamenti storici
della realtà a lui vicina e lo si avvia alla ricerca di documentazione
significativa che gli permetta una prima, sia pur semplice, ricostruzione
storica, di aspetti e problemi del suo ambiente di vita.
Parallelamente si rinforza la conoscenza linguistica che avvia all'uso
delle parolechiave necessarie per comprendere e descrivere il mondo
in una prospettiva storica.
In particolare nella classe III è prevedibile, oltre all'approfondimento
dei momenti significativi del passaggio dalla preistoria alla storia,
anche un percorso narrativo a titolo esemplificativo che permetta l'incontro
con eventi, momenti, figure significativi del nostro passato remoto,
con particolare ma non esclusivo riferimento alla storia locale.
L'insegnante sceglie quadri relativi alle prime società organizzate
e ne mette in evidenza le caratteristiche organizzative e sociali rendendo
l'allievo disponibile alla riflessione comparativa tra il passato e
il presente, senza mai dimenticare la componente spaziale e geografica.
Il secondo biennio
A partire dalla classe IV della Scuola Primaria si può avviare
uno studio più sistematico e cronologico che introduca la distinzione
tra l'avvenimento e la sua conoscenza, che faccia riflettere sugli indicatori
che definiscono un quadro di civiltà all'interno di un contesto
temporale e spaziale e che fornisca le prime coordinate concettuali
necessarie per comprendere i fenomeni che hanno scandito la storia dell'umanità.
L'attenzione è puntata a far emergere gradualmente le caratteristiche
essenziali del senso dell'evento come fatto accertabile entro la concatenazione
delle sue diverse relazioni, a partire dalla valorizzazione della struttura
narrativa della conoscenza storica.
Può iniziare lo studio delle grandi civiltà che hanno
preceduto o accompagnato il dispiegarsi di quelle più significative
per la nostra tradizione, le civiltà greca e romana. Si tratta
di introdurle all'interno di un quadro complessivo che verrà
via via completato, avendo cura di definire le categorie storiche di:
durata, periodo, mutamento, permanenza; esse offrono, infatti, la possibilità
di conoscere e coordinare gli elementi temporali di un sistema politico
(quanto dura, perché diventa così potente, perché
decade). Alla presentazione dei primi quadri di civiltà, il docente,
avendo cura di sottolineare costantemente l'incidenza del contesto temporale
e spaziale, affiancherà l'introduzione di indicatori come: le
risorse del territorio e dell' economia, l'organizzazione sociale e
politica, la cultura e la religione. Un'attenzione particolare andrà
riservata alla religione giudaico cristiana e al ruolo da essa ricoperto
nell'incontro tra Romani e i popoli 'barbari' sia nella nascita della
stessa idea di Europa.
E' evidente che nel secondo biennio si organizzano anche con una prima
sistematicità l'utilizzo del lessico specifico della disciplina
storica e la spiegazione concettuale relativa a termini indispensabili
nel discorso storico: città, stato, crisi, sviluppo, decadenza,
nomadismo, sedentarizzazione, risorse, demografia, economia, società,
istituzioni.
Geografia
Nella Scuola Primaria l'insegnamento della Geografia contribuisce a
conferire il senso dello spazio; ad acquisire il linguaggio della "geograficità";
ad educare alla solidarietà mondiale e al rispetto delle diversità;
a sviluppare l'educazione ambientale; ad abituare alla complessità
e alla relatività di ogni giudizio.
Occorre, perciò, attrezzare l'alunno delle coordinate spaziali
che gli permettono di orientarsi in un territorio che inizialmente è
quello vissuto e, successivamente, quello rappresentato, e dargli gli
strumenti necessari per descrivere tale territorio attraverso il linguaggio
specifico della "geograficità" intesa come la parte
sviluppata e affinata, cioè educata, degli aspetti visivospaziali
dell'intelligenza e della comunicazione umana.
E' proprio il possesso del linguaggio specifico della Geografia che
permette la formazione di carte mentali per mezzo delle quali è
possibile orientarsi e agire nel mondo, "vedere" il paesaggio
del territorio rappresentato su una carta, muoversi mentalmente in esso,
immaginarlo modificato.
La Geografia, inoltre, deve contribuire alla costruzione della consapevolezza
che la nostra Terra è diversa, non solo fisicamente, ma anche
antropicamente e questo deve portare alla conoscenza, accettazione,
rispetto delle diversità e della solidarietà mondiale,
senza annullare quel rapporto personale e particolare che ognuno ha
col proprio territorio.
Gli alunni devono, infine, scoprire che il territorio è costituito
da elementi che hanno fra loro rapporti diretti o indiretti e che l'intervento
su uno qualunque di questi elementi si ripercuote a catena su tutti
gli altri del sistema; devono avere una visione sistemica del territorio
(da quello vicino al mondo) e rendersi conto che ognuno di loro è
parte attiva, è responsabile dell'ambiente in cui vive. Si deve,
perciò, insegnare a vedere, studiare, analizzare ciascun elemento
non isolatamente ma nel contesto spaziale in cui esso si trova; quest'ultimo
viene messo a sua volta in relazione con l'intero contesto spaziale
mondiale, e tutto il processo si caratterizza per molteplicità,
complessità e dinamicità sistemica; ogni singolo fenomeno
o componente del territorio viene visto come il risultato di una serie
di processi socioeconomici e culturali assolutamente connessi tra di
loro. Questo consente di avviare gli alunni alla relatività di
giudizio che troverà nello sviluppo cognitivo, psicologico e
affettivo degli anni successivi la propria compiuta realizzazione.
Da scienza naturale descrittiva, dunque, la Geografia diventa scienza
interpretativa ed esplicativa dei rapporti dell'uomo e della società
con la natura.
Il percorso
Nella Scuola Primaria fare Geografia significa orientarsi nello spazio
e rappresentarlo, imparare ad usare gli strumenti specifici, utilizzare
mezzi diversi di descrizione linguistica e di rappresentazione grafica,
osservare ambienti con i suoi elementi costitutivi e antropici, mettere
in relazione tra di loro gli elementi di un ambiente, porsi domande
sui diversi modi di stare insieme all'interno di un determinato spazio.
A partire dall'utilizzo quotidiano dello spazio, la Geografia insegna
a decentrarsi, ad essere consapevoli degli spazi che cambiano (vicinolontano,
vissuto, esplorato, rappresentato), a constatare che l'altro non fa
necessariamente lo stesso uso dello spazio, che non ne ha la stessa
rappresentazione, che tutti gli spazi non sono un semplice dato ma che
sono vissuti e percepiti e che, attraverso quanto vissuto e percepito,
essi sono anche costruiti. È in funzione di queste diverse costruzioni
individuali e sociali che gli uomini decidono l'organizzazione che si
vogliono dare, il loro modo di vivere, il loro modo di appropriarsi
e di pianificare l'utilizzo dello spazio.
Un'altra fondamentale innovazione della Geografia consiste nel superamento
della tradizionale scansione ciclica dei contenuti (dal vicino al lontano,
dal semplice al complesso). Oggi ci si trova di fronte ad una società
sempre più complessa: le migrazioni internazionali, la creazione
di grandi insiemi politicoeconomici sovranazionali, gli scambi continui
tra l'uomo e l'ambiente si collocano in una dimensione che travalica
incessantemente lo spazio circostante: è lo scenario di una società
globalizzata che i massmedia addirittura enfatizzano. Compito della
scuola, allora, diventa quello di fornire gli strumenti per leggere
e comprendere le immagini del mondo e per avvicinarsi, sia pur nel rispetto
delle peculiarità e delle forme d'apprendimento legate all'età,
ai grandi temi generali, insegnando ai propri alunni a dominare gli
strumenti in modo corretto per non rischiare di esserne dominati.
Il ruolo della scuola è condurre progressivamente tutti gli allievi
a costruirsi strumenti di pensiero sempre più precisi per vivere,
comprendere e agire nel mondo, e quindi nello spazio che li circonda
così che essi acquisiscano saperi e competenze geografici sufficienti
per affrontare la complessità dei problemi attuali e futuri.
Parimenti essa promuove la consapevolezza di appartenere a molteplici
spazi i cui confini variano a seconda della problematica affrontata,
l'apertura all'altro e al mondo, così come la convivenza negli
spazi comuni al fine di favorire la presa di coscienza di una comunanza
di destino tra tutti gli esseri della Terra.
Le attività didattiche
Tenendo conto dei vissuti del fanciullo, delle sue esperienze personali
e delle informazioni che possiede, l'insegnante propone attività
di apprendimento ed esercizi di strutturazione che permettano lo sviluppo
del sapere geografico.
Le attività didattiche dovranno articolarsi in un coerente e
ben programmato itinerario concettuale, che sarà basato inizialmente
sulla concretezza e la quotidianità. Tanti concetti geografici
potranno essere fatti acquisire facendo operare gli alunni in situazioni
problematiche, in forma di gioco, stando in aula o lavorando negli spazi
interni alla scuola (corridoi, cortile, androni,
) o esterni,
nelle immediate vicinanze.
Gli alunni devono rendersi conto che lo spazio geografico non è
un'accozzaglia di elementi, ma un sistema costituito da elementi fisici
e antropici legati da rapporti di connessione o di interdipendenza,
diretti o indiretti.
Il metodo di lavoro. Saranno guidati ad osservare, partendo
da quello vicino, gli elementi di un territorio e i loro legami; i rapporti
fra posizioni e funzioni, fra distribuzioni e funzioni; momenti di esplorazione,
si alternano a momenti di ricerca di informazioni, di osservazione,
di descrizione, di comparazione, di messa in relazione dei fenomeni
studiati.
Una domanda, posta dall'insegnante o dall'alunno, porta all'elaborazione
di ipotesi e alla loro verifica; spiegazione, discussione e confronto
sono gli elementi chiave del confronto con l'altro sui risultati. La
stessa moltiplicazione dei supporti visivi contribuisce a materializzare
le immagini, le rappresentazioni e l'utilizzo di questi documenti può
far nascere una discussione, uno scambio di punti di vista, la necessità
di una uscita sul territorio. Il tempo dedicato alla rappresentazione,
via via sempre più precisa, dei fenomeni osservati o rappresentati
conduce a forme di generalizzazione e apre un largo spazio alla comunicazione.
Le attività didattiche volte all'acquisizione del metodo scientifico
e della ricerca sono improntate all'operatività. Nel corso degli
anni e sempre più nel secondo biennio le attività assumeranno
la forma laboratoriale.
In classe gli alunni saranno guidati a porsi domande, ad affrontare
e formulare ipotesi e a verificarle. Le indagini non si fermeranno solo
al livello descrittivo (dov' è, come è fatto ...?) ma
passeranno al livello esplicativo scientifico (perché .... è
lì? perché quella distribuzione di fenomeni? perché
.... è fatto/a così?) e critico applicativo (come sarebbe
... se .... ? come sarebbe meglio distribuire? ... organizzare? ...
utilizzare?).
Gli alunni potranno progettare come riorganizzare il giardino della
scuola o il quartiere ove abitano o la loro città, ipotizzare
come cambierebbe il loro territorio se un' industria vi venisse localizzata
o se venisse eliminata.
L'operare molto sul vicino deve evitare che spazi lontani, ma anche
fatti e fenomeni geografici di portata nazionale o mondiale, non vengano
presi in esame. Ci si deve, anzi, servire di questi per consolidare
concetti, individuare relazioni in contesti diversi, cogliere la complessità
del sistema territoriale mondiale.
Carte mentali. Non si può avere la pretesa che
gli alunni si costruiscano carte mentali della regione di appartenenza
o dell'Italia molto ricche, ma ci si deve preoccupare, piuttosto, che
queste si formino in modo consapevole e significativo. Le carte mentali
non sono le fotocopie mentali di carte lette o studiate, ma mappe cognitive
che organizzano spazialmente, utilizzando la concettualizzazione spaziale
e il linguaggio della geograficità, fatti, luoghi, fenomeni che
non solo studiamo, ma nei quali ci imbattiamo quotidianamente e che
molto spesso sono carichi di affettività. L'accertamento del
possesso di carte mentali, quindi, non deve scadere nel nozionismo o
nel semplice controllo della correttezza formale degli schizzi di carte
mentali prodotti dagli alunni, ma individuare i processi di formazione
che hanno condotto a quelle mappe cognitive.
Le tecniche didattiche e gli strumenti che si possono usare sono vari
e diversi; volta per volta si possono utilizzare quelli che si ritengono
più efficaci e che consentono di raggiungere più rapidamente
e più compiutamente gli obiettivi prefissati: si può far
ricorso, innanzitutto, alle lezioni sul campo e alla lettura di carte;
successivamente si può passare alla costruzione di carte tematiche
e altre semplici rappresentazioni grafiche; alla correlazione cartografica;
alla lettura di fotografie, documentari e film; all'uso del computer
e di Internet. Di volta in volta si utilizzano gli strumenti adeguati
e coerenti.
La raccomandazione più importante è quella di evitare
l'eccessivo tecnicismo così come il vuoto e sterile attivismo;
solo situazioni di apprendimento significative, coerentemente organizzate,
infatti, possono mettere l'allievo in condizione di raggiungere gli
obiettivi formativi geografici che ciascuna istituzione ha individuato
e dichiarato come indispensabili alla sua crescita.
Classe prima e primo biennio
Nella classe prima e nel primo biennio le conoscenze e le abilità
relative alla Geografia si integrano con quelle di tutte le altre discipline
al fine di mantenere e sviluppare l'unità di apprendimento che
si snoda attraverso temi e problematiche vicine al vissuto e all'esperienza
del bambino.
In modo particolare si sottolinea l'intreccio tra le conoscenze geografiche,
storiche, sociali, naturali che rispecchia l'unitarietà del
fare e del ricercare tipico di questo momento della crescita del fanciullo;
le specificità disciplinari si intrecciano attraverso tematiche
che partono dalla globalità delle esperienze di vita degli allievi
e si articolano gradatamente in base alla curiosità, all'interesse,
ai bisogni di esplorazione e di comprensione dei singoli e dei gruppi.
I percorsi formativi si caratterizzano come occasioni intenzionali di
potenziamento dei processi già avviati negli anni precedenti
nella vita familiare ed extrafamiliare e negli anni della Scuola dell'Infanzia,
in funzione dello sviluppo affettivo, emotivo, sociale, etico, morale.
Gli alunni sono guidati a ricavare dai contesti di relazione in cui
sono immersi le parole e i concetti con i quali operare per avere una
prima consapevolezza della complessità della realtà osservata
attraverso le fondamentali coordinate spaziotemporali. La costruzione
del lessico avviene attraverso attività esplorative, manipolative,
di comunicazione linguistica, grafica, motoria.
L'operatività e il ricorso alle tecnologie sono funzionali a
una graduale transizione dall'esperienza vissuta all'esperienza mediata
e riflessa in vista della costruzione dell'identità personale
e sociale, della consapevolezza di diritti e doveri, dello sviluppo
del senso di solidarietà e di cooperazione della responsabilità
verso l'ambiente di vita.
Il secondo biennio
In continuità con l'attività realizzata nei primi tre
anni della Scuola Primaria, l'alunno nel secondo biennio sposta la propria
attenzione dall'esperienza spaziale che gli è prossima a quella
di ambienti specificamente individuati nelle Indicazioni (il
territorio nazionale, le Regioni, le Province, le zone climatiche,
)
i cui aspetti geografici significativi vengono enucleati e correlati
tra di loro: i caratteri fisici e naturali, gli elementi artificiali,
le attività economiche, sociali e culturali, gli spazi da esse
utilizzate e trasformati.
Si organizzano le conoscenze utilizzando un metodo prevalentemente problematicoconcettuale
attraverso il quale si costruiscono le chiavi di lettura dei "paesaggi
geografici" con i relativi schemi di riferimento; procede, parallelo,
lo sviluppo di abilità in ordine alla rappresentazione dello
spazio sia da un punto di vista grafico che linguistico; tali abilità
utilizzano conoscenze acquisite in ordine all'utilizzo di mappe e cartine
diverse per contenuto e scala, di dati presenti in testi specifici (atlanti,
periodici, annuari statistici,
) anche informatici. Un uso più
appropriato degli strumenti cartografici e di rappresentazione convenzionale
consente di impostare una prima attività di ricerca geografica
avendo cura di partire dal territorio locale e dalle sue problematiche
per poi allargarlo al territorio e alla società italiana, alle
sue trasformazioni e alle sue problematiche.
Il Laboratorio
Molteplici sono le occasioni in cui la Geografia può, con altre
discipline, essere organizzata in Laboratori; a puro titolo esemplificativo
si può far riferimento ad un Laboratorio di Attività Motorie
e Sportive che preveda l'attività motoria unita all'osservazione
di un certo territorio, all'analisi dell'utilizzo che l'uomo ne ha fatto,
allo sviluppo di attività di orientamento.
Per continuare nelle esemplificazioni, il Laboratorio di Attività
di Progettazione può affrontare, con Geografia, Scienze e Tecnologia,
un percorso di educazione ambientale che rivolga la propria attenzione
ad un problema dell'ambiente prossimo (la conservazione di una spiaggia,
la creazione di un parco, la qualità delle acque di un lago,
), lo studi con tutti gli strumenti scientifici in possesso degli
allievi e offra, infine, un'ipotesi di soluzione che sarebbe bene sottoporre
alla verifica sociale per non lasciarla sterile o velleitariamente autoreferenziale.
L'educazione ambientale, elemento fondamentale dell'educazione alla
Convivenza civile, trova nella Geografia uno strumento prezioso
per sviluppare, in un'ottica necessariamente interdisciplinare, la
consapevolezza che il concetto di sviluppo sostenibile non si può
ridurre al semplice rovesciamento della prospettiva moderna delle risorse
infinite e del progresso indefinito. Non è sufficiente, in altri
termini, proporre una sorta di ribaltamento catartico dell'esistente
che assolva gli adulti delle loro secolari malefatte e diventi educativo
per i fanciulli. L'obiettivo è più complesso: si tratta,
attraverso conoscenze, attività, strategie adeguate all'età,
di avviare i fanciulli all'abitudine personale e collettiva di un uso
consapevole dell'ambiente, fondato sull'educazione alla virtù
ambientale e tecnica come strumento per conoscere i limiti invalicabili
che l'uomo deve rispettare per poter continuare a contare su un uso
intelligente ed umanistico dell'ambiente.
---omissis---
Esemplificazioni in ordine alle attività
di
educazione alla Convivenza civile
nella Scuola Primaria
EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA
| Obiettivi
|
Contributi disciplinari
|
|
|
Tutte le discipline
|
Italiano
|
Storia
|
Ed. fisica sportiva
|
Musica
|
|
Mettere in atto comportamenti di autonomia,
autocontrollo, fiducia in sé.
|
Controllo e autocontrollo sistematico
e ricorsivo delle attività e dei comportamenti utili
alla vita scolastica.
|
Discussione su situazioni vissute
a scuola o nell’extrascuola che risultano esempi significativi
di autocontrollo o di mancanza di autocontrollo.
|
Lettura, commento, riscrittura
di alcuni articoli della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo
e della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
|
Esercizio della disponibilità
a partecipare a giochi e attività che richiedono impegno
e pongono difficoltà da superare.
|
Partecipazione a canti corali
che comportano l’esibizione in pubblico.
|
|
Accettare, rispettare, aiutare gli altri
e i "diversi da sé", comprendendo le ragioni dei loro
comportamenti.
|
Nelle diverse situazioni formative
valorizzazione delle caratteristiche e delle particolarità
personali di ciascuno. Messa a confronto di modalità
differenti di lavoro attuate in una data situazione, per capirne
motivazioni, limiti e vantaggi.
|
Interpretazione di narrazioni
di altre culture, per esplicitarne i valori sottesi.
|
Analisi dei diversi modi con
cui persone di cultura diversa affrontano momenti della vita
(la nascita, la morte, le nozze, …) Documentazione su realtà
storiche di altri popoli che motivano situazioni attuali.
|
Partecipazione a giochi nuovi,
proposti da compagni con attitudini differenti dalle proprie
o presentati da compagni provenienti da altre culture.
|
Esecuzione di danze su musiche
e ritmi di altre culture. Conoscenza dei contesti in cui tali
musiche sono state prodotte e tali danze utilizzate.
|
|
Suddividere incarichi e svolgere compiti
per lavorare insieme con un obiettivo comune.
|
Assegnazione di incarichi per
lavorare insieme con un obiettivo comune. Valutazione finale
delle modalità di svolgimento degli incarichi e dei risultati
conseguiti da ciascuno. Attività di tutor nei confronti
dei compagni più piccoli.
|
Stesura di testi regolativi
relativi alla vita di classe.Lettura di testi che descrivono
contesti familiari, scolastici… di collaborazione.
|
Esempi storici significativi
dell’ efficacia del lavorare insieme
|
Simulazione di ruoli (allenatore,
responsabile di squadra, capitano, …)
|
Progettazione, con suddivisione
di incarichi, di attività musicali.
|
|
Avvalersi in modo corretto e costruttivo
dei servizi del territorio.
|
Discussione sulle modalità
e sulle abitudini di accesso ai vari tipi di servizio del territorio.
|
Visita alla Biblioteca comunale
o di quartiere, per conoscerne l’organizzazione e le regole.
|
Visita ad alcuni Uffici comunali
e analisi del loro funzionamento.
|
Partecipazione ad attività
organizzate nei Centri Sportivi Comunali, rispettandone le strutture.
|
Partecipazione a concerti in
ambienti del proprio territorio.
|
|
Comprendere il concetto di cittadinanza e
vari tipi di cittadinanza .
|
Partendo da situazioni quotidiane,
analisi e riflessione sui bisogni vitali dell’uomo e i diritti/doveri
relativi.
|
Fruizione di cronache o di
testi argomentativi relativi a problemi di cittadinanza.
|
Conoscenza delle regole del
diritto alla cittadinanza.
|
|
scolto di musiche e canti espressione
di identità nazionale.
|
EDUCAZIONE STRADALE
| Obiettivi |
Contributi disciplinari
|
|
|
Tecnologia
|
Geografia-storia
|
Ed. motoria sportiva
|
Matematica-Scienze
|
Italiano
|
|
Conoscere la tipologia della segnaletica
stradale, con particolare attenzione a quella relativa al pedone
e al ciclista.
|
Ricostruzione, con materiali
di recupero, di alcuni segnali stradali.
|
Conoscenza del
Concetto di Codice e di alcune fasi significative di sviluppo
del Codice Stradale.
|
|
Conoscenza delle
figure che hanno un valore convenzionale nella segnaletica stradale.
Concetto di direzione.
|
Elaborazione di
didascalie che illustrano il significato di una serie di segnali.
|
|
Descrivere in forma orale e scritta un percorso
proprio o altrui e rappresentarlo cartograficamente.
|
Realizzazione
di modelli plastici di percorsi, su cui far agire pupazzetti,
come gioco di simulazione.
Schizzi di tracciati.
|
Utilizzo delle
coordinate spaziali. Attività
di riflessione sulla successione temporale e di individuazione
di rapporti causa / effetto.
|
Attività
per la conferma della lateralizzazione.
|
Rappresentazioni
topologiche.
|
Stesura di appuntiUtilizzo
di sintassi adeguata al tipo di descrizione.
|
|
Analisi del Codice della Strada: funzione
delle norme e delle regole.
|
|
Elaborazione del
concetto di norma, regola, legge.
|
Attività
motorie e giochi di squadra rispettando le regole date.
|
Conoscenza di
alcuni concetti presenti nelle regole del Codice: luce/buio,
attrito, peso, ….
|
Lettura e produzione
di testi regolativi.
|
|
Eseguire correttamente a piedi e in bicicletta
un percorso stradale in situazione reale o simulata.
|
Attività
di misurazione con strumenti adeguati.Realizzazione
di strumenti per la misurazione di tratti del percorso.
|
|
Spostamenti in
palestra, rispettando le regole stabilite.Esercizi
per l’acquisizione o lo sviluppo dell’equilibrio.
|
Utilizzo dei concetti
di velocità, distanza, lunghezza, larghezza.Conoscenza
delle misure lineari utili nella gestione dei percorsi.
|
Riesposizione
orale delle regole da seguire.Confronto
fra punti di vista diversi sul comportamento da tenere nel percorso.
|
EDUCAZIONE AMBIENTALE
| Obiettivi |
Contributi disciplinari
|
|
|
Scienze
|
Italiano –storia-geografia
|
Tecnologia
|
Arte ed immagine
|
|
Conoscere la flora, la fauna, gli equilibri
ecologici tipici del proprio ambiente di vita. Rispettare le
bellezze naturali ed artistiche del proprio ambiente.
|
Analisi di habitat
caratteristici della propria zona ( il bosco, la spiaggia, il
fiume…).
|
Visite guidate
e gite scolastiche per la conoscenza di aspetti tipici del proprio
territorio. Ricostruzione,
sulla base di documenti storici e di testimonianze, di momenti
significativi per la vita nel proprio territorio. Riscoperta
delle tradizioni culturali più significative: interviste
ai nonni, visita al museo locale, ricostruzione dei giochi di
un tempo, ecc.
|
Varie forme di
osservazione e di rappresentazione (disegni, fotografie, riprese
filmiche,ecc) dell’ambiente. Studio
dei materiali utilizzati nei vari interventi.
|
Conoscenza di
opere d’arte del proprio ambiente.Visita
a mostre di pittori locali.Visite
ad ateliers di artisti locali. Riprodurre,
con tecniche e materiali vari, monumenti, luoghi, habitat particolari
del proprio ambiente.
|
|
Comprendere l’importanza
dell’intervento necessario dell’uomo sull’ambiente.
|
Individuazione
delle risorse proprie dell’ambiente di vita e analisi delle
loro diverse forme di utilizzo nel tempo.
|
Analisi e comparazione
di documenti storici e geografici relativi all’intervento dell’uomo
sul territorio.
|
Descrizione di
interventi umani che hanno modificato sostanzialmente un paesaggio
(costruzione di un quartiere, di una strada, di una diga, …).
|
Osservazione diretta
degli stili architettonici che caratterizzano le varie zone
del proprio ambiente.Analisi
di interventi di restauro, manutenzione del patrimonio artistico.
|
|
Conoscere i ruoli
dell’ Amministrazione Comunale, delle associazioni private,
delle istituzioni mussali,… per la conservazione e la trasformazione
dell’ambiente.
|
Ricostruzione
dei processi che hanno inciso sulla trasformazione dell’ambiente
( incidenza dei fattori climatici e dell’ inquinamento sui monumenti,
incuria, …)
|
Intervista a persone
che rivestono ruoli significativi nell’Amministrazione Comunale
e nelle varie associazioni.
|
Analisi, dal punto
di vista tecnologico, dei processi seguiti in interventi sull’ambiente
particolarmente significativi.
|
Lettura di documentazioni
fotografiche e filmiche di interventi di conservazione.
|
|
Individuare un
problema ambientale prossimo (salvaguardia di un monumento,
conservazione di una spiaggia, creazione di un parco naturale,
…) ed elaborare soluzioni .
|
Approfondimento
delle cause scientifiche del problema individuato.
|
Ricostruzione
storica del luogo e delle sue funzioni.Analisi
dei bisogni presenti e delle possibili soluzioni.
|
Rilevazioni grafiche,
fotografiche.Elaborazione
di semplici progetti di restauro, di conservazione, di intervento.
|
Disegni, schizzi,
rappresentazioni visive che supportino gli interventi o le proposte.Laboratorio
di restauro di piccoli oggetti legati alla tradizione locale.
|
EDUCAZIONE alla SALUTE
|
Obiettivi
|
Contributi disciplinari
|
|
|
Tutte le discipline
|
Scienze - Tecnologia
|
Italiano - Storia
|
Educazione motoria e sportiva
|
|
Elaborare tecniche
di osservazione e di "ascolto" del proprio corpo per distinguere
i momenti di benessere da quelli di malessere.
|
Impiego di tecniche
di osservazione del sé. Esercizio
della disponibilità a manifestare il proprio vissuto.
|
Individuazione
delle relazioni fra aspetti scientifici o tecnologici dell’ambiente
e stato psicofisico( stanchezza
derivante dall’uso di arredi non funzionali, dall’ illuminazione
inadeguata…).
|
Lettura di testi
argomentativi ed espositivi sul rapporto "ambiente / salute
" considerato.
|
Conoscenza del
proprio corpo e dei suoi ritmi.
|
|
Conoscere le
malattie esantematiche e le vaccinazioni.
|
|
Individuazione
del manifestarsi di tali malattie. Intervista
a personale medico o paramedico per mettere a punto modalità
di prevenzione in presenza di possibilità di contagio.
|
Ricostruzione
della propria storia personale relativamente a questi aspetti.
Lettura di documenti di storia
della scienza, relativi alle scoperte dei vaccini.
|
Analisi di quanto
e come la malattia può limitare l’attività fisica.
|
|
Attivare comportamenti
di prevenzione ai fini della salute nel suo complesso.
|
Assunzione di
comportamenti adeguati ( corretta postura, controllo del volume
di voce…).
|
Interventi in
classe del dentista, dell’ igienista … ai fini della conoscenza
delle conseguenze di comportamenti scorretti per la salute e
dell’ individuazione di norme di comportamento opportuno.
|
Analisi/produzione
di messaggi di Pubblicità Progresso.
Documentazione dell’incidenza, in varie epoche storiche, di
comportamenti non adeguati al mantenimento della salute.
|
Rispetto di modalità
fisiche adeguate di gestione del proprio tempo ( adeguato lasso
di tempo di attività motoria, senza cadere negli eccessi…).
|
|
Conoscere le
norme di comportamento per la sicurezza nei vari ambienti.
|
Riflessione, nei
contesti che spontaneamente vengono a crearsi, sulle norme da
seguire per la sicurezza nei vari ambienti.
|
Lettura delle
piantine dei locali e dei percorsi di fuga. Analisi
della pericolosità di oggetti e materiali.
|
Stesura dei regolamenti
necessari per la sicurezza utilizzando le norme imparate.
Corretta interpretazione dei simboli di pericolosità,
tossicità dei materiali.
|
Manifestazione
di perizia e di autocontrollo fisico in situazioni che lo richiedono.
|
EDUCAZIONE ALIMENTARE
| Obiettivi |
Contributi disciplinari
|
|
|
Scienze
|
Educazione motoria
e sportiva
|
Italiano
|
Tecnologia
|
|
Conoscere la tipologia
degli alimenti e le relative funzioni nutrizionali.
|
Utilizzo di audiovisivi
per capire come il corpo utilizza i diversi tipi di alimenti.
Valutazione, sulla base di
quanto emerso dalla visione del video, dei dati raccolti sulla
propria consueta alimentazione.
|
Intervista al
dietologo per capire la ‘dieta’ migliore per poter praticare
attività fisica.
|
Raccolta di dati
relativi alla propria alimentazione settimanale, con l’uso di
strumenti adeguati.
|
Ricostruzione
dei processi di trasformazione degli alimenti e della preparazione
del cibo, per comprenderne l’incidenza sulla qualità
finale del prodotto.
|
|
Individuare la dieta
più adeguata al proprio corpo e alle proprie esigenze
fisiche, sulla base del calcolo del proprio dispendio energetico.
|
Compilazione di
tabelle che mettono in relazione il dispendio energetico con
l’apporto dei vari cibi consumati.
|
Osservazione e
registrazione dell’attività di respirazione, sudorazione…
in condizioni di riposo, di attività intensa, …
|
Interpretazione
del sottocodice scientifico delle tabelle di descrizione della
composizione dei cibi e del loro apporto in termini di nutrizione.
|
Preparazione del
pranzo al sacco adeguato ad un’uscita didattica che comporta
iun certo dispendio energetico.
|
|
A tavola mantenere comportamenti
corretti.
|
Individuazione
delle regole del corretto comportamento a tavola, sulla base
della conoscenza dell’incidenza dei vari comportamenti sui processi
digestivi.
|
|
Descrizione verbale
di una serie di comportamenti a tavola osservati mediante riprese
video.
|
Scelta dei cibi
adatti ad essere consumati per temperatura, modalità
di conservazione e di cottura.
|
|
Conoscere gli errori
alimentari e i problemi connessi con gli squilibri alimentari.
|
Intervista al
dietologo che commenta le diete seguite dagli alunni.
|
Analisi di tabelle
di sviluppo corporeo, ponderale, … e confronto con il proprio
corpo.
|
Lettura di testi
espositivi sui rischi e pericoli di alcune abitudini alimentari
attuali
|
|
|
Individuare le modalità
di consumo degli alimenti che meglio ne conservano il valore
nutritivo, anche avvalendosi del laboratorio di cucina.
|
Individuazione
della composizione dei vari alimenti e conoscenza dell’incidenza
che ogni modalità di consumo ha nel loro utilizzo.
|
|
Creazione di slogan
sulle corrette modalità di utilizzo degli alimenti.
|
Preparazione dello
stesso alimento secondo diverse modalità.
|
|
Ampliare la gamma dei
cibi assunti, come educazione al gusto.
|
Assunzione di
una corretta colazione a scuola.
Organizzazione di "merende per l’intervallo" genuine.
Consumo di un pasto di altri tempi o di altre culture.
|
|
Lettura di ricette
di altri tempi.
|
Laboratorio di
cucina.
|
EDUCAZIONE all’AFFETTIVITÀ
|
Obiettivi
|
Contributi disciplinari
|
|
|
Tutte le discipline
|
Italiano - storia
|
Scienze
|
Educazione motoria
|
|
Attivare atteggiamenti
di conoscenza/ascolto di sé.
|
Atteggiamento
di ascolto e di relazione positiva nei confronti dell’altro.
|
Descrizioni di
sé, delle proprie capacità e abilità, dei
propri interessi. Narrazione
dei cambiamenti personali nel tempo.
|
|
Individuazione
delle proprie capacità e dei propri limiti nelle attività
motorie e fisiche.
|
|
Attivare modalità
relazionali positive con i compagni e con gli adulti, anche
tenendo conto delle caratteristiche specifiche di maschi e femmine.
|
Riflessioni sulle
modalità per una relazione corretta tra coetanei e alunno
– adulto. Esercizio dell’abitudine
a mettersi dal punto di vista altrui e a rispettarlo.
|
Controllo dell’espressione
verbale e non verbale nella comunicazione, ai fini della scelta
del registro più adeguato alla relazione positiva.
|
Analisi dei rapporti
affettivi e di collaborazione tra i membri di una coppia sia
nel mondo animale che umano.
|
Attivazione di
una squadra di gioco, in cui si scambiano, secondo ritmi stabiliti,
i ruoli.
|
|
Conoscere le principali
differenze fisiche, psicologiche e comportamentali tra maschi
e femmine.
|
Interventi che
facilitino, da parte dell’alunno, la comunicazione della percezione
di sé e del proprio ruolo nella classe, nella famiglia,
nel gruppo dei pari in genere.
|
In situazioni
concrete, riflessioni sulle differenze di ruolo dei maschi e
delle femmine. Esempi di
rapporti significativi tra maschi e femmine nella storia.e
nella letteratura.
|
Differenze fisiche
tra maschi e femmine.Funzioni
degli organi genitali.
|
In situazioni
di simulazione ( giochi di ruolo, animazioni teatrali, …) rappresentazione
dei comportamenti tipici del genere maschile e femminile.
|
|
Esercitare modalità
corrette ed efficaci di espressione delle proprie emozioni e
della propria affettività.
|
Interventi che
favoriscano l’espressione personale, ma anche socialmente accettata,
di stati d’animo, di sentimenti, di emozioni diversi, in situazioni
diverse, anche di competizioni sportive e agonistiche
|
In contesti spontanei
o strutturati, espressione verbale, nella forma più congeniale,
della propria emotività ed affettività.
|
|
In situazione
di gioco (vittoria, sconfitta, contesa, …) espressione corretta
della propria emotività.
|
|