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Convegno Sissco
Cantieri di storia II
La storia contemporanea in Italia oggi: linee di tendenza e orientamenti
di ricerca
Lecce, 25-27 settembre 2003
Giovanni Gozzini
Dalla Weltgeschichte alla world history:
percorsi storiografici attorno al concetto di globale
Nella storiografia occidentale il concetto di globale si intreccia
con quello di unità del genere umano: tende, in altre parole,
a travalicare una definizione meramente geografico-spaziale per innalzarsi
al livello delle generalizzazioni universali e trasformarsi in filosofia
della storia. Questo nodo ha avuto nel tempo diverse soluzioni: quella
religiosa che postula la fratellanza degli uomini nella comune origine
e natura di figli di Dio, quella illuminista che ne ricerca la comune
appartenenza "progressiva" al regno della ragione e della
civiltà, quella romantica che rivendica le diverse radici storiche
di popoli e nazioni. Ma in buona misura queste soluzioni convergono
nel formare un paradigma evolutivo che colloca in Occidente il
punto di arrivo di un percorso plurimillenario della civiltà
umana avviatosi in Oriente. Il punto di vista eurocentrico si combina
così con il grande problema storico del perché l'Europa
abbia gradualmente conquistato il centro del mondo - con le scoperte
geografiche, la rivoluzione industriale, il dominio coloniale - e ne
sia riuscita a sottomettere o egemonizzare le periferie.
Di tale paradigma la Grande Guerra segna un primo momento di crisi.
Ne derivano visioni antieurocentriche - la più importante delle
quali resta legata al nome di Arnold Toynbee - le cui ricadute nel senso
comune e nella ricerca scientifica appaiono tuttavia inversamente pro-porzionali
alle ambizioni globalizzanti: come se tra ricerca del senso ultimo della
storia delle civiltà e indagine empirica dei loro itinerari si
verificasse una incomunicabilità di fondo. Un se-condo e ancor
più radicale momento di crisi del paradigma evolutivo si registra
tra il 1945 e gli anni sessanta: l'etica della human community
incarnata dalle Nazioni Unite e il processo di de-colonizzazione spostano
il punto di vista in direzione del Terzo Mondo, segnando un'attenzione
nuova per le civiltà non occidentali spesso coniugata a una critica
radicale dei rapporti di dipendenza che l'Occidente instaura con esse.
D'altra parte, la reazione a questo spostamento genera un nuovo paradigma
forte - quello della modernizzazione - destinato ad influenzare
in profondità le scienze sociali: lo sviluppo politico ed economico
dell'Occidente si propone al re-sto del mondo come immagine normativa
del suo futuro.
È in tale contesto che, soprattutto con William McNeill, la world
history muove i suoi primi passi, cercando nella comparazione un
nuovo paradigma interpretativo, più laico e meno de-terministico
del precedente. L'interazione tra uomo e ambiente viene posta alla radice
delle dif-ferenze di genesi e sviluppo delle civiltà umane, che
però vengono esplorate anche e soprattutto nei loro punti e momenti
di contatto, di scontro, di interazione. Si problematizza il concetto
stesso di civiltà: chi ne fa parte e quali ne sono i tratti costitutivi?
La fine della guerra fredda apre una nuova fase che, nello stesso tempo,
accentua l'interdipendenza e l'instabilità del mondo. Il venir
meno di certezze ideologiche globali produce un rilancio della ricerca
storica sulle differenze e le divisioni interne alla human community
e quindi sulla loro effettiva possibilità di composizione o,
quantomeno, di convivenza pacifica.
1. Una nuova domanda di storia.
Il nostro impegno in direzione della storia mondiale nasce dalla
nostra convinzione che gli studenti capiranno e apprezzeranno il mondo
attuale attraverso lo studio delle migliaia di forze che a quel mondo
hanno dato forma e che hanno creato il nostro posto al suo in-terno
(1).
Così recita l'introduzione a uno dei più diffusi manuali
statunitensi di world history, materia che da più di un
decennio conosce una crescente fortuna nell'organizzazione degli studi
superiori e universitari di quel paese, nonostante la forte campagna
contraria condotta a metà degli anni novanta da ambienti della
destra politica che vi coglievano una ragione di discredito del patriottismo
nazionale e dell'identità occidentale (2). Per quanto
l'accezione di storia mondiale utilizzata dagli autori (il più
importante dei quali, Peter Stearns, proviene da una lunga pratica di
lavoro sulla storia sociale dell'Ottocento europeo) sia abbastanza generica
("lo studio degli eventi storici in un contesto globale"),
questo ambito storiografico viene presentato come il più idoneo
a rispondere alle grandi domande che in modo drammatico e pressante
nascono dall'attualità - la pace e la guerra, le sorti dell'ambiente,
la democrazia, i fondamentalismi - e che con ogni evidenza alimentano
la crescente richiesta di questa materia di insegnamento da parte degli
studenti.
È tuttavia interessante notare la distanza che separa questa
formulazione, per così dire, "difensiva" della world
history come strumento di reazione alle incertezze di una fase storica
di transizione, rispetto a quella "offensiva", assai più
carica di impegno etico in senso pacifista, formulata nell'immediato
dopoguerra da Lucien Febvre nel quadro dei primi progetti di un manuale
di storia universale dell'umanità elaborati dall'Unesco: "dobbiamo
creare la possibilità di un nuovo modo di insegnare: l'insegnamento
di una storia mondiale non politica, un insegnamento che sarà
per definizione consacrato alla pace" (3). Nelle parole
di Febvre il riferimento alla storia strutturale di longue durée
sembra la chiave esplicativa di ciò che unisce il genere umano
e quindi l'antidoto migliore alle divisioni della politica; mentre oggi
il quadro metodologico proposto da Stearns e compagni appare assai più
complesso. A una ovvia scelta estensiva del panorama di studio in senso
antieurocentrico (la Cina occupa più del 10% del testo) si accompagna
una proposta di periodizzazione fondata su tre criteri di individuazione
delle svolte epocali: ridisegno degli equilibri di potere tra civiltà,
aumento dei contatti tra di esse, comparsa di novità fondamentali
in quelle maggiori. Il risultato è una scomposizione della storia
umana in sei periodi: rivoluzione agricola del Neolitico, età
classica (con le civiltà di Cina, India e Mediterraneo), età
postclassica (dal 500 d.C. al 1450, contraddistinta dal declino dei
grandi imperi e dall'espansione dell'Islam), l'età di ascesa
dell'Occidente (1450-1750), quella di egemonia dell'Occidente (1750-1914)
e infine il XX secolo segnato dalla decolonizzazione, dalla guerra fredda
e dall'ascesa economica dell'Asia. Niente di sconvolgente, come si vede,
rispetto alle periodizzazioni tradizionali: la novità del volume
risiede piuttosto nella attenzione rigorosamente paritetica che per
ciascuna di queste epoche viene riservata ad ogni parte del mondo.
Anche in Italia chiunque si sia occupato di manuali di storia negli
ultimi trent'anni ha effettuato scelte nella medesima direzione, pur
senza la coerenza consequenziale dei colleghi americani: una sorta di
timido antieurocentrismo politically correct, in senso meramente
estensivo, evitando con cura che questo parziale allargamento di orizzonte
incidesse più di tanto sui metodi e sui contenuti dell'impianto
di fondo. Pesa su questo atteggiamento una tradizionale idiosincrasia
della storiografia italiana per l'atmosfera rarefatta delle discussioni
epistemologiche, ma anche una specifica chiusura nei confronti della
teoria e della pratica della storia universale che risale a Croce e
agli inizi del secolo. Per non risultare un semplice accumulo di nozioni
prive di significato unificante, la storia universale - secondo Croce
- non può non fare centro su un singolo aspetto del pensiero
umano (come al loro tempo hanno fatto S.Agostino o Hegel) e attingere
da questa individualità i tratti filosofici di natura e importanza
universale: come la "religione della libertà" che matura
nell'Europa del XIX secolo (4).
2. Storia universale e paradigma evolutivo.
Quanto Croce ha di fronte in materia di storia universale, all'inizio
del secolo, rappresenta ormai un filone storiografico importante. Nel
suo classico Cosmopolitismo e stato nazionale (1908) Meinecke
fissa la coppia oppositiva tra un Illuminismo cosmopolita, fondato sul
carattere universale e unificante della ragione umana e un Romanticismo
volto invece a ricercare nel passato le origini e i caratteri distintivi
dei popoli e delle loro nazioni. È una coppia oppositiva che
in qualche modo sottende gran parte del pensiero non solo storiografico
ma anche politico occidentale. Stirandola all'indietro, potremmo rintracciare
qualcosa di simile nell'alterità tra un Erodoto, il cui occhio
spazia sul mondo circostante anche a costo di affidarsi alle fonti secondarie
del "sentito dire", e un Tucidide concentrato sulle guerre
a lui vicine e sui loro effetti fondanti su civiltà e stati.
Oppure dilatandola fino ai giorni nostri, potremmo imbatterci nei tentativi
di contrapporre la concezione hobbesiana del mondo anglosassone, preoccupata
dei conflitti e dei rapporti di forza, alla visione kantiana di una
"vecchia Europa" affascinata dal sogno di una legge internazionale
e di un governo mondiale (5).
Nulla più che suggestioni. Come molti hanno notato, l'Illuminismo
svincola l'idea di una storia universale della civiltà umana
dalla teodicea di una unità religiosa del genere umano in quanto
creazione divina, postulata come principio e fine della storia, secondo
i termini canonici stabiliti dal vescovo Bossuet nel Discorso sopra
la storia universale (1681). Per gli illuministi è invece
la ragione umana a rappresentare il fondamento laico unitario della
civiltà nel suo complesso e, insieme, il motore della sua storia.
Nell'Essai sur les moeurs et l'esprit des nations (1753-1769)
Voltaire prende atto dell'esistenza di civiltà diverse e talvolta
superiori rispetto a quella europea, come nel caso della Cina della
dinastia Tang rispetto a Carlo Magno: si è sostenuto di recente,
forse con un certo grado di forzatura, che si tratta del primo tentativo
di relativizzare l'esperienza storica dell'Occidente (6).
L'allargamento estensivo di Voltaire rappresenta l'antecedente della
classica interpretazione intensiva di Herder che nelle Idee per la
filosofia della storia dell'umanità (1784-1791) formula il
modello, destinato a lunga vita e fortuna, di un flusso del progresso
da Oriente verso Occidente. Comincia allora a formarsi il principio
di una gerarchia spazio-temporale delle civiltà e l'idea di una
preminenza dell'Europa come risultato di un processo storico unitario:
la diversità sincronica diventa effetto di un diverso livello
di sviluppo diacronico, assumendo così la forma di ritardi, blocchi,
deviazioni lungo la strada lineare ed univoca che dall'arretratezza
conduce alla modernità (7). La storia universale si trasforma
da semplice descrizione in concetto esplicativo, che trova in Hegel
la propria più compiuta sistemazione: lo spirito del tempo si
realizza nella forma dello stato e grandi civiltà che hanno pur
raggiunto alte vette nella sfera del pensiero (come quella indiana)
non accedono alla storia perché incapaci di raggiungere una forma
organizzata moderna di convivenza civile. Gli imperi asiatici rappresentano
la prima tappa evolutiva dello spirito, laddove la libertà appartiene
solo al sovrano, mentre negli stati dell'età classica (Grecia
e Roma) la libertà è ancora appannaggio di pochi e solo
con lo stato europeo e germanico si realizza la condizione universale
della libertà. È questo paradigma evolutivo a rappresentare
agli occhi dell'indiano Ranajit Guha, fondatore dei "Subaltern
Studies", "la griglia di lavoro epistemica funzionale a misurare
e calcolare climi e habitat, costumi e politiche, credenze e linguaggi,
secondo una scala di valori di civiltà standardizzati in Occidente"
(8).
Con il ciclo romantico di primo Ottocento alle civiltà si sostituiscono
le nazioni. Pur muovendo dal rifiuto della "Scolastica" hegeliana,
cancellatrice della libertà umana e riduttrice delle individualità
storiche a mere ombre dell'idea, von Ranke ne prosegue e approfondisce
l'approccio "statale". Ma il pregio e il valore della sua
opera, che Meinecke considera il miglior frutto della storiografia romantica,
risiede nella connessione tra particolare e universale costruita attraverso
il grande rispetto delle fonti documentarie. La Weltgeschichte (1881-86)
iniziata negli ultimi anni della sua vita torna a un ambito esclusivamente
europeo, cogliendone il momento fondante nella comune matrice religiosa
del Medioevo cristiano, assurta con Carlo Magno a principio politico
unificante. Su tale humus si innestano le storie particolari e diverse
dei popoli e delle nazioni europee: un insieme composito e multiforme,
la cui storia si nutre costantemente di conflitti e tentativi di equilibrio.
Ogni epoca acquista e conserva uno specifico valore, che non deriva
dalla sua collocazione lungo un presunto percorso prefissato; ogni individualità
nazionale reca in sé i frutti della propria Kultur e lotta
con le altre per affermarne il predominio. La storia universale deve
contemplare gli sforzi per il progresso della civiltà ma anche
le guerre che animano il tempo della politica e degli stati.
Questa preoccupazione rankiana per una storia universale non astratta
e quindi non irenica (costruita cioè sull'esclusione della politica)
coglie un punto che agli inizi del XIX secolo è già stato
avanzato da von Humboldt: la Weltgeschichte non è possibile
senza una Weltregierung, senza un governo mondiale e il rischio
del razionalismo illuminista è di vedere la storia alla luce
di un fine predeterminato, lasciando sullo sfondo popoli e nazioni (9).
Siamo qui agli albori di un filone storiografico - la cosiddetta scuola
realista nello studio delle relazioni internazionali - che, come vedremo,
accompagna costantemente come una sorta di controcanto i percorsi della
storia universale. Ancora oggi, uno degli argomenti che più facilmente
si contrappongono alla travagliata elaborazione di un diritto internazionale
è che gli stati nazionali sono comunque destinati a rimanere
i garanti più efficaci di diritti e libertà individuali
mentre l'alternativa ad essi - istituzioni e cittadini globali - appartiene
al regno del futuribile (10).
Problematico appare quindi fin dall'inizio il rapporto tra storia politica
e storia universale: le divisioni della prima mal si accordano con gli
intenti generalizzanti della seconda. Rimane tuttavia il fatto che la
questione della Weltgeschichte si dipana in corrispondenza di una fase
di accentuata espansione dei rapporti internazionali. Nel 1873 la rapida
fortuna del Giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne rende
manifesta anche al grande pubblico una nuova coscienza dell'unitarietà
del pianeta, che le imprese coloniali si incaricheranno di approfondire
sul terreno militare e commerciale. La curiosità per le altre
civiltà si sposa allora anche alla reazione antimilitarista e
pacifista. Al 1907 e alla penna di William Graham Sumner, singolare
figura di professore di scienze sociali a Yale, fiero oppositore della
guerra ispanoamericana del 1898, liberista e antisocialista, risale
la prima formulazione del concetto di etnocentrismo: quando "il
proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa e tutti gli
altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso" (11).
In controtendenza alle conquiste coloniali, la vittoria giapponese a
Tsushima contro la Russia zarista anticipa una incrinatura delle sicurezze
eurocentriche che la Grande Guerra si incarica di far emergere in drammatica
evidenza. Contrariamente a quanto sostiene uno dei più accreditati
studiosi della globalizzazione, l'interesse per la storia universale
non appartiene soltanto alle due fasi storiche - quelle di fine Ottocento
e fine Novecento - contrassegnate da un rapido incremento del commercio,
delle migrazioni, della finanza internazionale, degli scambi culturali
e quindi di acuita consapevolezza dell'interdipendenza tra le diverse
parti del genere umano (12). Paradossalmente anche un'epoca come
quella compresa tra le due guerre mondiali, di indubbia "deglobalizzazione"
in termini di contrazione del commercio e delle migrazioni internazionali,
ha dato luogo a un'intensa "globalizzazione" di nuove ideologie
assolute (come fascismo e comunismo) e di nuove visioni dell'ordine
internazionale (come il wilsonismo).
3. Grande Guerra e crisi dell'eurocentrismo.
Di riflesso alla catastrofe bellica, anche la storia universale vive
una nuova stagione che vede l'ansia per le sorti della civiltà
occidentale accompagnarsi di necessità a un allargamento di orizzonte
oltre i confini del vecchio continente. Tra le diverse opere di storia
mondiale che escono in quegli anni, il monumentale (1500 pp.) Outline
of History collettaneo diretto dallo scrittore Herbert George Wells
(1920) è quella più chiaramente improntata a un programma
ideologico pacifista ma anche quella probabilmente destinata a lasciare
minor traccia. E tuttavia resta il primo documento di una "rivoluzione
copernicana" (come è stata autorevolmente definita) in atto,
tesa a ridimensionare - prima di tutto sul piano del numero di pagine
- centralità e preminenza della civiltà occidentale nel
panorama mondiale (13). Nei suoi scritti carcerari degli anni
venti, Jawaharlal Nehru si riferisce proprio all'opera di Wells come
traccia di un percorso che dal cosmopolitismo illuminista occidentale
trae le ragioni dell'indipendenza del proprio paese (14).
Diverso è il caso di Il tramonto dell'Occidente di Oswald
Spengler (1918-1922), immediato protagonista di vendite e polemiche
in Europa. Per la prima volta la divisione in civiltà della storia
umana (egiziana, babilonese, greco-romana, indiana, cinese, messicana,
araba, occidentale) sopravanza nettamente le tradizionali periodizzazioni
trasversali e il parallelismo con gli organismi viventi (e quindi con
le dinamiche naturali di nascita, ascesa, declino e scomparsa) conferisce
alla storia delle civiltà un aspetto drammatico di lotta per
la sopravvivenza, di ascendenza vagamente darwiniana (15). La
Zivilisation occidentale attraversa la propria fase declinante
(testimoniata da metropoli gigantesche e parassitarie, ormai prive di
potenza demografica) che tuttavia coincide con l'espansione "cesaristica"
del proprio dominio militare. Sopravvive in Spengler la traccia dello
schema evoluzionistico herderiano perché comunque l'Occidente
(nel quale viene inclusa in forma subalterna ed accessoria anche l'America)
rappresenta l'unica civiltà ancora vivente e attiva: l'unica
capace di pensare in termini di storia universale e quindi di affermare
la propria visione del mondo. Ma è proprio Spengler a coniare
l'immagine della "scoperta copernicana" per indicare la perdita
di centralità delle civiltà classiche e occidentali.
Con Il tramonto dell'Occidente entrano nell'ambito degli studi
di storia universale due paradigmi destinati ad influenzarne profondamente
il corso successivo. Il primo (ravvisabile fino allo Huntington dei
giorni nostri) (16) è quello dello sviluppo separato delle
civiltà: i contatti tra di esse sono sporadici ed esclusivamente
conflittuali, comunque ininfluenti agli effetti della loro evoluzione
interna, se non per decretarne la fine o il declino. Il secondo è
quello, mutuato dall'economia e dalla biologia, dei cicli vitali: il
declino di una civiltà corrisponde all'ascesa di un'altra e il
loro contatto conflittuale coincide con il passaggio del testimone nella
staffetta della leadership globale, ma le "leggi" dello sviluppo
e della decadenza sono in qualche mondo inscritte nella matrice originaria
di ogni civiltà.
Entrambi questi paradigmi si dispiegano estesamente nel monumentale
A Study of History di Arnold J.Toynbee (17). Ma l'obiettivo
è sostanzialmente diverso: comparare tra loro i cicli delle civiltà
capaci di svilupparsi nello spazio e nel tempo (occidentale, bizantina,
islamica, induista, orientale) per scoprirne i punti comuni e quindi
le cause di vittoria e sconfitta. Toynbee esce dal determinismo biologico
e fatalistico di Spengler ravvisando nella Kultur l'azione cosciente
degli individui in lotta con l'ambiente da essi occupato. Tra spazio
geografico e insediamento umano si genera una dialettica di challenge
e response che rappresenta la chiave dello sviluppo storico delle
diverse civiltà; ma è difficile, se non impossibile, ricavarne
rigide leggi di movimento. Mesopotamia, Egitto e Cina sono civiltà
di origine fluviale ma altre popolazioni che abitavano le sponde di
altri fiumi (Danubio, Colorado, Rio delle Amazzoni) non hanno avuto
gli stessi sviluppi. Europa e America sono continenti più polimorfici
degli altri ma l'irradiazione di civiltà orientali che si è
verificata nella prima è stata assente nella seconda. Grecia
e Giappone sono civiltà arcipelagiche, ma quella filippina appare
assai più debole. I Maya sono cresciuti nella giungla e sembrano
costituire un'eccezione piuttosto che la regola. La response
umana è sempre diversa e le diverse civiltà (termine che
Toynbee usa in interscambio con quello di "società")
non possono essere poste lungo una scala evolutiva. Anzi, il fatto che
quattro su cinque delle civiltà ancora viventi non siano occidentali
induce a rigettare l'ipotesi di una preminenza dell'Occidente come una
semplice distorsione ottica prodotta dall'espansione coloniale degli
ultimi decenni: la stessa datazione prima e dopo Cristo equivale a una
mera "illusione egocentrica". Riflettendo la "rivoluzione"
che attraverso le "Annales" si diffonde nella storiografia
occidentale, anche gli studi di storia universale si aprono con Toynbee
alla geografia: il concetto di civiltà, che fino a Spengler si
è limitato all'artefatto umano (architettura, arte, organizzazione
militare), include il rapporto con la natura e in particolare con il
clima: un approccio per il quale Toynbee stesso ammette di essere debitore
all'opera del geografo statunitense Ellsworth Huntington e alla sua
idea che i climi più variati della fascia tropicale siano i migliori
per la fioritura delle civiltà (18). Ma proprio l'approccio
comparativo permette a Toynbee di sfuggire ad ogni determinismo ambientale
e di fissare nel segno della differenza l'autonomia dell'azione umana
alle diverse latitudini.
4. Decolonizzazione e spostamento del punto di vista.
L'opera di Toynbee - come si è osservato - gode di una fortuna
disuguale: paradossalmente maggiore presso il grande pubblico non europeo
(19). Credo si possa tuttavia affermare che nessuna di queste
opere di storia universale, maturate nella crisi tra le due guerre mondiali,
sia riuscita ad aprire un filone coerente di ricerche e di studi, forse
anche per la loro origine sostanzialmente extraaccademica. Dopo il 1945
si verifica un forte ritorno alle storie nazionali e le poche opere
di storia universale - come quella di Pirenne - tornano ad ispirarsi
a un impianto alquanto tradizionale ed eurocentrico (20). Si
scontra con questa realtà il progetto di una History of Mankind
avviato nel 1946 dal direttore generale dell'Unesco, il biologo inglese
Julian Huxley (già collaboratore dell'Outline of History
di Wells) che si avvale di larghi mezzi (il periodico "Cahiers
d'histoire mondiale. Journal of World History", diretto da Lucien
Febvre, che esce con frequenza variabile dal 1953 al 1972) e di prestigiosi
collaboratori come, oltre a Febvre, Joseph Needham, Jan Romein, Kavalam
Panikkar (21). Già nel 1925 il Comitato per la cooperazione
intellettuale della Società delle Nazioni ha lavorato attorno
a qualcosa di simile, ma alle spalle del progetto Unesco vi è
una carica ideale nuova ed impetuosa: la stessa che al processo di Norimberga
conduce il Tribunale militare alleato alla formulazione di una nuova
figura giuridica, il crimine contro l'umanità, potenzialmente
eversivo del diritto degli stati-nazione. Il tentativo di sopprimere
o danneggiare ogni gruppo (etnico, religioso, politico, culturale) componente
del genere umano si configura infatti, non più soltanto come
un crimine contro le popolazioni civili (fin allora perseguito dallo
ius in bello delle convenzioni internazionali) ma come un crimine
contro la "biodiversità", per usare un termine dei
giorni nostri, e quindi la ricchezza e il patrimonio di tutta l'umanità,
"sia esso compiuto in violazione o meno delle leggi vigenti nel
territorio dove è stato perpetrato" (22).
Il progetto Unesco riflette fin dall'inizio questa impostazione etica
della "human community" e marcia in parallelo al processo
storico della decolonizzazione: il volume dedicato al XX secolo che
esce nel 1966 è curato da due eminenti studiosi di questo processo
come Panikkar e Romein. Eppure, nonostante l'ampiezza delle risorse
messe in campo, i risultati appaiono deludenti al punto che le critiche
di descrittivismo, economicismo, eurocentrismo (alla Cina viene riservato
il 5% dello spazio) compaiono esplicitamente anche nel quarto volume
dell'opera (23). In effetti, nei primi anni cinquanta la composizione
del Comitato scientifico responsabile della pubblicazione (Panikkar
è l'unico membro non occidentale) riflette ancora l'iniziale
autoesclusione del mondo comunista e l'impostazione di fondo dei volumi
oscilla tra una trattazione suddivisa per regioni geografiche e lo sviluppo
di temi trasversali (demografia, arte, scienza). Si confrontano, in
particolare, un'impostazione più empirica e pronta a individuare
un sistema di gerarchie nelle civiltà mondiali, fino a focalizzare
il problema della crescente egemonia tecnologica e militare dell'Occidente,
di contro a una posizione più ideologica che concepisce la guerra
come il frutto dell'incomprensione e, di conseguenza, la storia come
strumento principe di educazione alla pace ed è volta a mantenere
un andamento rigorosamente paritetico nella trattazione delle diverse
civiltà. In buona sostanza il risultato è un ibrido che
riflette il mancato accordo tra queste prospettive ed evita il piano
comparativo del raffronto tra civiltà diverse.
Ma la sfida lanciata dalla decolonizzazione al tradizionale eurocentrismo
della storiografia occidentale appare ormai ineludibile. Nel clima della
guerra fredda la storiografia occidentale sembra raccogliere tale sfida
in due modi opposti: da un lato, un deciso spostamento di orizzonte
verso realtà geografiche fin allora considerate esotiche e marginali,
dall'altro, un orgoglioso rilancio della strada di modernizzazione percorsa
dall'Occidente come modello normativo per i paesi affacciatisi all'indipendenza
politica ma ancora in via di sviluppo economico.
Il secolo dell'Asia di Jan Romein rappresenta un buon esempio
del primo tipo di risposta (24). Lo storico olandese, allievo
di Huizinga, riprende lo schema sfida/risposta di Toynbee applicandolo
alle dinamiche in atto tra colonialismo e nazionalismo dei paesi del
Terzo Mondo. La sua interpretazione della storia universale ribalta
il punto di vista usuale e profila una cornice comune della civiltà
umana fino al X secolo, alla quale segue una lunga "deviazione"
europea, inaugurata dalle scoperte e conquiste geografiche, che raggiunge
il proprio acme quando le rivoluzioni americana e francese, assieme
alla rivoluzione industriale, lanciano una vera e propria sfida al resto
del mondo. Il moto indipendentistico dei paesi coloniali rappresenta
nello stesso tempo la risposta a tale sfida e la premessa per una ricongiunzione
della storia umana: lo sviluppo politico perseguito dal movimento operaio
europeo negli ultimi due secoli rappresenta per Romein un modello valido
anche per i paesi postcoloniali. In realtà, quindi, l'eurocentrismo
cacciato dalla porta sembra almeno parzialmente rientrare dalla finestra,
in sede di indicazioni per il presente e il futuro prossimo. Tuttavia
questo ribaltamento delle gerarchie tradizionali si ritrova negli stessi
anni sia nel Mondo attuale di Fernand Braudel, il cui primo volume
è dedicato alle civiltà extraeuropee, sia nei progetti
di storia dell'Africa (ancora nel 1963 Trevor Roper ritiene l'Africa
materia di studio per gli antropologi e non per gli storici, data l'assenza
di fonti scritte) (25) avviati nel 1966 sia dall'Unesco sia dalla
Cambridge University Press. Nella voce dedicata alla storia universale
per un volume collettaneo, Geoffrey Barraclough indica nel rifiuto dell'eurocentrismo
il punto di passaggio da un sistema storiografico tolemaico a uno copernicano
(26).
Il rifiuto dell'eurocentrismo diventa così senso comune, ma sembra
produrre una visione plurale del mondo piuttosto che "una visione
storica capace di collegare tra loro le vicende delle diverse civiltà"
(27). Tale incapacità di sintesi mi sembra presente anche
in quelli che probabilmente sono i frutti più importanti di questo
spostamento del punto di vista: l'opera monumentale di Joseph Needham,
biochimico inglese, sulla scienza cinese e la ricerca sull'Islam di
Marshall Hodgson, storico dell'Università di Chicago, pubblicata
postuma nel 1974 ma iniziata alla fine degli anni cinquanta (28).
Needham ricostruisce la sequenza impressionante del contributo decisivo
fornito dalla civiltà cinese allo sviluppo del capitalismo occidentale:
bussola, polvere da sparo, stampa, astronomia, addomesticamento degli
animali da lavoro, orologio meccanico, cartografia, alchimia, teorema
dei binomi. A lui si deve la scoperta dei periodici viaggi compiuti
all'inizio del XV secolo dall'ammiraglio Zheng He fino alle coste dell'Africa,
con flotte che contavano fino a 300 navi (alcune delle quali a nove
alberi e lunghe più di cento metri). Alla domanda sul perché
questa preponderante supremazia scientifica e tecnologica non abbia
saputo innescare una crescita economica diffusa, Needham non risponde
esplicitamente. I suoi riferimenti vanno soprattutto alla burocrazia
imperiale, capace di controllare l'iniziativa individuale e di negare
valore sociale alla ricchezza e al commercio, impedendo ad esempio che
le scoperte geografiche aprano un ciclo economico virtuoso fino a proibirle
per legge a metà del XV secolo: scelta rivelatasi felice, come
si è osservato più di recente, ai fini della sopravvivenza
del Celeste Impero per altri quattro secoli (29). La stabilità
politica prevale sull'innovazione tecnologica, grazie anche a un'ideologia
confuciana che predica e pratica l'armonia come bene supremo. La spiegazione
adombrata da Needham (marxista convinto) non sembra così discostarsi
molto da quella di Marx sul modo di produzione asiatico e dalla versione
aggiornata che Wittfogel ne offre con il suo studio sul dispotismo orientale,
interpretato come il frutto di lavori idraulici su vasta scala necessari
per tenere sotto controllo fenomeni climatici assai più sconvolgenti
di quelli europei e gestibili soltanto da un potere superiore alla singola
comunità di villaggio. Lo stridente contrasto tra la ricchezza
di corte e la miseria dei contadini rimarca la differenza immobile della
società asiatica rispetto a quella occidentale (30).
La ricerca di Needham introduce una dimensione spaziale nuova che corrisponde
anche a una visione maggiormente intrecciata della storia delle civiltà:
quella di una Eurasia percorsa da scambi e commerci fin dalla cosiddetta
"età assiale", definita da Jaspers come l'epoca di
formazione delle grandi civiltà religiose (indiana, cinese, mediterranea,
irano-semitica) (31). È una visione che rompe con il paradigma
della separatezza formatosi con Spengler e Toynbee e che mutua dall'antropologia
il concetto di diffusione culturale. Questo approccio diffusionista
è al centro della ricerca di Hodgson dedicata all'età
di mezzo (tra il 1000 e il 1500) della civiltà islamica, il cui
baricentro si sposta in quel periodo dal Medio Oriente verso Persia
e Turchia. La diffusione delle armi da fuoco segna una rivoluzione trasversale
alle diverse civiltà ancora più importante del processo
di industrializzazione: le società si specializzano per ruoli
e funzioni all'insegna del "technicalism", la capacità
di utilizzare la tecnologia ne informa organizzazione e gerarchia ma
(echeggiando Weber) presiede anche a un modo nuovo di vedere il mondo
secondo criteri razionali di calcolo ed efficienza. Il mondo islamico
studiato da Hodgson precede questo mutamento e la sua organizzazione
sociale si svolge invece all'insegna della sharia, la legge coranica:
la peculiare unità di religione e politica del mondo arabo si
fonda sull'idea di un ordine morale del mondo naturale che è
affidato alla responsabilità personale dell'uomo. Ma Hodgson
sottolinea con forza quanto l'Islam sia un insieme composito, che varia
molto nel tempo e nello spazio: il patrimonio culturale originario viene
attivamente modificato da ogni generazione e all'élite "sharia-minded"
fanno riscontro popolazioni meno aderenti alla forma di pensiero religiosa.
Questa pluralità dell'Islam appare un punto tutt'altro che scontato.
Uno dei maggiori islamisti occidentali è tornato recentemente
a un convenzionale approccio omogeneizzante, cercando di motivare le
ragioni dell'odierno declino del mondo musulmano nella chiusura seguita
allo splendore plurisecolare delle epoche passate: non si capisce come,
a questo livello generico e indifferenziato, ciò che vale per
l'Islam non valga per la Cina o viceversa (32).
5. Il paradigma della modernizzazione.
Per quanto risultino fondamentali ancora oggi, le opere di Needham
e Hodgson riflettono un irreversibile allargamento di orizzonte ma sostanzialmente
si arrestano sulla soglia di una comparazione nel merito tra Oriente
e Occidente. Questa "timidezza" non appartiene affatto al
secondo tipo di risposta alla sfida della decolonizzazione, centrata
sul paradigma interpretativo forte della modernizzazione. A partire
dal "Manifesto non comunista" di Walt Rostow sugli stadi dello
sviluppo economico, il processo di industrializzazione occidentale e
il modello fordista di crescita dei consumi di massa, visti in necessaria
concatenazione con il libero mercato e la democrazia parlamentare, vengono
proposti ai paesi in via di sviluppo come immagine normativa del loro
avvenire, per dirla in termini marxiani (33). Che si metta al
centro di tale processo il diritto privato di proprietà e di
sfruttamento economico, la lotta per la libertà combattuta contro
il sistema feudale, l'individualismo dell'etica protestante weberiana,
la felice collocazione geografica sulle rotte commerciali atlantiche,
la concatenazione sequenziale delle innovazioni tecnologiche, il risultato
non cambia: la presentazione della storia occidentale come felice eccezione
nel panorama della storia universale e, nello stesso tempo, come polo
espansivo e potenzialmente attrattivo per una nuova convergenza globale
(34). In una delle formulazioni forse più conseguenti
e ambiziose (a partire dal titolo smithiano) di questo tipo di approccio,
David Landes sottolinea le chiavi culturali esplicative della "vittoria"
occidentale: la tradizione giudeo-cristiana di sottomissione umana della
natura (in contrapposizione all'animismo e all'idea di armonia naturale
delle altre confessioni), lo spirito di libertà personale e di
spinta attivistica della Riforma protestante, ma anche la tolleranza
cattolica nei confronti dello schiavismo (condizione indispensabile
per lo sfruttamento delle colonie americane). Di contro, in aggiunta
all'assenza di questi "prerequisiti" culturali, Landes recupera
la dimensione ambientale e "climatica" di Toynbee per spiegare
il sostanziale fallimento delle politiche di industrializzazione nei
paesi dell'Africa subsahariana: caldo proibitivo e schiavitù
marciano di pari passo nell'annullare ogni stimolo innovativo (35).
Le critiche a Landes non sono mancate: gli schiavi c'erano anche ad
Atene e a Roma, l'approccio culturalista non riesce a spiegare le datazioni
diverse e la diffusione ineguale del processo di industrializzazione
in Occidente, mentre il confucianesimo viene indifferentemente chiamato
in causa per motivare sia il ritardo plurisecolare sia l'accelerazione
odierna della Cina moderna e contemporanea. Rimane il fatto che questa
visione normativa della modernizzazione occidentale non è priva
di effetti pratici. Soprattutto in America latina e in Africa contribuisce
infatti ad avviare un ciclo di politiche nazionali volte alla "sostituzione
delle importazioni" attraverso la protezione doganale delle proprie
industrie nascenti, che accentua l'autoritarismo di molti di quei governi
senza produrre effetti importanti sul piano della distribuzione delle
risorse. Nel corso degli anni ottanta - in parallelo all'affermarsi
in Occidente del paradigma neoliberista reagan-thatcheriano - questo
approccio imitativo della modernizzazione occidentale si è poi
convertito nel proprio contrario: l'apertura doganale al mercato internazionale
attraverso un forte impulso alle esportazioni (in larga misura la strada
seguita dal Giappone del dopoguerra) è apparso il segreto decisivo
per un futuro di crescita. Salvo smentire, come avverte forse con qualche
dose eccessiva di allarme Dahrendorf (36), il nesso necessario
tra libero mercato e democrazia: le tigri asiatiche e la Cina comunista
mostrano più o meno tutte qualche problema nel ripercorrerlo
con la stessa coerenza di Europa e Stati Uniti.
6. Dalla storia universale alla world history: William McNeill.
Come in una sorta di gioco degli specchi, le risposte opposte alla
sfida della decolonizzazione sembrano eludere o postulare il problema
della "vittoria" storica dell'Occidente. È questo invece
il tema affrontato di petto da uno storico canadese della Grecia antica,
William McNeill, anche lui formatosi alla "scuola di Chicago"
insieme a Hodgson, che negli stessi anni sessanta pubblica Rise of
the West, libro destinato a grande successo (75 mila copie vendute)
e a segnare una svolta negli studi di storia universale (37).
Anche se retrospettivamente lo stesso autore lo giudica severamente
come "un'espressione dello spirito imperiale postbellico degli
Stati Uniti" e un atto di "imperialismo intellettuale"
(38), Rise of the West marca tre acquisizioni importanti.
La prima, di metodo, consiste nel passaggio dalla storia universale
alla world history: termine più "laico" e generico,
che indica una semplice dimensione spaziale senza ambizioni di modelli
sintetici. La storia mondiale si svincola dalla filosofia della storia.
Il libro si caratterizza infatti per un approccio empirico, fin troppo
sobrio, che rifiuta qualsiasi schema evolutivo delle civiltà:
il confronto con i precedenti - e soprattutto con Toynbee, cui McNeill
dedicherà un'accurata biografia - si svolge sempre nel merito
di problemi particolari e mai sul piano delle ipotesi generali. La seconda
acquisizione, evidente fin dal titolo antispengleriano, è quella
di porre esplicitamente la domanda "why Europe?" al
centro dell'analisi, assumendo come dato di fatto problematico e cruciale
dell'ultimo mezzo millennio di storia la supremazia militare ed economica
dell'Occidente. La terza è quella di individuare il motore del
progresso negli uomini di frontiera (viaggiatori, mercanti, missionari)
che si muovono attraverso i confini delle civiltà: è l'incontro
con il "diverso" nelle sue forme buone e cattive (commercio,
investimenti, guerre, migrazioni, innovazioni tecniche e scientifiche,
epidemie, piante, animali) a porre una sfida che può essere subita,
contrastata violentemente oppure raccolta, ma che comunque mette sotto
pressione gli equilibri tradizionali e li spinge al cambiamento. Ne
consegue il superamento sia delle ideologie "paritetiche"
stile Unesco, sia delle ideologie nazionaliste, razziste o integraliste
che tendono a vedere nella purezza separata la migliore garanzia di
conservazione: regola aurea e condivisa delle grandi religioni dell'età
assiale - McNeill lo ricorda spesso - è l'accoglienza e la reciprocità
di trattamento nei confronti dello straniero.
Anche per McNeill l'ambito di studio è rappresentato dalla "ecumene
eurasiatica", definita dalle reti di comunicazione e trasporto
ma centralizzata attorno a poli urbani e sistemi politici che se ne
susseguono alla guida. Tra il 1000 e il 1500 questo epicentro si trova
in Cina - un punto che McNeill ritiene retrospettivamente ancora poco
sottolineato in Rise of the West - ed è emblematizzato
dalle grandi opere architettoniche (canali e muraglie) edificate nel
VII secolo. È con i prestiti della civiltà cinese che
l'Occidente costruisce la propria ascesa impiegando in senso militare
e annessionistico le "vele e i cannoni": la scoperta del continente
americano sposta verso ovest il baricentro del commercio mondiale inaridendo
progressivamente le vie carovaniere dell'est. È interessante
notare come a distanza di tempo - un tempo che riflette l'affermarsi
della storia sociale negli ambiti più generali della disciplina
- McNeill critichi l'idea di civiltà utilizzata in Rise of
the West in quanto eccessivamente centrata sui manufatti monumentali
e sugli stili architettonici (e quindi eccessivamente omogenea). Postulare
le civiltà come attori unitari e coerenti significa eludere la
questione di fondo su cosa consenta a un villaggio rurale di identificarsi
con la civiltà entro la quale gli storici sono abituati a incasellarlo.
In opere successive McNeill fornisce a tale domanda risposte diverse,
anche se complementari, mutuate da altri ambiti delle scienze sociali
(in primo luogo antropologia e sociologia): da un lato, la condivisione
dal basso di significati e di comportamenti individuali e collettivi
racchiusa in pratiche anche precedenti al linguaggio, come la danza,
dall'altro l'adesione indotta dall'alto a un insieme di norme morali
contenute in testi più o meno sacri e sedimentate in istituzioni
capaci di imporre e suscitare obbedienza (39). Le civiltà,
insomma, non possono essere considerate stili di vita uniformi: sono
complessi "confusi e contraddittori" e proprio il principio
della loro comunicazione reciproca - che McNeill pone alla base del
suo approccio alla storia universale - genera conseguenze che non sono
mai uguali e che quindi non possono mai configurare delle leggi di carattere
evolutivo.
Rise of the West è stato criticato soprattutto per le
sue lacune e, caso raro nell'ambiente accademico, McNeill - coerentemente
alla sua teoria del progresso - raccoglie la sfida per ulteriori indagini.
Ne scaturiscono due libri, che egli considera "gemelli". Il
primo è dedicato allo scambio di malattie e al vantaggio competitivo
che ne deriva per le popolazioni più immunizzate perché
più concentrate e a più alto tasso di epidemie (circostanza
decisiva nella colonizzazione europea delle Americhe). Il secondo ricostruisce
l'interazione tra tecnologia militare e potere politico che in Occidente
avviene nel segno di una crescente burocratizzazione e statalizzazione
delle forze armate, fino alla nascita del "complesso militare-industriale"
moderno a partire dai decenni finali dell'Ottocento (40). Può
essere interessante rilevare il giudizio articolato di McNeill sulla
fase attuale: all'ascesa economica dell'Asia incarnata dalla Cina e
dalle altre "tigri" si contrappone l'egemonia dell'inglese
come lingua globale e anima del digital divide, nuova linea di frattura
e di frontiera delle civiltà. La conclusione del suo saggio sul
potere militare (scritta nel 1982) suona di sconcertante attualità:
Se e quando ci sarà la transizione da un sistema di stati
a un impero esteso su tutta la Terra è il problema più
serio che l'umanità si trova di fronte. La risposta verrà
solamente col tempo (41).
7. L'economia-mondo e i suoi cicli.
Con McNeill la world history acquisisce definitivamente autonomia
di materia storiografica, separandosi dalla filosofia della storia e
combattendo la diffidenza di una accademia che continua a ritenerla
genere minore e compilatorio, fondato esclusivamente su fonti secondarie.
Nel 1982 McNeill è tra i fondatori della world history
Association e della sua rivista ufficiale, che fin dal titolo ("Journal
of world history") riprende dal 1990 il vecchio progetto
dell'Unesco. Soprattutto in ambito statunitense la world history
acquista un seguito crescente, testimoniato dai diversi forum che l'American
Historical Association le dedica nel corso degli anni novanta (42).
Accanto ad opere che approfondiscono l'approccio per civiltà
e rilevano l'esistenza in Africa e in America di dinamiche modernizzatrici
endogene, già sviluppate alla fine del Medioevo e quindi precedenti
all'arrivo degli europei, ne compaiono altre che problematizzano la
categoria di civiltà sottolineandone i rischi di essenzialismo
e culturalismo ma enfatizzano ulteriormente la perifericità dell'Europa,
almeno fino al XII secolo, e anche il carattere non esclusivo e non
totalizzante della sua egemonia tra XVI e XIX secolo (43).
Nell'immediato, tuttavia, l'approccio "occidentalista" di
McNeill non sembra incontrare grande fortuna. Complice il Sessantotto,
si viene affermando un rifiuto "terzomondista" dell'Occidente,
che si accompagna ad un accentuato relativismo culturale, nutrito di
antimperialismo e di esotismo. Proiettato negli ambiti di studi di storia
universale, il paradigma della modernizzazione incontra una doppia risposta.
La prima e più immediata (per cronologia e contenuto) si incarna
nella cosiddetta "dependency school", che interpreta nel segno
dello scambio ineguale tra materie prime e prodotti finiti il rapporto
di subordinazione che continua a legare le economie dei paesi poveri
- anche oltre la conquista dell'indipendenza politica - a quelle dei
paesi ricchi (44). Con dovizia di dati e di argomenti, Paul Bairoch
ha poi confutato questo argomento (a partire dagli anni cinquanta gran
parte dei paesi poveri diventa importatrice di cereali e altri prodotti
alimentari) ma ha anche dato un enorme impulso alla conoscenza della
storia economica su scala planetaria, pur rimanendo su un piano descrittivo
e tenendosi lontano da interpretazioni generalizzanti (45). Questo
approccio, pur polemico e a forte tasso ideologico, contiene però
la novità di un ribaltamento del punto di vista: è in
questa chiave che un antropologo come Eric Wolf contesta la genealogia
eurocentrica del progresso ed esamina gli effetti concreti dell'impatto
con la civiltà occidentale nelle realtà periferiche rurali
del Terzo Mondo (46). Uno dei rischi dell'approccio "eurasiatico"
della scuola di Chicago è infatti quello di ridurre Africa, America
e Oceania a "margini" o "derivati" del vecchio continente,
mettendo tra parentesi le civiltà di questi continenti precedenti
all'arrivo dell'"uomo bianco".
La seconda risposta al paradigma della modernizzazione è legata
al nome dello storico statunitense Immanuel Wallerstein: l'approccio
di sintesi tra storia e geografia delle "Annales" e di Braudel
si intreccia con l'analisi delle dinamiche del capitalismo commerciale,
fino a delineare i confini di una "economia-mondo" capitalistica
che, a partire dal XVI secolo, si differenzia profondamente dagli imperi
precedenti e coevi. È infatti un sistema multistatale organizzato
secondo una divisione internazionale del lavoro e retto da un centro
(contraddistinto da lavoro salariato e stati forti) che egemonizza una
periferia (caratterizzata da lavoro coatto e stati deboli) e anche una
semiperiferia (governata da patti agrari misti come la mezzadria) (47).
Wallerstein riverbera così su scala spaziale continentale gli
esiti del grande dibattito storiografico sulla transizione dal feudalesimo
al capitalismo, attribuendo al secondo un'inedita capacità storica
di attrazione e inglobamento ma ponendo anche il problema del nesso
tra economia e politica: l'economia-mondo si espande anche grazie alla
forza militare del centro. Nelle sue formulazioni più soft,
questo approccio sviluppa il tema del primato economico: repubbliche
marinare italiane, Olanda, Gran Bretagna, Stati Uniti incarnano di volta
in volta i centri dell'economia-mondo capitalistica, dando vita ad egemonie
e declini di volta in volta differenti per punti di forza e fattori
di debolezza (e quindi non collocabili in un lineare continuum evolutivo)
(48). Nelle sue formulazioni più hard, invece,
l'evoluzione storica del capitalismo mondiale (tra XVI e XX secolo)
viene rigidamente scandita in cicli secolari di finanziarizzazione-industrializzazione-nuova
finanziarizzazione, attraverso cui i paesi che emergono di volta in
volta come paesi-leader (secondo una sequenza che è la stessa
di Kindleberger) utilizzano l'involuzione finanziaria del paese leader
precedente per sostenere la crescita della propria capacità produttiva
industriale, salvo poi favorire con i propri investimenti esteri il
decollo del nuovo futuro antagonista (49). Torna così
a riaffacciarsi l'idea di una storia divisa per cicli sequenziali, anche
se priva delle valenze deterministiche proprie del paradigma evolutivo
della prima Weltgeschichte: la successione dei diversi centri
dell'economia-mondo non si inscrive in una coerente linearità
di progresso. Al contrario, l'immagine di Occidente che ne emerge è
una immagine perennemente plurale, divisa e conflittuale: assai lontana
dal West, omogeneo portatore di modernità, che emerge dagli studi
di McNeill. Può essere interessante osservare come, nonostante
la forte carica predittiva del proprio schema, Arrighi formuli a metà
degli anni novanta una previsione molto aperta sul futuro prossimo dell'umanità,
senza propendere esplicitamente per alcuna ipotesi: passaggio del testimone
tra Stati Uniti e Giappone, ritorno di egemonia statunitense, caos sistemico.
La critica che più spesso viene rivolta a Wallerstein e ai suoi
epigoni è quella, non nuova, di eurocentrismo. Si è osservato
che prima del XVI secolo possono essere individuati almeno otto circuiti
commerciali (ognuno dotato di centro, periferia e semiperiferia) paragonabili
per estensione e profondità a quello europeo successivo (50).
Uno degli autori più importanti della dependency school,
Andre Gunder Frank, descrive una superiorità di rendimenti delle
economie asiatiche fino agli inizi del XIX secolo, in contrapposizione
ai perduranti deficit di America e Giappone (compensati dall'esportazione
di spezie) e al ruolo di mero intermediario commerciale esercitato dall'Europa
(51). Un grande antropologo come Jack Goody ha sottolineato l'unitarietà
di fondo dell'ecumene eurasiatica sul piano della attività economiche
e commerciali, addirittura fin dall'età del bronzo (52).
Uno storico dell'economia come Eric Jones ha invece enfatizzato la continuità
di lunghissimo periodo del "miracolo europeo", tornando a
privilegiare - anziché i meccanismi di dominio territoriale di
Wallerstein o i fattori culturali evocati da Landes - il vantaggio competitivo
rappresentato da un ambiente vivibile. Il peso assai maggiore delle
catastrofi naturali (e anche delle invasioni straniere, come quella
mongola del XIII secolo) misurabili in decine di milioni di morti, determina
in Asia depauperamento delle risorse, insicurezza degli individui e
conseguente soggezione delle attività umane al potere. Viceversa
in Europa l'articolazione del paesaggio e un sistema frastagliato di
stati (cinquecento nel XVI secolo) sono all'origine della particolare
vivacità di un ceto commerciale in perenne lotta per la propria
autonomia contro il potere politico: è proprio questo conflitto
a rappresentare la vera chiave dello sviluppo europeo. Jones ha poi
attenuato il senso deterministico delle proprie conclusioni: la spinta
allo sviluppo (inteso come crescita del prodotto nazionale lordo pro
capite) cioè la lotta alla povertà, è "ricorrente"
nella storia umana e sempre presente in ogni ambiente geografico, ma
sono gli uomini a porvi dei vincoli sotto forma di istituzioni politiche,
norme religiose, tradizioni civili (53).
8. world history e global history.
L'accento sull'interazione tra uomo e ambiente (che riprende la dialettica
challenge-response di Toynbee) si colloca comunque all'origine
di una estensione significativa del concetto di civiltà. Il problema
posto da McNeill - chi fa parte di una civiltà? - viene risolto
anche sulla base di un ritorno al concetto antropologico di "stile
di vita", contraddistinto dalla padronanza di un mezzo principale
di trasformazione del proprio ambiente naturale: secondo Fernandez Armesto
esistono civiltà del ghiaccio, dei suoli alluvionali, del mare
(54). Come abbiamo avuto modo di vedere, la dialettica tra storia
e natura accompagna molti degli sviluppi più recenti della world
history: in particolare sottende la distinzione tra essa e la global
history, concepita come storia delle dinamiche planetarie: ecologia,
comunicazioni, nucleare, multinazionali (55). Di fatto, la storia
dell'ambiente rappresenta una delle ricadute più significative
della world history, che soprattutto con gli studi di Alfred
Crosby si è mossa sul crinale delle due discipline, documentando
gli aspetti biologici dello "scambio colombiano": manzo, agnello,
latticini, vaiolo e morbillo (responsabili della morte di circa l'80%
dei nativi nel corso dei due secoli successivi) dall'Europa alle Americhe,
patate, pomodori, fagiolini, peperoncini, cioccolato in senso di marcia
inverso (56). È soprattutto con Jared Diamond, biologo
e antropologo, che l'approccio interattivo tra uomo e ambiente raggiunge
il punto di massima ambizione: non più illustrazione di un aspetto
particolare della storia umana, bensì chiave esplicativa dei
"destini delle società umane", come suona il sottotitolo
originale, o di una "breve storia del mondo negli ultimi 13 mila
anni", come suona quello italiano (entrambi poco raccomandabili
per modestia). Nel grano, nel bestiame e nei cavalli addomesticati (circostanza
già sottolineata da un antropologo come Marvin Harris) risiede
il vantaggio competitivo dell'Eurasia, ma con un Mediterraneo più
facilmente percorribile grazie al vento e ai ripari, rispetto alle steppe
sterminate dell'Oriente (57).
Quello della storia ambientale (o storia globale, se seguiamo Mazlish)
mi pare un campo di indagine storiografica ancora agli inizi e probabilmente
dei più promettenti tra quelli germinati dagli studi di storia
universale (58). Mi pare invece si possa dire che la categoria
di economia-mondo, con la sua enfasi sulla dipendenza della periferia
dal centro, si sia mostrata poco produttiva nell'applicazione ad altri
contesti. Al di là delle pesanti e non indispensabili parti metodiche,
una delle opere migliori in tal senso, Asia Before Europe di
Kirti Chauduri, esplicita il proprio debito al Mediterraneo di
Braudel (esplicitamente separato da Wallerstein) e utilizza un approccio
diffusionista per costruire una comparazione su tre diversi piani della
civiltà materiale: cibo, vestiario, abitazione (59). Acquista
così spessore la distinzione tra colture agricole umide (riso)
e secche (grano). La superiore durata nel tempo del primo lo rende utilizzabile
anche come mezzo di pagamento in natura di tasse e salari, mentre le
economie che si reggono sul secondo hanno maggiori necessità
di passare alla moneta. Inoltre le risaie richiedono una presenza più
assidua sui campi e scoraggiano un sistema di ferma militare: il monopolio
della violenza esige quindi una centralizzazione delle risorse per il
reclutamento di forze armate professionali, che è al centro del
confronto tra potere imperiale e élite agrarie. Tra la comunità
contadina e la burocrazia dei tre grandi imperi (Ming, Ottomano e Moghul)
che tra XIV e XVI secolo arrivano a dominare la scena asiatica, si genera
così un quadro di rapporti aperto, dialettico e dinamico: soprattutto
non collocabile lungo un continuum temporale che ne prefissi l'approdo
in senso piattamente ed univocamente imitativo al modello occidentale.
9. Il punto di vista delle periferie: modernità e relativismo.
È questo un punto cruciale anche per il filone dei "Subaltern
Studies": una corrente di studi che a partire dagli anni ottanta,
soprattutto in India, tenta di applicare al passato coloniale e precoloniale
le categorie di Gramsci e Foucault nell'intento di restituire autonomia
allo sviluppo storico delle classi subalterne e di "decostruire"
il condizionamento culturale esercitato dalla dominazione occidentale
(60). Nelle sue formulazioni più equilibrate, questo approccio
definisce il concetto occidentale di modernità politica (nel
senso della democrazia e dei diritti umani) come, nello stesso tempo,
indispensabile e inadeguato per la comprensione della storia dell'India.
Nella coscienza dei ceti rurali di questo paese, ad esempio, permangono
forme di idealizzazione religiosa della vita quotidiana che - ben lungi
dal poter essere considerate come residuali lungo la via della modernizzazione
- si rivelano decisive nelle rivolte che fino al 1900 punteggiano la
storia dell'impero britannico. Oppure il concetto di "fraternità",
mutuato dalla Rivoluzione francese come sinonimo di contratto sociale
siglato tra uguali dopo la simbolica uccisione del padre-re, nella cultura
hindu diventa "fratellanza" in quanto comune sottomissione
filiale agli antenati e alla tradizione del proprio popolo, punto d'origine
di un "umanesimo patriarcale, non liberale eppure moderno"
(61). In tal senso la rivoluzione indipendentistica dell'India
può essere letta in termini (che a noi italiani suonano familiari)
di "fallimento, mancanza, inadeguatezza", oppure la questione
può essere rovesciata: non più soltanto un problema di
"transizione" verso una modernità incarnata dall'Occidente
laico e democratico, bensì un problema di "traduzione"
delle categorie occidentali in contesti diversi per cultura e tradizione.
Il pensiero europeo è insieme indispensabile e inadeguato
nell'aiutarci a ripensare le esperienze della modernità politica
in nazioni non occidentali e provincializzare l'Europa diventa il
compito di esplorare come questo pensiero - che oggi è eredità
di ciascuno e tutti ci influenza - possa essere rinnovato da e per
i suoi margini (62).
Mi sembrano questioni non indifferenti. Sul piano più propriamente
storiografico le osservazioni di Chakrabarty appaiono ad esempio collegabili
agli studi di William Sewell e Patrick Jyce sul linguaggio dei ceti
operai e la sopravvivenza di forme mentali premoderne (di ascendenza
corporativa o populista) nel loro percorso verso una "moderna"
coscienza di classe (63). Se i tragitti verso la modernità
(nella fattispecie la coscienza di classe e il partito politico) perdono
almeno un poco della univoca linearità che finora gran parte
della storiografia occidentale ha attribuito loro, anche i cosiddetti
paradigmi eccezionalisti applicati a paesi late comers (su questo come
su altri terreni) e quindi contraddistinti da ritardi, anomalie, rivoluzioni
mancate, sono destinati ad entrare in discussione. Fuori da ogni relativismo
culturale (terzomondista o decostruzionista che sia) e da ogni atavismo
nazionalistico di ritorno, il punto di vista postcoloniale contribuisce
a svelare un concetto più mosso, meno deterministico e meno monolitico
di Occidente. Su un piano più generale mi pare che le odierne
"guerre umanitarie" combattute dall'Occidente si muovano tra
la necessità di superare un indifferente relativismo culturale
(per cui alla fine a casa propria ognuno fa quello che gli pare) e quella
di "tradurre" i diritti umani e la democrazia occidentali
in contesti culturali e civili che non li hanno mai conosciuti: una
necessità, quest'ultima, che presuppone con ogni evidenza la
collaborazione con le élite modernizzatrici indigene (come è
ad esempio avvenuto in Sudafrica).
Questa prospettiva che è insieme, come si vede, storiografica
e politica si scontra oggi con una realtà diametralmente opposta,
di esercizio unilaterale della forza economica e militare da parte dell'Occidente.
Uno dei punti fermi dei teorici della modernizzazione è la diffusione
su scala globale del modello occidentale di stato-nazione verificatasi
con il processo di decolonizzazione (64). Tuttavia uno sguardo
appena più attento rivela una realtà assai meno univoca.
L'ex governatore della Banca centrale del Ghana, Frimpong Ansah, ad
esempio, definisce gli stati africani postcoloniali addirittura come
"stati-vampiro", sottolineandone il ruolo distruttivo di drenaggio
delle risorse secondo logiche clientelari e predatorie (65).
Alcuni studiosi ricollegano questa degenerazione a una continuità
storica di lungo periodo con le formazioni tribali pre-coloniali, attribuendo
l'incapacità redistributiva delle risorse in direzione dello
sviluppo e del benessere al perdurante asservimento a fazioni etniche
(66). Altri invece enfatizzano la rottura introdotta dalla dominazione
coloniale e quindi le pesanti responsabilità dei paesi sviluppati
ed excoloniali nella cooptazione di élite indigene che si prestano
al mantenimento di rapporti economici ineguali seppure informali (67).
L'analisi di alcune particolari situazioni acute di conflitto (Congo,
Angola, Sierra Leone) mette in luce l'esistenza di circuiti politici
formati da istituzioni, milizie pubbliche e private, signori della guerra
locali, compagnie multinazionali, finalizzati allo sfruttamento delle
risorse naturali presenti sul territorio e ovviamente del tutto indipendenti
da qualsiasi forma di legittimazione popolare dal basso esercitata sulla
base di diritti civili e politici (68). Qualunque sia la spiegazione
storica adottata, gli studiosi convergono comunque nel configurare lo
stato postcoloniale africano come una "traduzione" drammaticamente
involutiva dello stato-nazione di origine europea: un "quasi stato"
neo-patrimoniale, entro il quale una forma istituzionale di imitazione
occidentale si accompagna a una sostanza tribale, laddove governi personali
e autocratici si fondano sul nepotismo e la corruzione esercitati a
favore di una componente etnica della popolazione contro le altre (69).
Ma la messa in discussione delle effettive capacità di attrazione
e convergenza del modello di modernizzazione incarnato dall'Occidente
non sminuisce la sua odierna, oggettiva preponderanza in termini di
potere economico e militare esercitati su scala globale. È una
realtà che, secondo gli studi culturali europei più avvertiti,
viene da lontano: a partire dalle scoperte geografiche del XV secolo,
esiste uno sguardo europeo sul mondo che non è reciproco e che
mette un nome (America, Asia) alle realtà esotiche da esso incontrate
e sottomesse. La globalizzazione è anche un processo di occidentalizzazione
del mondo che in qualche misura impone alla periferia il passaggio da
Gemeinschaft a Gesellschaft che il centro ha vissuto riflessivamente
nel primo tempo della propria espansione, alla fine del XIX secolo (70).
Credo possano sussistere pochi dubbi sul fatto che l'attuale fase storica
induca un ritorno di etnocentrismo: sia nelle visioni "integrate"
più o meno giornalistiche di "cocacolonization"
del mondo, sia in quelle "apocalittiche" che paventano la
reductio ad unum del pianeta sotto l'egida degli Stati Uniti
(71). Il punto più forte a favore di tali visioni coincide
con la lacuna più spesso indicata dai critici della categoria
di economia-mondo e, in generale, di una world history centrata
sulla dimensione economica e sociale: l'aver lasciato in subordine la
questione della forza militare e delle gerarchie internazionali da essa
cristallizzate. Come McNeill osserva spesso, il commercio è più
efficace della conquista perché può contare sulla cooperazione
attiva degli altri.
10. Il filone politico-militare.
La scuola realista di relazioni internazionali, invece, si appoggia
a un dato di fatto difficilmente confutabile, spesso trascurato da una
storiografia che - dalle "Annales" in poi - ha concentrato
la propria attenzione sulle strutture e sul lungo periodo, autorizzando
un più o meno inconscio pregiudizio pacifista. Sintetizzato da
una battuta attribuita ad Orson Welles (72), questo dato di fatto
è che
dal 1480 al 1800 un importante conflitto internazionale scoppiò
all'incirca ogni due o tre anni, dal 1800 al 1944 ogni uno o due,
a partire dalla seconda guerra mondiale ogni 14 mesi [
] Nell'arco
dell'ultimo millennio la guerra è stata l'attività dominante
degli stati europei. (73)
Nelle versioni più rigidamente modellistiche, l'approccio politico-militare
alla world history si presenta come una variante delle teorie
della modernizzazione, con al centro - anziché la risposta industriale
alla sfida della povertà - il ruolo esercitato dall'alto di una
élite militare interessata al reperimento di risorse per la guerra:
state building e nation building si configurano come processi
necessari (tasse e quindi burocrazia) all'interno di tale modello. A
seconda delle condizioni socioeconomiche che incontra (grado di dispersione
della proprietà terriera, autonomia relativa delle città),
l'élite militare adotta soluzioni più o meno autoritarie
e negoziate con gli altri centri di potere.
Questa attenzione al fattore militare ha avuto in qualche modo un pioniere
in Carlo Cipolla, storico dell'economia: agli inizi del Cinquecento
la vittoria di Pizarro sugli Inca (con un rapporto di inferiorità
di un uomo contro 500) mette in luce un vantaggio competitivo determinante
(74). Ma tra le implicazioni di questo approccio vi è
anche quella secondo la quale, piuttosto che un modello unitario di
modernizzazione, l'Europa incarna un conflitto costante e spietato che
riduce di forza il numero degli stati dai cinquecento del XVI secolo
ai venticinque del 1900. Con una traiettoria abbastanza singolare ma
significativa, l'approccio politico-militare si è poi mosso con
decisione verso una dimensione accentuatamente nomotetica, alla scoperta
delle leggi evolutive nell'esercizio del potere mondiale. Si sono così
costruite sequenze di cicli (analoghe a quelle di Arrighi) individuando
nel controllo dei mari l'unico requisito di una leadership effettivamente
globale e non solamente continentale, come invece rimane quella mongola,
che pure nel XIII secolo governa sul 40% della popolazione mondiale:
un'estensione senza precedenti, eguagliata in seguito solo dall'area
di influenza comunista peraltro costruita con mezzi non soltanto militari
(75). A partire dal XVI secolo, Portogallo, Olanda, Gran Bretagna
e Stati Uniti sono i protagonisti di questi cicli secolari, con Spagna
Germania, Francia nel ruolo di eterni sfidanti soccombenti. Ognuno di
questi poteri mondiali soggiace alla legge del declino: più si
estende la propria influenza, più risorse vengono sottratte all'economia
civile, più si indeboliscono le linee interne di controllo e
collegamento. Sulla base di una versione meno rigida di questo approccio,
Paul Kennedy prevede nel 1987 il declino simultaneo delle due superpotenze
(76). È tuttavia interessante notare come, nelle sue formulazioni
più conseguenti e sistematiche, l'approccio politico-militare
alla world history rifletta una programmatica svalutazione della
storia sociale. Riecheggiando la "iron lady" Thatcher che
sosteneva l'esistenza degli individui e non della società, si
riduce il problema della coesione sociale al problema del controllo
dei grandi network di potere che governano gli insiemi sociali di ogni
tempo e ogni luogo: l'ideologia, l'economia, la forza, la politica (77).
Molte sono le ovvie critiche all'impianto rozzamente evolutivo di questo
approccio alla storia politica mondiale. Mi preme ricordarne una che
proviene dal cuore della world history più attenta alle
connessioni tra vita sociale ed innovazione militare: nel XVII secolo
la conquista Manchu della Cina avviene senza armi da fuoco, grazie alla
rapidità di spostamento contro le artiglierie imperiali, ancora
troppo lente nella fase di ricarica. Il successivo potere Manchu dapprima
monopolizza il commercio di armi trattando con i mercanti europei ed
ottomani, poi mette al bando le armi da fuoco preferendo impieghi più
socialmente utili della spesa pubblica: una stridente eccezione agli
schemi di modernizzazione proposti da Charles Tilly, eppure capace di
durare "bene" per quasi tre secoli (78).
11. Problemi aperti: differenze, comparazione, frontiere, identità.
L'esempio sicuramente un po' eccentrico della dinastia Manchu e del
suo rapporto con le armi da fuoco può forse chiarire quali mi
sembrano oggi i rischi e le potenzialità della world history.
Il ragionevole rifiuto di ogni ricerca di forzose leggi evolutive della
storia può sconfinare nell'eccesso opposto di un descrittivismo
antropologico di "altri" esotici, apprezzabili per la distanza
che li separa dall'Occidente: la world history rischia di diventare
l'illustrazione di luoghi e popoli non occidentali. Viceversa, l'esercizio
della comparazione significa assumere e, nello stesso tempo, far interagire
la "biodiversità" della human community: sottolineare
le diversità attive dei comportamenti individuali e collettivi
nei diversi contesti spazio-temporali e, nello stesso tempo, configurarle
come potenziali alternative scartate o sconfitte dalla storia, restituendo
piena autonomia e dignità alla soggettività umana, alle
sue scelte e alle sue battaglie. La comparazione interna alla "ecumene
eurasiatica" continua a mostrare risvolti nuovi soprattutto nel
raffronto tra Europa e Cina. Due volumi recenti concordano nell'indicare
la rivoluzione industriale come momento determinante della "grande
divergenza", ma ne mettono in luce anche fattori esplicativi diversi
e aggiuntivi rispetto alle coercizioni extraeconomiche del dispotismo:
i limiti naturali delle economie del suolo e il vantaggio competitivo
rappresentato in Inghilterra dalla disponibilità di carbone (necessario
per l'estrazione di energia dal regno minerale), la razionalità
superiore (almeno fino al 1100 d.Cr.) dello stato sociale cinese rispetto
al feudalesimo europeo assieme al suo rifiuto di proteggere i ceti mercantili,
il contributo decisivo fornito dal commercio di schiavi allo sviluppo
occidentale (79). L'esercizio della comparazione contribuisce
così a mettere in luce nuova - sotto l'aspetto della felice combinazione
di fortune casuali, human agency, culture scientifiche, libertà
individuali - anche una storia esploratissima come quella della rivoluzione
industriale inglese. Ma questo esercizio è ancora agli esordi
negli altri spazi della world history, esterni all'Eurasia.
Nondimeno, proprio questo modo di praticare la comparazione storica
mette in discussione ogni paradigma evolutivo o diffusionista: anche
il piccolo esempio dell'eccezione incarnata dai Manchu sottolinea come
la prevalenza armata dell'Occidente conosca dei limiti e delle alternative
di cui la world history ci mette finalmente a conoscenza. Non
si tratta di "ipotesi controfattuali" architettate a tavolino
con il "senno di poi" degli storici. Come McNeill ha messo
in evidenza per primo, a fornire le armi da fuoco, a conoscere la diversità
delle civiltà e a guidarne lo sviluppo sono i mercanti, i viaggiatori,
gli esseri umani in movimento: le "travelling cultures"
- come le definisce l'antropologia più recente - che attraversano
le frontiere e si muovono tra dimensione locale e dimensione globale.
Anche le culture dominanti (come quella coloniale britannica) comprendono
aspetti dislocati e relazionali, che dipendono dall'incontro con il
"diverso": nessuna di esse, né tantomeno nessuna di
quelle subalterne e colonizzate, si muove "entro confini etnici
assoluti", bensì corrisponde a qualcosa di "intrinsecamente
fluido, mutevole, instabile e dinamico" (80). Allo stato-nazione
della storia politica e alla comunità microlocale dell'antropologia
tradizionale si sostituisce una dimensione nuova, uno spazio non istituzionale
- come quello del "Black Atlantic" popolato dagli schiavi
e dagli immigrati neri europei, africani, americani, caraibici - definito
dalle diaspore dei migranti e dalle travelling cultures delle
persone che ne fanno parte in modo mutevole ma sulla base di un interscambio
costante di identità e di appartenenze (81). In modo non
troppo dissimile, McNeill ha ricordato come all'origine della propria
ricerca sul Rise of the West ci siano gli studi di un antropologo,
Robert Redfield, dedicati al mix di culture religiose cristiane e pagane
verificatosi nello Yucatan rurale per effetto dell'incontro tra indios
nativi e conquistatori o missionari europei (82). Le "identità
transnazionali" miste degli immigrati, nelle loro relazioni di
"diaspora" tra madrepatria e nazione di accoglienza, possono
anticipare un futuro comune, entro il quale l'appartenenza nazionale
sarà sempre meno esclusiva, a tutto vantaggio di una molteplicità
di appartenenze e di identità a livello sia locale sia internazionale:
genitore, abitante del quartiere, fiorentino, italiano, europeo, global,
no global, new global. Concetti considerati fondamentali nella modernità
politica incarnata dall'Occidente - come cittadinanza e democrazia -
tendono ad assumere nuove forme "post-nazionali", fondate
sulla distinzione tra comunità culturali (le nazioni) e comunità
politiche (gli stati). A queste ultime spettano i compiti di educare
alla conoscenza delle diversità e di promuoverne la rappresentanza
e la partecipazione, ma la condivisione di procedure, valori e scopi
democratici (libertà degli individui, parità tra i sessi,
uguaglianza delle opportunità, istituzioni elettive) rappresenta
pur sempre una condizione indispensabile (che quindi ridimensiona un
relativismo culturale assoluto) per processi di cittadinanza attiva
che sappiano coniugare tolleranza e fiducia. Ai cittadini "post-nazionali"
lo stato chiede di pagare le tasse, osservare le regole della convivenza
pacifica e partecipare alla formazione delle scelte politiche, non di
"amare la patria" e quindi aderire a un modello culturale,
etnico o religioso (83).
Proprio questa dimensione di "spaesamento", di perdita dei
confini, delle appartenenze e delle gerarchie tradizionali, popola gli
incubi delle destre xenofobe e degli integralisti religiosi, di chiunque
reagisca alla globalizzazione dei nostri tempi cercando il rifugio in
"piccole patrie" nazionalistiche o in "grandi utopie"
fondamentaliste. Proprio questa dimensione di frontiera, alla continua
ricerca degli intrecci e degli scambi che nella "human community"
superano i confini e le identità del passato, appartiene invece
alla parte più feconda e innovativa della world history.
Per quanto la "metanarrazione" della storia universale rappresenti
un gioco di equilibrio quasi impossibile, l'ampiezza dei suoi orizzonti
e l'altezza del suo sguardo può costituire il migliore antidoto
alla "sindrome del podere" cui l'accademia istruisce fin dalla
tenera età: trovati un campo di studio il più ristretto
e inesplorato possibile, recintalo ben bene per non farci entrare più
nessuno e coltivatelo finché non sei in cattedra.
1 P.N.Stearns-M.Ades-S.B.Schwartz-M.J.Gilbert, World Civilizations.
The Global Experience, v.1, Longman, New York, 20013, p.XV. Sullo
sviluppo della world history nel contesto accademico statunitense
cfr.M.Geyer-Ch.Bright, World history in a Global Age, "American
historical review", 100, 1995, n.4, pp.1034-60.
2 Su questa campagna e il dibattito susseguente cfr.P.Manning, Navigating
world history. Historians Create a Global Past, Palgrave-MacMillan,
New York 2003, p.82.
3 L.Febvre, Report per l'International Council for Philosophy
and Social Science (maggio 1949), citato in G.Allardyce, Towards
world history: American Historians and the Coming of the World History
Course, "Journal of world history", 1, 1990, n.1,
p.30.
4 Cfr.B.Croce, Teoria e storia della storiografia (1915), Laterza,
Bari 19435, pp.40-52 e 295-6; Id., Contro la "Storia universale"
e i falsi universali. Encomio dell'individualità, "La
critica", 41, 1943, n.1, pp.1-24. Per una ricostruzione cfr.E.Ragionieri,
La polemica su la Weltgeschichte, Edizioni di storia e letteratura,
Roma 1951, particolarmente p.123 sgg.
5 Cfr.R.Kagan, Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine
mondiale, Mondadori, Milano 2003.
6 Cfr.G.Blue, China and the Writing of world history in the West,
paper presentato al XIX Congresso internazio-nale di scienze storiche
(Oslo, 6-13 agosto 2000), http://www.oslo2000.no.
7 Cfr.A.Giovagnoli, Storia e globalizzazione, Laterza, Roma-Bari
2003, pp.10-11.
8 R.Guha, History at the Limits of World History, Columbia University
Press, New York 2002, p.12.
9 Cfr.F.Meinecke, Cosmopolitismo e stato nazionale: studi sulla genesi
dello stato nazionale tedesco, v.1, La nuova Italia, Venezia 1930,
particolarmente p.37 sgg. Il riferimento è alla prolusione Über
die Aufgabe des Ge-schichtsschreibers pronunciata da K.W.von Humboldt
all'Accademia delle Scienze di Berlino nel 1821: se ne veda l'edizione
a cura di F.Tessitore, W.von Humboldt, I compiti dello storico,
Esi, Napoli 1980.
10 Cfr.G.Himmelfarb, The Illusion of Cosmopolitanism, in M.C.Nussbaum
et al. (a cura di), For Love of Country. Debating the Limits of Patriotism,
Beacon Press, Boston 1996, pp.72-7.
11 Cfr.W.G.Sumner, Folkways. A Study of the Sociological Importance
of Usages, Manners, Customs, Mores, and Morals, Ginn, Boston 1907,
p.17 (tr.it.Costumi di gruppo, Comunità, Milano 1962).
12 Cfr.R.Robertson, Globalizzazione. Teoria sociale e cultura globale,
Asterios, Trieste 1999, p.50 (ed.or.1992).
13 Cfr.H.G.Wells, A Outline of History: Being a Plain History of
Life and Mankind, 2 vv., Newnes, London 1920. Per l'immagine della
rivoluzione copernicana cfr.W.H.McNeill, The Changing Shape of World
History, "History and theory", 34, 1995, n.2, p.12.
14 Cfr.J.P.Nehru, Glimpses of World History, 2 vv., Kitabistan,
Allahabad 1934-35.
15 Cfr.O.Spengler, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie
der Weltgeschichte, 2 vv., Braumüller, Wien-Leipzig 1918-22.
16 Cfr.S.P.Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo
ordine mondiale, Garzanti, Milano 1997.
17 Cfr.A.J.Toynbee, A Study of History, 12 vv., Royal Institute
of International Affairs, London 1933-61.
18 Cfr.E.Huntington, Civilization and Climate, Yale University
Press, New Haven 1915.
19 Cfr.W.H.McNeill, Arnold J.Toynbee: A Life, Oxford University
Press, New York 1989, particolarmente p.206 sgg.; G.Santomassimo, Toynbee
e l'Occidente, "Passato e presente", 11, 1993, n.28, pp.109-42.
20 Cfr.H.Pirenne, Les grands courants de l'histoire universelle,
7 vv., Editions de la Baconnière, Neuchatel 1944-56. Sul ritorno
alle storie nazionali dopo il 1945 cfr.P.O'Brien, Perspectives on
Global History: Concepts and Methodology, paper presentato al XIX
Congresso internazionale di scienze storiche (Oslo, 6-13 agosto 2000),
http://www.oslo2000.uio.no.
21 Cfr.UNESCO, International Commission of the Scientific and Cultural
Development of Mankind, History of Mankind. Cultural and Scientific
Development, 6 vv., Harper & Row, New York 1963-76.
22 Per il testo e la discussione relativa a questo punto della Carta
del Tribunale di Norimberga, cfr.R.S.Clark, Crimes against humanity
at Nuremberg, in G.Ginsburgs-V.N.Kudriatsev (a cura di), The
Nuremberg Trial and International Law, Kluwer, Dordrecht 1990, pp.177-99.
23 Cfr.G.S.Metraux, Notes on the Preparation and Editing of the Volume
IV, in Unesco, op.cit., v.4, t.1, particolarmente pp.xviii-xix.
Si veda comunque G.Allardyce, op.cit.
24 Cfr.J.Romein, Il secolo dell'Asia. Imperialismo occidentale e
rivoluzione asiatica nel secolo XX, Einaudi, Torino 1969 (ed or.1956).
25 Cfr.P.Manning, op.cit., p.156.
26 Cfr.F.Braudel, Il mondo attuale, 2 vv., Einaudi, Torino 1966;
Unesco, General History of Africa, Unesco, Paris, 1978-; J.D.Fage-R.Olivier
(a cura di), The Cambridge History of Africa, 8 vv., Cambridge
University Press, New York 1975-1986; G.Barraclough, Universal History,
in H.P.R.Finberg (a cura di), Approaches to History, Routledge,
London 1962, pp.88-101.
27 A.Giovagnoli, op.cit., p.47. Si veda in tal senso E.H.Carr,
Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino 1966 (ed.or.1961),
p.160: "l'ideale verso il quale gli storici vanno orientandosi
[
] è una visione della storia in cui tutti i popoli e tutte
le civiltà, in ogni parte del mondo, abbiano un posto uguale
e pari titolo ad essere presi in considerazione". Da segnalare
tra questi sviluppi antieurocentrici anche la fondazione nel 1961 a
Salisburgo della International Society for Comparative Study of the
Civilizations presieduta da P.Sorokin e animatrice della "Comparative
Civilizations Review" nel cui Board editoriale figurano B.Lewis
e H.V. White.
28 Cfr.J.Needham et al., Science and Civilization in China, 15
vv., Cambridge University Press, Cambridge 1954-1999; M.G.S.Hodgson,
The Venture of Islam. Coscience and History in a World Civilization,
3 vv., Chicago University Press, Chicago 1974; Di Hodgson si veda anche
la raccolta di articoli scritti negli anni cinquanta e sessanta, Rethinking
World History: Essays on Europe, Islam, and World History, Cambridge
University Press, New York 1993.
29 Cfr.F.Fernandez-Armesto, Millennium. A History of the Last Thousand
Years, Bentam, London 1995, pp.133-4.
30 Cfr.K.A.Wittfogel, Il dispotismo orientale, Vallecchi, Firenze
1968 (ed or.1957).
31 Cfr.K.Jaspers, Origine e senso della storia, Comunità,
Milano 1972 (ed.or.1953).
32 Cfr.B.Lewis, Il suicidio dell'Islam. In che cosa ha sbagliato
la civiltà mediorientale, Mondadori, Milano 2003 (ed.or.2002).
Il titolo enfatico è un'aggiunta dell'editore italiano.
33 Cfr.W.W.Rostow, The Stages of Economic Growth: A Non-Communist
Manifesto, Cambridge University Press, New York 1960.
34 Per queste interpretazioni del modello occidentale cfr.nell'ordine
D.C.North-R.P.Thomas, The Rise of Western World: A New Economic History,
Cambridge University Press, Cambridge 1973; D.Gress, From Plato to
Nato: The Idea of the West and Its Opponents, Free Press, New York
1998; D.Lal, Unintended Consequences: The Impact of Factor Endowments,
Culture, and Politics in Long-Run Economic Performance, Mit Press,
Cambridge MA 1998; J.M.Blaut, The Colonizer's Model of the World:
Geographical Diffusionism and Eurocentric History, Guilford, New
York 1993; N.Rosenberg-L.E.Birdzell, Come l'Occidente è diventato
ricco. Le trasformazioni eco-nomiche del mondo industriale, il Mulino,
Bologna 1988 (ed.or.1986); A.Inkeles, One World Emerging? Conver-gence
and Divergenze in Industrial Societies, Westview, Boulder CO 1998.
35 Cfr.D.S.Landes, La ricchezza e la povertà delle nazioni.
Perché alcune sono così ricche e altre sono così
povere, Garzanti, Milano 2000 (ed.or.1998).
36 Cfr.R.Dahrendorf, Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione
sociale e libertà politica, Laterza, Roma-Bari 1995.
37 Cfr.W.H.McNeill, The Rise of the West: A History of the Human
Community, Chicago University Press, Chicago 1963. La "triade"
della cosiddetta "scuola di Chicago" è completata da
L.Stavrianos, The World to 1500. A Global History, Prentice-Hall,
Englewood Cliffs 1970; Id., The World since 1500. A Global History,
Prentice-Hall, Englewood Cliffs 1975.
38 Cfr.W.H.McNeill, The Rise of the West after 25 Years, "Journal
of World History", 1, 1990, n.1, pp.1-21.
39 Cfr.W.H.McNeill, Keeping Together in Time: Dance and Drill in
Human History, Harvard University Press, Cambridge MA 1995; Id.,
The Changing Shape cit.; Id., World History and the Rise and
Fall of the West, "Journal of world history", 9, 1998,
n.2, pp.215-36.
40 Cfr.W.H.McNeill, La peste nella storia. Epidemie, morbi e contagio
dall'antichità all'età contemporanea, Einaudi, Torino
1981 (ed.or.1976); Caccia al potere. Tecnologia, armi, realtà
sociale dall'anno Mille, Feltrinelli, Milano 1984 (ed.or.1982)
41 W.H.McNeill, Caccia al potere cit., p.316.
42 Cfr.M.Geyer-Ch.Bright, World History in a Global Age, "American
historical review", 100, 1995, n.4, pp.1034-60; J.H.Bentley, Cross-cultural
Interactions and Periodization in World History, ivi, 101, 1996,
n.3, pp.749-70. Dal 1994 ad oggi la lista di discussione in rete H-World
è cresciuta da 600 a 1500 iscritti.
43 Cfr.F.Fernandez Armesto, Millennium cit., cap.6; C.Ponting,
World History: A New Perspective, Chatto & Windus, London
2000.
44 Si veda ad esempio A.Gunder Frank, Capitalismo e sottosviluppo
in America latina, Einaudi, Torino 1969 (ed.or.1967).
45 Cfr.P.Bairoch, Storia economica e sociale del mondo. Vittorie
e insuccessi dal XVI secolo a oggi, 2 vv., Ei-naudi, Torino 1999
(ed.or.1997).
46 Cfr.E.Wolf, Europe and the People without History, University
od California Press, Berkeley 1982
47 Cfr.I.Wallerstein, Il sistema mondiale dell'economia moderna,
3 vv., il Mulino, Bologna 1982-95 (ed or.1974-89).
48 Cfr.Ch.Kindleberger, I primi del mondo. L'egemonia economica dalla
Venezia del Quattrocento al Giappone di oggi, Donzelli, Roma 1997
(il sottotitolo italiano comprende una notazione sul Giappone che non
appartiene né al titolo originario né al testo).
49 Cfr.G.Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini
del nostro tempo, Il saggiatore, Milano 1994.
50 Cfr.J.Abu Lughod, Before the European Hegemony: The World System
1250-1350, Oxford University Press, New York 1989. Gli 8 circuiti
sono: Europa continentale, Mediterraneo e Mar Nero, via della seta,
Asia del Pacifi-co, Oceano Indiano orientale, Oceano indiano occidentale,
Medio oriente, Mar Rosso.
51 Cfr.A.Gunder Frank, ReOrient: Global Economy in the Asian Age,
University of California Press, Berkeley 1998.
52 Cfr.J.Goody, The East in the West, Cambridge University Press,
Cambridge 1996.
53 Cfr.E.L.Jones, Il miracolo europeo. Ambiente, economia e geopolitica
nella storia europea e asiatica, il Mulino, Bologna 1984 (ed.or.1981);
Id., Growth Recurring. Economic Change in World History, Clarendon,
Oxford 1988.
54 Cfr.F.Fernandez Armesto, Civilizations: Culture, Ambition and
the Transformation of Nature, Free Press, New York 2001.
55 Cfr.B.Mazlish, An Introduction to Global History, in Id.-R.Buultjens
(a cura di), Conceptualizing Global History, Westview, Boulder
CO 1993, pp.1-24. Sul punto particolare della storia ambientale cfr.A.Caracciolo,
L'ambiente come storia: sondaggi e proposte di storiografia dell'ambiente,
il Mulino, Bologna 1988; J.R.McNeill, Qualcosa di nuovo sotto il
sole. Storia dell'ambiente nel XX secolo, Einaudi, Torino 2003 (ed.or.2000).
56 Cfr.A.W.Crosby, Lo scambio colombiano. Conseguenze biologiche
e culturali del 1492, Einaudi, Torino 1992 (ed.or.1972); Id., Imperialismo
ecologico: l'espansione biologica dell'Europa 900-1900, Laterza,
Ro,a-Bari 1988 (ed.or.1986).
57 Cfr.J.Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo
negli ultimi 13 mila anni, Einaudi, Torino 1998 (ed.or.1997). Il
riferimento è a M.Harris, Cannibali e re. Le origini delle
culture, Feltrinelli, Milano 1979 (ed.or.1978).
58 Cfr. la discussione Alla ricerca della storia ambientale,
"Contemporanea", 5, 2002, n.1, pp.131-64.
59 Cfr.K.N.Chauduri, L'Asia prima dell'Europa. Economie e civiltà
dell'oceano Indiano, Donzelli, Roma 1994 (ed.or.1990). Per la differenzazione
tra Braudel e Wallerstein cfr.pp.375-6: "la teoria di Wallerstein
si fonda su [
] l'ordine gerarchico delle identità spaziali
e delle fonti di potere [
] Braudel accettava la validità
generale del sistema mondiale come concetto storico ma ne dava una definizione
più neutrale [
] il capitalismo era potenzialmente presente
- pensava - fin dall'alba della storia ed era un fenomeno di portata
universale".
60 Una delle opere maggiori attribuibile a questo filone è R.Guha,
Dominance without Hegemony: History and Power in Colonial India,
Harvard University Press, Cambridge MA 1997.
61 Cfr.D.Chakrabarty, Provincializing Europe. Postcolonial Thought
and Historical Difference, Princeton Univer-sity Press, Princeton
2000, p.232.
62 Ivi, p.16. In una sua opera precedente D.Chakrabarty, Rethinking
Working-Class History. Bengal 1890-1940, Princeton University Press,
Princeton 1989 applica ai tessitori di juta di Calcutta l'approccio
thompsoniano della comunità solidale come fattore determinante
per la formazione della classe operaia e della sua coscienza politica.
63 Cfr.W.H.Sewell, Lavoro e rivoluzione in Francia. Il linguaggio
operaio dall'ancien regime al 1848, il Mulino, Bologna 1987; P.Joyce,
Visions of the People: Industrial England and the Question of Class
1848-1914, Cam-bridge University Press, Cambridge 1991. Per una
discussione del "linguistic turn" applicato alla storia della
classe operaia, cfr. J.W.Scott, On Language, Gender, and Working-Class
History, "International Labor and Working Class History",
1987, n.31, pp.1-13.
64 Cfr.tra gli altri S.P.Huntington, La terza ondata. I processi
di democratizzazione alla fine del XX secolo, il Mulino, Bologna
1995 (ed.or.1991).
65 Cfr.J.N.Frimpong Ansah, The Vampire State in Africa. The political
Economy of Decline in Ghana, Curley, London 1991. Ma si vedano le
ricostruzioni del dibattito di M.Castells, The Information Age: Economy,
Society, and Culture, v.3, End of Millennium, Blackwell,
London 1998, capitolo 3 e M.C.Ercolessi, L'Africa tra globale e locale,
"Parolechiave", 2001, n.25, pp.155-72.
66 Cfr.J.F.Bayart, L'état en Afrique: la politique du ventre,
Fayard, Paris 1989.
67 Cfr.B.Davidson, The Black Man's Burden: Africa and the Curse of
the Nation-State, Knopf, New York 1992.
68 Cfr.F.Misser-O.Vallée, Les gemmocraties. L'economie politique
du diamant africain, Desclée de Brouwer, Paris 1997.
69 Cfr.R.H.Jackson, Quasi-States: Sovereignty, International Relations,
and the Third World, Cambridge Uni-versity Press, Cambridge 1990.
70 Cfr.T.Spybey, Globalizzazione e società mondiale, Asterios,
trieste 1997 (ed.or.1996), particolarmente pp.36-7; R.Robertson, op.cit.
71 Cfr.G.Ritzer, The McDonaldization of Society: An Investigation
into the Changing Character of Social Life, Pine Forge Press, Newbury
Park CA 1993; S.Latouche, L'occidentalizzazione del mondo. Saggio
sul significato, la portata e i limiti dell'uniformazione del mondo,
Bollati Boringhieri, Torino 1992 (ed.or.1989);.
72 Cfr.G.Green-C.Reed, The Third Man: A Film, Lorrimer, London
1969, p.114: "in Italia per trent'anni sotto i Borgia hanno avuto
guerre, terrore, sangue e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo e il
Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni
di pace e democrazia, e cosa hanno prodotto? L'orologio a cucù".
73 Cfr.Ch.Tilly, L'oro e la spada. Capitale, guerra e potere nella
formazione degli stati europei 990-1990, Ponte alle Grazie, Firenze
1991 (ed,or.1990), pp.81 e 88.
74 Cfr.C.M.Cipolla, Guns and Sails in the Early Phase of European
Expansion 1400-1700, Collins, London 1965. Si veda anche G.Parker,
The Military Revolution: Military Innovation and the Rise of the
West 1500-1800, Cam-bridge University Press, Cambridge 1988.
75 Cfr.R.Gilpin, War and Change in World Politics, Cambridge
University Press, New York 1981; G.Modelski, Long Cycles in World
Politics, MacMillan, London 1987; W.R.Thompson, On Global War:
Historical-Structural Approach to World Politics, University of
South Carolina Press, 1988; G.Modelski-W.R.Thompson, Seapower in
Global Politics 1494-1999, MacMillan, London 1988.
76 Cfr.P.Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti,
Milano 1989 (ed.or.1987).
77 Cfr.M.Mann, The Sources of Social Power, 2 vv., Cambridge
University Press, Cambridge 1986-93.
78 Cfr.N.Di Cosmo, Ancient China and Its Enemies: The Rise of Nomadic
Power in East Asian History, Cambridge University Press, New York
2002.
79 Cfr.R.Bin Wong, Cina Transformed: Historical Change and the Limits
of European Experience, Cornell Univer-sity Press, Ithaca 1997;
K.Pomeranz, The Great Divergence: Europe, China, and the Making of
the Modern World Economy, Princeton University Press, Princeton
2000.
80 P.Gilroy, Small Acts: Thoughts on the Politics of Black Cultures,
Serpent's Tail, London 1993. Per una illustrazione complessiva cfr.J.Clifford,
Strade. Viaggio e traduzione alla fine del secolo XX, Bollati
Boringhieri, Torino 1999 (ed.or.1997). Un'esauriente rassegna in M.A.Mellino,
La teoria postcoloniale come critica culturale, "Parolechiave",
2001, n.25, pp.73-99.
81 Cfr.P.Gilroy, The Black Atlantic. Modernity and Double Consciousness,
Verso, London 1992.
82 Cfr.W.H.McNeill, The Changing Shape of World History cit.
83 Cfr.D.Jacobson, Rights across Borders: Immigration and the Decline
of Citizenship, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1996;
M.A.Burayidi (a cura di), Multiculturalism in a Cross-National Perspective,
University Press of America, Lanham MD 1997; D.Schnapper, La relation
á l'autre. Au coeur de la pensée sociologique, Gallimard,
Paris 1998; D.A.Hollinger, Postethnic America, Beyond Multiculturalism,
Basic Books, New York 1995; S.Castles-A.Davidson, Citizenship and
Migration: Globalization and the Politics of Belonging, MacMillan,
London 2000.
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