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Relazione sul Convegno GLOBAL HISTORY
Olivella Sori
Dal 9 al 12 maggio 2004, a Villa Vigoni (lago di Como), si è
tenuto, con la partecipazione di storici tedeschi e italiani, un convegno
sul tema Global History.
Il professor Pietro Rossi (Torino) ha organizzato, introdotto e concluso
il convegno.
Sessioni di lavoro
1. Global History: nuove prospettive metodologiche (Jurgen Kocka,
Berlino; Charles S. Maier, Harvard)
2. Cina ed Europa: i due centri della storia del mondo? (Paolo
Santangelo, Napoli; Peer H. H. Vries, Leiden)
3. L'Africa tra isolamento e apertura (Andreas Eckert, Hamburg;
Alessndro Triulzi, Napoli)
4. Lo scambio atlantico (Marcello Carmagnani, Torino; Wolfgang
Reinhard, Freiburg)
5. L'ascesa dell'area del Pacifico (Sebastian Conrad, Berlino;
Alessandro Valuta, Pisa)
6. Tavola Rotonda: come insegnare la Global History? (Antonio
Brusa, Bari; Luigi Cajani, Roma; Matthias Middel, Leipzig; Susanne Popp,
Siegen; Oliva Sori, Ancona; Carlo Tatasciore, Francavilla al Mare)
Va sottolineata l'importanza dell'evento: è il primo seminario
internazionale che si svolge in Italia, dopo la tanto contestata proposta
di introdurre l'insegnamento della storia mondiale, fatta dalla Commissione
De Mauro, ed è significativo il fatto che, accanto alla riflessione
storiografica, centro del convegno, si sia affiancata un'attenzione
non marginale alla questione didattica.
Pietro Rossi, nella sua introduzione, ha specificato che questa iniziativa
voleva essere una riflessione sul Convegno di Oslo 2000 del Comité
International des Sciences Historiques, in occasione del quale la storia
mondiale fu al centro del dibattito, per fare il punto sulle ricerche
in corso e sul significato di questo campo di ricerca, in vista del
prossimo convegno del Comité, che si terrà a Sydney nel
2005.
Global History: nuove prospettive metodologiche
Alla domanda: perché oggi c'è interesse per la GH? Kocka
risponde che la fine del conflitto Est Ovest è stata una cesura.
Maier afferma che, mentre in passato l'evoluzione dell'umanità
era vista secondo l'idea di progresso (Hegel), oggi ci si chiede dove
sta andando il mondo.
Jurgen Kocka
Particolarmente importante l'intervento di Kocka, attuale presidente
del Comité International des Sciences Historiques, il quale,
ricostruendo la storia dei convegni internazionali, ha mostrato il crescente
anche se lento interesse per superare le dimensioni nazionali che si
è manifestato dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e un'accelerazione
dell'interesse per la storia mondiale dopo il 1989.
Ha ipotizzato tre approcci transnazionali caratterizzati da:
a) un livello astratto: grandi temi, sezioni generiche, meno cronologia;
in tale approccio è insito il timore di perdita di amore per
il dettaglio;
b) il confronto, la comparazione, l'analisi per individuare affinità
e differenze; il confronto fa identificare i problemi; la comparazione
internazionale deprovincializza, apre gli occhi e dà forza al
nazionale;
c) gli influssi vicendevoli con nessi di tipo molto diverso.
Gli approcci b e c possono intrecciarsi.
Egli ritiene che ormai questa dimensione debba essere il contesto di
riferimento della ricerca storica, ed ha concluso: "Quando uno
alza gli occhi dal proprio piatto e si guarda intorno, inevitabilmente
cambia. Chi studia la storia di una regione, di una società,
di una cultura e si avventura oltre i loro confini utilizzando una delle
tre strategie che ho indicato cambierà le sue domande, e arriverà
a nuove risposte, modificherà la metodologia utilizzata fino
a quel momento e rivedrà i giudizi precedentemente formulati,
e ciò non solo perché si occuperà di nuovi oggetti
di ricerca, ma anche perché entrerà in contatto con storici
di altre regioni, di altre società, di altre culture. Non si
tratta di abbandonare le basi della storiografia occidentale, ma casomai
di tener ferme le sue aspirazioni universalistiche. Universalizzazione
non significa solo allargamento degli orizzonti, ma anche cambiamento
La globalizzazione sta per modificare potentemente la ricerca storica:
in che modo ciò avverrà, lo vedremo attraverso la pratica".
Charles Maier
La GH non propone società da studiare individualmente ma lo
studio del processo. Le interazioni classiche vanno integrate da variabili
sociopolitiche e vanno esaminati gruppi che interagiscono in tempo reale.
La storia mondiale deve essere vista come una zona, risultato di movimenti
sismici profondi, con pressioni che emergono tra squilibri e disuguaglianze.
Ci sono grandi eventi (crollo impero romano e cinese, Mongoli, conquiste
ottomane) e trasformazioni di lungo periodo (storia delle coste). Vanno
identificati i rapporti tra macro e micro, tra storia locale e mondiale;
vanno anche identificati i fattori comuni e le differenze di periodi
ed epoche. In sostanza la GH è un programma di ricerca che non
ha una chiave di lettura generale, ma che va affrontata con approcci
diversi:
a) studio delle interconnessioni di diverso tipo: economiche, politiche,
culturali;
b) comparativismo: come le società hanno risolto o risolvono
i loro problemi;
c) identificazione delle trasformazioni comuni sotto certe pressioni
(es. industrializzazione)
Nell'ottica GH ci sono poi domande a cui è problematico rispondere.
Possiamo parlare di culture fallite? Possiamo valutare le culture? Quando
un'area diventa parte del sistema? Se la Cina fosse stata scoperta nel
1400 o nel 1800, come andrebbe riscritta la storia globale? L'assenza
di un attore quali cambiamenti provoca? Alcune di queste domande appartengono
alla storia controfattuale, ma non sono peregrine, possono aiutarci
nell'identificazione di temi e problemi.
Conclusione di Pietro Rossi
C'è connessione stretta fra globalizzazione e GH. La globalizzazione
è un processo di lunga durata, la GH un processo iniziato soprattutto
dopo la prima guerra mondiale con la crisi degli schemi storico-evolutivi.
La nozione di civiltà era usata in senso isolante, mentre la
GH è unificante. Ma come sostituire la nozione di civiltà?
Con macroaree geografiche tangibili e con ambiti geografici marittimi
oltre che terrestri.
La GH non è una realtà, non è la storia del mondo,
è un approccio, una reinterpretazione di storie particolari in
prospettiva diversa. Quali i criteri?
a) Storia comparata.
b) Portata e conseguenze di certi processi, di certi fenomeni storici
all'interno di una macroarea e dei suoi rapporti con altre aree.
c) Identificazione di problemi: se si assume l'ultima propaggine di
visione marxista, quella di centri e periferie, come individuare i centri?
Oggi centro è il mondo islamico.
Pietro Rossi ha anche stigmatizzato il ritardo culturale di alcune
storiografie, come quella italiana, e il fatto che la didattica della
storia non deve necessariamente riflettere lo stato delle storiografie
nazionali, ma far riferimento ai risultati della ricerca internazionale
per rispondere alle proprie esigenze.
Le sessioni hanno offerto alcuni spunti che possono servire alla
rete Il mondo e la sua storia come stimolo per approfondimenti e/o focalizzazione
di temi non ancora affrontati
Cina ed Europa: i due centri della storia del mondo?
Come ci si avvicina a questi due centri? Che cos'è che fa di
un'area un centro?
Dimensione quantitativa. Si può considerare la fitta popolazione,
ma in base a tale approccio i centri diventano tre, perché va
considerata l'India.
Dimensione qualitativa. L'opinione diffusa della superiorità
europea pone una domanda: come si misura la civiltà culturale?
Diversissimi e molteplici i criteri: si va dal numero delle invenzioni
alle differenze di genere. Cina ed Europa negli ultimi 2000 anni hanno
creato molto, ma cosa è rimasto? In un approccio radiale vanno
considerate le offerte senza imposizioni (buddismo, rinascimento); in
un approccio planetario va considerata la creazione di strutture mondiali.
L'eurocentrismo attribuiva alla Cina una storia immutabile, ignorando
inoltre aspetti non rispondenti ai canoni europei (religione, filosofia),
non comprendendo la diversità del modo di intendere la natura
umana. Se vogliamo in un'ottica di GH comprendere l'altro, dobbiamo
focalizzare la nostra attenzioni soprattutto sulle caratteristiche antropologiche
(mentalità, vita privata, emozioni, filosofia). Questo ci consente
di identificare gli elementi di continuità della civiltà
cinese, che non sono però così rigidi come gli europei
hanno pensato e ancora pensano.
A livello comparativo si possono studiare due imperi (romano e Han)
che declinano insieme con caratteristiche comuni (invasioni, aristocrazia
guerriera, diffusione religioni universalistiche straniere), ma anche
con soluzioni politiche diverse (feudalesimo in Europa, permanenza impero
centralizzato in Cina).
Possiamo anche esaminare il rapporto crescita della popolazione - disincentivo
delle invenzioni dal XV secolo e possiamo quindi tentare di spiegare
quando e perché il predomino nelle scienze e nelle tecniche passa
dalla Cina all'Occidente.
L'Africa fra isolamento e apertura
Per capire la diversità africana occorre riflettere su alcune
caratteristiche peculiari del continente:
- ambiente ostile e quindi adattamento e coabitazione con la precarietà;
- difficoltà di popolamento, processo di crescita lento con
accelerazione solo dagli anni '50;
- creazione di nicchie ecologiche;
- spostamenti e migrazioni in cerca di risorse;
- sviluppo di sistemi politici e produttivi multipli;
- reti di relazioni per la convivenza;
- legami di appartenenza a un gruppo;
- diversità di percorsi umani;
- vuoto di comunicazioni fra noi e loro.
A livello comparativo possiamo esaminare le espressioni statuali nell'Africa
precoloniale e nel mondo, ma è più interessante una rilettura
di lunga durata sulla crescita collettiva, sui collegamenti tra persone
e tra persone e ambiente.
Oggi la storia dell'Africa è diventata una disciplina, ma si
ha la sensazione che l'Africa sia ancora considerata una parte irrilevante
del mondo. Permangano inoltre topoi che hanno creato un'immagine meccanica
del continente: la tratta come deprivazione condizionante; l'Africa
povera perché il capitalismo mondiale lo richiede; l'Africa sana
in mezzo a un mondo ostile, arretrata in un mondo che la circonda inerte,
in sostanza un continente perduto a causa dello sfruttamento. La realtà
è più complessa: la tratta non ha visto solo vittime passive,
ma anche attori che hanno avuto un ruolo attivo, inoltre la tratta ha
avuto ripercussioni solo in alcune zone; non sono stati solo gli europei
a creare di pendenza dai beni importati, ma gli africani stessi hanno
creato dipendenza dall'esterno. In sostanza bisogna abbandonare la dimensione
morale e avvicinarsi in modo più scientifico al continente africano:
no continuare a chiedersi chi ha colpa ma cosa fare.
Lo scambio atlantico
Nell'ottica GH le interazioni vanno viste anche in termini marittimi.
L'Atlantico è stato un centro non monolitico: c'era un Atlantico
spagnolo, un Atlantico sefardita. Lo scambio atlantico ha ridefinito
i bisogni e i consumi: è nato un nuovo attore, il consumatore.
Motore della vita economica è il commercio che crea il consumatore,
l'uomo che vuole raggiungere uno status sociale superiore, che prende
decisioni individuali in una concezione edonistica della vita. Quando
il lusso viene depenalizzato, cresce la domanda che muta l'offerta.
Il collegamento bisogni-desiderio dà forma allo scambio atlantico
tra la fine del 1600 e i primi del '700: cresce la richiesta di beni
coloniali non solo di lusso (es. cotone) e di beni non essenziali come
tè, zucchero, caffé, tabacco.
Alcuni temi/ problemi interessanti emersi durante il dibattito
- La GH impone una selezione, quindi va identificata una griglia concettuale:
cosa dobbiamo dimenticare? E se la storia universale si è fondata
sul concetto di civiltà, ora scomparso, con cosa sostituirlo?
- La GH pone il problema della cronologia: per quali sezioni temporali
si può parlare di GH?
- C'è il rischio di una GH compassionevole? C'è il rischio
che, considerando le diversità di ognuno, non sia lecito parlare
male di nessuno?
- Solo Cina ed Europa hanno esercitato influenze? L'Africa va esclusa?
GH e insegnamento
Emerge il problema della preparazione degli insegnanti e della loro
ottica ancora provinciale. Si ribadisce che insegnare in un'ottica di
GH presuppone concetti-guida, chiavi di lettura, per evitare un accumulo
di informazioni. Il fine di una didattica della GH è, secondo
Pietro Rossi, una migliore comprensione delle altre culture.
Per quanto riguarda l'Italia, è stata espressa preoccupazione
per le recenti Indicazioni nazionali: l'impostazione dello studio
della storia ha un chiaro taglio italo-eurocentrico con un forte accento
sulla costruzione dell'identità. Ammesso che l'impostazione italoeurocentrica
sia funzionale al consolidamento dell'identità, ammesso anche
che sia giusto coltivare questo in un ambito di esclusività,
isolando la storia di un paese da quella degli altri, come è
possibile che la vicenda del legame con le radici classiche di Grecia
e Roma passi nella scuola primaria con bambini così piccoli,
molti dei quali non affronteranno più il tema?
A questo va aggiunto il problema insegnanti. In un'ottica di storia
mondiale dovrebbero entrare a far parte del curricolo di studio molte
aree di cui i docenti hanno per lo più conoscenze vaghe e frammentarie.
Serpeggia inoltre un altro pericolo: molti insegnanti sono convinti
che, per quanto riguarda la storia, non è tanto importante ciò
che si insegna ma il come lo si insegna; in altre parole, l'obiettivo
primario è dato dall'elenco di competenze, di capacità
e di abilità individuate perché si possa parlare di "sapere
storico", mentre i "contenuti" appaiono intercambiabili,
scelti secondo il tempo a disposizione e l'ottica dell'insegnante, ottica
che spesso mostra evidenti debolezze dal punto di vista dello specifico
disciplinare. Caratteristica diffusa è, infine, il gap fra ricerca
alta, nuovi orientamenti storiografici e preparazione dell'insegnante.
Da tutto ciò emergono alcune condizioni. Innanzitutto è
necessario recuperare spazi nelle Indicazioni. Le scuole godono
di una certa autonomia; a livello regionale c'è una quota gestibile
liberamente. Auspicabile che la quota non significhi, in certi casi,
limitarsi a ripercorrere la vicende dei Celti nella Padania.
Per gli insegnanti, poi, dopo il periodo del "come insegnare"
la storia, dovrebbe aprirsi la fase "adesso che sappiamo come insegnarla,
studiamo la storia". Ma cosa studiare? A questo punto dovrebbe
avvenire una saldatura fra università e scuola. Lo storico è
lo specialista della materia che indica, con la sua autorevolezza di
studioso, che cosa è scientificamente corretto insegnare nell'ottica
WH. Non deve essere esperto di didattica, non è necessario che
conosca le strutture mentali dei bambini e dei ragazzi. Come non si
chiede all'insegnante di sostenere la validità scientifica di
un'impostazione di WH, così non si chiede al consesso degli storici
di farsi carico della trasferibilità di tale impostazione. La
saldatura implica un aggiornamento centrato sulle rilevanze della disciplina
storia, da declinare in termini di: selezione dei contenuti, possibilità
che offrono in ordine a lettura e rilettura del presente, rafforzamento
dell'attitudine a pensare storicamente.
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