| 1 - Il dibattito
Il dibattito sulla scuola, apertosi in questi mesi in seguito ai diversi
interventi ministeriali, sembra confermare la necessità di non
prorogare più quella profonda trasformazione che il sistema educativo
italiano attende ormai da decenni. Ma, per essere efficace, tale trasformazione
deve investire, secondo linee coerenti tra di loro, tutti gli aspetti
di fondo del sistema-scuola: gli assi culturali, i modelli organizzativi
(ivi compresi la formazione e l'organizzazione del lavoro docente),
gli assetti strutturali dei diversi cicli, i curricoli disciplinari.
Essa deve, anche, tenere conto delle più consolidate ed efficaci
esperienze di innovazione che in vari modi si sono realizzate in questi
anni in aree e settori della scuola italiana, oltre che delle soluzioni
adottate nei sistemi scolastici degli altri paesi europei.
Nel dibattito di questi mesi, l'idea-forza dell'autonomia scolastica
e le proposte contenute nel Progetto di riordino dei cicli scolastici
costituiscono punti di riferimento importanti che sembrano porre le
premesse per il superamento del modello gentiliano finora imperante.
In particolare, sulle finalità e i contenuti dei nuovi curricoli
disciplinari il documento sopra citato fissa alcuni principi che recepiscono
posizioni ormai largamente condivise nel dibattito pedagogico-didattico
nazionale e internazionale, quali:
- l'inadeguatezza della semplice "trasmissione di
conoscenze consolidate";
- la necessità di "una riduzione quantitativa dei
contenuti in favore di un maggiore approfondimento dei nuclei
fondanti delle diverse discipline e degli strumenti per sviluppare
ulteriormente l'esplorazione e la conoscenza e accrescere le relative
capacità";
- l'importanza di tenere conto della varietà degli stili
cognitivi e della centralità del soggetto in formazione
nel rapporto di insegnamento/apprendimento.
Questi principi devono guidare verso un ripensamento circa il ruolo
dei programmi e verso una ridefinizione della didattica disciplinare
di tutte le materie. Questo percorso per molte discipline si è
del resto già realizzato da tempo.
Non è così per la storia insegnata. Si può, infatti,
constatare che questa materia è ancora attraversata, sia a livello
di dibattito teorico che nelle pratiche quotidiane di insegnamento,
dalla contrapposizione fra tradizionalismo e innovazione, o,
più frequentemente, dalla giustapposizione ibrida dell'una sull'altra.
2 - L'immagine tradizionale
Secondo la concezione tradizionale, la storia materia è essenzialmente
"trasmissione di conoscenze consolidate" ovvero dei risultati
delle ricerche degli storici; tale trasmissione avviene per lo più
attraverso la lezione frontale del docente e lo studio del manuale,
attraverso la memorizzazione dei fatti e dei problemi storici disposti
in un ordine diacronico-lineare (o, meglio, questo è ciò
che appare alla mente del discente), sulla base del presupposto dell'unicità
del tempo storico, coincidente col tempo cronologico. I fatti "importanti",
che sono in larga prevalenza quelli politico-istituzionali, vanno così
a costituire un insieme detto "storia universale", ovvero
un continuum narrativo che parte dalle "origini" e si chiude
sul presente. In tale impostazione il percorso, una volta concluso,
non può che ricominciare daccapo.
In questa immagine della storia non è neppure il caso di parlare
di "nuclei fondanti della disciplina", di capacità
degli studenti, di varietà dei loro stili cognitivi, di centralità
del soggetto in formazione. Alla sostanziale passività e all'unicità
della forma di apprendimento (imparare fatti e concetti) corrisponde
quella della forma di insegnamento: lo studente assimila e ripete in
forma ridotta i risultati delle sintesi fatte dall'insegnante e dal
manuale, che a loro volta ripetono in forma ridotta i risultati delle
sintesi degli storici. Il contributo che è richiesto al docente
si limita all' efficacia oratoria, agli altri stratagemmi con cui deve
cercare (con sempre minore successo) di catturare l'interesse degli
studenti, alla decisione di cosa "tagliare" nella fittissima
selva di argomenti che vengono offerti dai manuali, per arrivare almeno
a vedere il traguardo, cioè la contemporaneità: a vederlo
da lontano, beninteso; quanto al varcarlo, questo sembra essere un obiettivo
impossibile nella scuola italiana o almeno lo è stato fino al
recente (e per alcuni versi dirompente) decreto ministeriale sulla storia
del Novecento.
A questa concezione tradizionale sono estranei in primo luogo tutti
gli apporti della psicologia cognitiva, della pedagogia e della didattica
disciplinare. Quindi la capacità di pensare la storia-materia
si riduce in termini di soli contenuti, anzichè in termini di
rapporto organico tra obiettivi disciplinari e trasversali, contenuti,
strategie didattiche. Inoltre è del tutto estranea anche la capacità
di ripensare i contenuti in termini di "rilevanze storiografiche"
o di temi di ricerca all'interno dei quali affidare all'autonomia del
docente la responsabilità di costruire il curricolo. Tale concezione
conosce solo la vecchia logica dei curricoli come programmi e dei programmi
come enormi e minuziosi elenchi di contenuti rigidamente (anche se solo
teoricamente) prescrittivi, in palese e spesso clamorosa contraddizione
con quanto si afferma nelle parti concernenti finalità, obiettivi
e indicazioni didattiche.
Il carattere ormai anacronistico di questa concezione - sia rispetto
alla ricerca scientifica contemporanea sia rispetto ai bisogni formativi
dei giovani di oggi - non può essere misconosciuto o sottovalutato
per il solo fatto che questa è ancora l'immagine della storia-materia
prevalente in molta parte del mondo accademico, degli insegnanti, della
pubblica opinione. Il problema, infatti, della caduta della coscienza
storica, del presentismo atemporale, dello schiacciamento sul presente
- che pure esiste ed è fortemente avvertito dagli insegnanti
- non può essere addebitato unicamente alla storia-materia tradizionale
che molta parte della scuola ancora elargisce, ma è certo che
quest'ultima è drammaticamente incapace di affrontare tale problema
e di contribuire a superarlo.
Tale impostazione è, in definitiva, palesemente incompatibile
con la filosofia dell'autonomia scolastica verso la quale ci si sta
orientando.
3 - L'immagine innovativa
Contrapposta alla concezione tradizionale ora richiamata, ce n'è
un'altra, nella quale convergono numerosi esponenti del dibattito storiografico
ed epistemologico, il contributo delle scienze cognitive, gli apporti
della pedagogia del curricolo, le esperienze sul campo di migliaia di
docenti impegnati sul terreno dell'innovazione didattica.
Secondo tale concezione, la storia-materia non può avere una
valenza meramente informativa, essa cioè non serve solo a imparare
dei fatti, ma anche - e soprattutto - a imparare a pensare: ovvero,
essa non consiste solo nel venire a sapere i risultati della ricerca
storica, ma anche nel tendere all'acquisizione della consapevolezza
e della padronanza delle procedure del sapere storico-sociale che hanno
prodotto quei risultati. Tali procedure e apparati metodologici e concettuali
non servono agli studenti per diventare "piccoli storici",
bensì per orientarsi nella complessità dei fatti storico-sociali,
per problematizzarli e per considerarli secondo una pluralità
di punti di vista: per perseguire cioè le più autentiche
finalità dell'educazione storica con l'acquisizione di una vera
e propria "cultura storica".
Perchè ciò sia possibile, l'apprendimento della storia
dev'essere strutturato in una pluralità di operazioni mentali
e operative, in modo graduale secondo un ordine di complessità
crescente, deve prevedere la valorizzazione del vissuto e delle preconoscenze
dei discenti, deve tenere conto dei loro prerequisiti, nonchè
dei loro stili e dei loro processi di apprendimento.
Questa concezione lega strettamente il rinnovamento metodologico-didattico
con quello dei contenuti e degli approcci storiografici. Considera,
ad esempio, superata la mono-linearità del tempo storico (non
riducibile al tempo cronologico) e definisce i tempi della storia, da
considerare al plurale, in relazione agli spazi e ai problemi storiografici
di volta in volta esaminati.
Allo stesso modo, essa tiene conto della dilatazione degli oggetti della
storia, riducibili non più solo ai fatti politico-istituzionali,
ma all'insieme degli aspetti che influenzano le società umane,
nelle loro permanenze e nei loro mutamenti nel tempo.
Essa tiene conto, altresì, della dilatazione degli spazi della
storia, che non può più essere solo o prevalentemente
storia nazionale o europea, ma deve spaziare dalla scala locale a quella
planetaria.
Da ciò discende una nuova visione della storia materia che da
disciplina al singolare si deve ora declinare al plurale. All'egemonia
della storia generale va quindi sostituito un insegnamento/apprendimento
delle storie, da quelle generali alle microstorie, all'analisi della
memoria individuale e collettiva, alla ricerca storico-didattica. Ciascuna
storia, infatti, è in grado di fornire specifiche occasioni per
la costruzione di conoscenze (su scale diverse) e di competenze in ordine
agli strumenti dell'indagine storiografica. Si pensi, ad esempio, alla
ricerca storico-didattica come percorso privilegiato per la formazione
di competenze di analisi e di padronanza delle procedure interpretative
delle fonti. Si viene, così, configurando un campo disciplinare
inteso come insieme di percorsi anche modulari, basati su una varietà
di settori di indagine, spazi, tempi, soggetti, generi e problemi storici.
Nella costruzione di questi percorsi, l'insegnante seleziona i contenuti
sia sulla base delle rilevanze storiografiche indicate dalla ricerca
scientifica, sia sulla base della loro utilità didattica, ovvero
sulla possibilità di utilizzare tali contenuti come occasione
per attivare e/o rafforzare le capacità disciplinari e trasversali
degli studenti.
Questa e solo questa immagine della storia è coerente con la
proposta di riforma dei cicli scolastici e con la stessa autonomia.
4 - I soggetti e le proposte
Noi riteniamo che, in coerenza con i principi qualificanti del progetto
ministeriale di riordino dei cicli scolastici, la nuova scuola che si
va a costruire non può che fare riferimento alla seconda concezione
della storia-materia qui sommariamente delineata. Da essa, e più
in generale dallo spirito informatore della riforma discendono alcuni
principi ispiratori che andrebbero assunti per la definizione dei programmi
di storia:
SUPERAMENTO DELLA CICLICITÀ
Va superata la ciclicità degli attuali programmi, ovvero la loro
ripetitività nei successivi cicli scolastici, e va ristrutturato
l'intero curricolo verticale con indicazioni programmatiche essenziali
e in stretto collegamento con l'educazione civica, giuridica ed economica.
Ciò è fattibile distinguendo chiaramente diverse fasi
in continuità.
Una fase iniziale, collocata nella nuova scuola di base, nella
quale la finalità dell'apprendimento deve essere prioritariamente
la costruzione e il progressivo affinamento delle coordinate spazio-temporali
con successivi ampliamenti dei quadri geo-storico-sociali a partire
dal vicino (nello spazio) e dal presente (nel tempo). In particolare.
Il primo biennio deve essere speso per la costruzione dell'alfabeto
spazio-temporale a partire dalla rappresentazione dell'esperienza vissuta
del bambino, senza attribuire a queste lettere una specifica valenza
antropico-sociale. Il secondo biennio deve essere dedicato alla trasformazione
delle lettere spazio-temporali in senso antropico-sociale affinchè
l'alunno se ne possa servire per una prima lettura della propria realtà
sociale nel presente. Il terzo biennio consente la lettura e la costruzione
di pochi quadri sociali (procedendo dal presente al passato e dal vicino
al lontano), estremamente semplificati ma già in possesso di
quei requisiti che danno ad essi un carattere sistematico e di raffrontabilità
reciproca: è questo il primo incontro con la storia generale,
nel senso innovativo prima specificato.
Una fase intermedia, collocata nel triennio dell'orientamento,
in stretta continuità con il biennio precedente, nella quale
rafforzare l'approccio alla storia generale. L'intervento didattico
deve insistere, a partire dai contenuti, nella attivazione delle operazioni
concettuali e delle procedure metodologiche corrispondenti ai fondamentali
momenti della logica della ricerca storiografica, ma anche sull'assunzione
(sempre motivata) di prese di posizione rispetto all'oggetto dello studio
da parte degli alunni attraverso tutte le modalità comunicative
possibili. La storia del Novecento, quindi, non solo deve rappresentare
il momento terminale del ciclo di studi dell'orientamento, ma anche
l'orizzonte problematico costante con cui andare ad interrogare il passato
prossimo e remoto.
Una fase conclusiva nel triennio terminale della scuola secondaria
nella quale operare un approfondimento dei temi e problemi storiografici
di particolare rilievo (non necessariamente affrontati in sequenza cronologica),
prevalentemente riferiti alla storia contemporanea e ad aspetti di storia
settoriale relativa all'indirizzo di studi prescelto. Tale impostazione
può informare anche i curricoli di storia nella formazione degli
adulti.
RUOLO DEL NOVECENTO
Deve essere riservato uno spazio adeguato alla contemporaneità
(letterature, arti, filosofia, matematica, scienze naturali etc... del
Novecento) e, in specifico, alla storia contemporanea, intesa come storia
del Novecento e anche come storia del presente e del futuro: non tanto
per motivi legati alla formazione storica, rispetto alla quale ovviamente
tutte le epoche storiche hanno pari valore e utilità, quanto
per le valenze civico-politiche e pre-professionalizzanti che la conoscenza
del proprio tempo ha per il giovane in procinto di diventare cittadino
a pieno titolo e di scegliere un orizzonte lavorativo e di vita.
La storia e i problemi del presente devono poi costituire non solo e
non tanto il termine ad quem dei programmi, quanto l'orizzonte di problematizzazione
e di precomprensione dei fatti del passato in base al principio per
cui il presente aiuta a capire il passato non meno di quanto il passato
aiuti a capire il presente.
Una simile visione del presente come presente storico è, inoltre,
indispensabile anche per pensare la storia come strumento di progettazione
del futuro. Il sapere storico, infatti, non esaurisce il suo significato
in uno sguardo solo retrospettivo, ma da esso trae fondamento per la
costruzione di ipotesi e congetture dotate di senso e da verificare
per il futuro.
DAL PROGRAMMA ALLA PROGETTAZIONE NELL'AUTONOMIA
Diversamente da quanto è accaduto finora, i programmi non devono
essere elenchi di contenuti dettagliati e prescrittivi calati dal centro
alla periferia, ma programmi brevi e chiari, magari supportati dalle
necessarie indicazioni didattiche, e pensati in verticale (continuità),
con l'individuazione chiara di standard che l'autonomia ha poi il compito
di tradurre in realtà didattica.
Si possono, così, individuare e distinguere i compiti dei diversi
soggetti in gioco: il legislatore, gli storici, i docenti, gli esperti
di didattica della storia.
Al primo spetta indicare le finalità e gli obiettivi della storia
insegnata, sia quelli generali e comuni anche alle altre materie sia
quelli specificamente disciplinari. Tali aspetti non devono essere concepiti
quali introduzioni di maniera, ma come autentici parametri per valutare
il raggiungimento degli standard formativi richiesti. Compete, inoltre,
indicare gli estremi cronologici dei diversi anni scolastici in cui
viene inserito il programma di storia generale, e nel fare questo deve
avvalersi dei criteri storiografici, indicati dagli storici, ma anche
e soprattutto dei criteri pedagogico-didattici, indicati dagli esperti
di didattica della storia. Spetterà, infine, indicare, sulla
base dei contributi forniti dagli storici, le rilevanze storiografiche
relative ai periodi compresi nei singoli cicli e anni scolastici.
Sulla base di tali rilevanze, nel nuovo quadro dell'autonomia non solo
organizzativa ma anche didattica, è invece compito degli insegnanti
(anche attraverso opportune forme di cooperazione didattica) selezionare
i contenuti e costruire i programmi per i curricoli scolastici reali,
tenendo conto anche delle specificità locali e, nella scuola
superiore, settoriali, al fine di coniugare le valenze formative comuni
con le curvature orientative e pre-professionalizzanti relative agli
indirizzi in cui operano. È, altresì, compito degli insegnanti
organizzare i contenuti in sequenze modulari, in modo coerente alle
strategie didattiche più opportune per conseguire le finalità
e gli obiettivi generali indicati dal legislatore, sulla base della
concreta situazione dei gruppi classe con i quali essi realizzano il
processo di insegnamento/apprendimento.
5 - Le condizioni per un'attuazione efficace: la formazione iniziale
e in servizio
Programmi buoni sono certamente una buona base di partenza, ma da soli
non garantiscono la qualità dell'insegnamento e tanto meno dell'apprendimento.
Affinchè non rimangano solo un bel documento scritto e siano
viceversa un effettivo sostegno all'innovazione, è necessario,
infatti, fare i conti con le condizioni dell'effettiva traduzione dei
programmi in pratica didattica e costruire efficaci canali di formazione.
In prospettiva sicuramente potrà qualificare le attività
degli insegnanti il fatto di aver seguito in sede universitaria una
buona formazione iniziale attraverso una specializzazione comprensiva,
oltre che dell' approfondimento disciplinare, anche e soprattutto della
riflessione sul piano pedagogico-didattico e dell'acquisizione di competenze
professionali operative, in stretto rapporto con le esperienze più
interessanti già in atto nelle scuole.
Nell'immediato, il primo e fondamentale passo da compiere in questa
direzione è quello di pensare (ma in grande e per un'utenza assai
differenziata e quindi complessa), a un piano di aggiornamento che sia
in grado di rispondere a tutti i bisogni formativi effettivi dei docenti,
dando loro gli strumenti adeguati per progettare e per operare. Dalle
indagini esistenti in proposito emerge, infatti, che pochi docenti hanno
seguito corsi di aggiornamento/formazione in servizio specifici sulla
storia e che la loro difficoltà maggiore è quella di costruire
una progettazione adeguata di itinerari motivanti ed efficaci sul piano
dell'apprendimento.
Certamente è necessario potenziare la preparazione sul piano
dei contenuti e dei risultati della ricerca contemporanea sulla storia
e sulla storiografia del Novecento (la gran parte dei docenti non ha
mai sostenuto studi di storia contemporanea e non è laureata
in storia). In questo un punto di riferimento importante può
essere costituito dall'Università che dovrebbe iniziare a farsi
carico di tali bisogni e, anzi, in proposito non può non apparire
preoccupante il ritardo nella attivazione delle specializzazioni post
laurea.
Certamente è necessaria una diffusa e tempestiva cura per la
sensibilizzazione del numero maggior possibile di docenti e l'aggregazione
su alcune riflessioni che possono risultare forti e magari dirompenti,
per garantire la presenza di un senso comune professionale diffuso in
grado di distinguere, ad esempio, con chiarezza la storia dalla cronaca.
Occorre in altre parole colmare assenze e ritardi sulla storia insegnata,
sicuramente con l'impegno di tutti i soggetti interessati ma anche attraverso
una circolarità più allargata tra scuola università
e mass media.
Ma quello che è ancora più necessario (ed è più
urgente e più importante) è un intervento che fornisca
ai docenti gli strumenti concreti della loro professionalità,
come il saper selezionare i temi, il saper individuare gli obiettivi
concreti, il saper costruire esercizi e prove di verifica, il saper
costruire percorsi motivanti tra presente e passato. Su questo è
necessario l'impegno congiunto di tutte quelle istituzioni, associazioni,
agenzie che sono impegnate sul terreno della formazione per avanzare
e realizzare proposte in grado di dare ai docenti gli strumenti per
operare concretamente. È comunque necessario coinvolgere gli
stessi docenti nell'attività di formazione in vista dei nuovi
programmi. Un piano di aggiornamento realmente efficace e in grado di
interessare fasce sempre più ampie di insegnanti è possibile
solo se questi ultimi diventano parte attiva di questo processo accanto
ad altri soggetti e vedono riconosciuta e valorizzata la loro esperienza
professionale di ricerca e di sperimentazione.
Una buona e seria formazione va considerata senza dubbio come un investimento
produttivo che non solo costruisce realtà nell'immediato ma continua
a costruire prospettive per il futuro. Tanto più che essa è
la condizione per la costruzione di quell'ampio consenso che solo può
garantire l'attuazione dei nuovi programmi.
C'è il rischio, infatti, da non sottovalutare, che una riforma
pur in sè buona non produca risultati all'altezza delle aspettative
e dei bisogni del paese, se non vengono attivate le condizioni della
sua attuazione e che gli stessi programmi vengano letti e realizzati
in senso tradizionale e limitativo.
Rimane un altro aspetto da considerare anche se, per abitudine e per
tradizione, considerato secondario, ma egualmente condizionante di una
buona attuazione dei nuovi programmi e sul quale sarebbe auspicabile
e urgente un maggiore e più approfondito interesse: l'introduzione
della cultura (prima ancora che del sistema costituito) della valutazione
del processo didattico, come fonte di individuazione di errori e/o successi
di progettazione e/o di arricchimento nell'individuazione dei bisogni
formativi degli studenti. Solo una prassi consolidata di tal genere
può infatti consentire di percepire con mano quello che è
utile e quello che non è utile fare nella didattica quotidiana
e può dare, in una sperimentazione continua ma controllata e
misurata, gli strumenti per realizzare una qualità per lo meno
alta, se non totale, dell'insegnamento.
Il documento è stato redatto e sottoscritto da rappresentanti
delle Scuole, delle Università, degli IRRSAE, del LANDIS (Laboratorio
nazionale per la didattica della storia), degli Istituti storici della
Resistenza, del CIDI, del Gramsci.
Ginetta Adorni docente ITCG Paciolo di Fidenza (Parma)
Nadia Baiesi direttrice LANDIS (Laboratorio nazionale per la didattica
della storia)
Emanuela Baiocchetti docente ITPC Cavazzi di Pavullo (Modena)
Paolo Bernardi docente ITC Luosi di Mirandola (Modena)
Pietro Biancardi docente Liceo Classico Minghetti di Bologna
Antonio Brusa docente di Didattica della storia Università di
Bari
Adriana Caporali docente IPSIA Margaritone di Arezzo
Claudia Castaldini docente Liceo scientifico di Casalecchio (Bologna)
Fausto Ciuffi docente comandato Istituto storico della Resistenza di
Modena
Elisabetta Collini Istituto Gramsci dell'Emilia Romagna
Simonetta Corradini docente ITC Keynes di Castelmaggiore (Bologna)
Alberto De Bernardi docente di Storia contemporanea DDS Università
di Bologna
Aurora Delmonaco presidente LANDIS (Laboratorio nazionale per la didattica
della storia)
Alessandra Deoriti docente comandata Istituto storico della Resistenza
di Bologna
Luciana Feliciangeli docente comandata DDS Università di Bologna
Cesare Grazioli docente comandato ISTORECO di Reggio Emilia
Vincenzo Guanci preside ITC 8 marzo di Mestre (Venezia)
Scipione Guarracino esperto di didattica della storia Firenze
Elda Guerra docente comandata LANDIS (Laboratorio nazionale per la didattica
della storia)
Maurizio Gusso vicepresidente LANDIS (Laboratorio nazionale per la didattica
della storia)
Maria Grazia Leoni docente IPAG Spallanzani di Vignola (Modena)
Lucio Levrini docente IPAG Motti di Correggio (Reggio Emilia)
Claudia Malta docente IPCT Olivetti di Ravenna
Silvana Marchioro tecnica ricercatrice IRRSAE Emilia Romagna
Flavia Marostica tecnica ricercatrice IRRSAE Emilia Romagna
Ivo Mattozzi docente di Metodologia e didattica della storia DDS Università
di Bologna
Francesco Paris docente Liceo classico Torricelli di Faenza (Ravenna)
Ernesto Perillo tecnico ricercatore IRRSAE Veneto
Mario Pinotti docente Liceo scientifico Copernico di Bologna
Nicoletta Pontalti docente comandata Istituto storico della Resistenza
di Trento
Anna Maria Quarzi docente comandata Istituto di Storia contemporanea
di Ferrara
Rossella Rinaldi docente ITA Serpieri di Bologna
Maddalena Ronconi tecnica ricercatrice IRRSAE Liguria
Pasquale Roseti tecnico ricercatore IRRSAE Emilia Romagna
Fulvio Salimbeni presidente IRRSAE Friuli Venezia Giulia
Lina Santopaolo docente IPC Manfredi di Bologna
Silvana Sgarioto docente comandata INSMLI (Istituto naz. storia movim.
liberazione in Italia)
Ivana Summa segreteria nazionale CIDI
Siriana Suprani Istituto Gramsci dell'Emilia Romagna
Antonella Varani docente IPSA Ghini di Loiano (Bologna)
Angela Verzelli docente IPAG Spallanzani di Vignola (Modena)
Graziano Vinci tecnico ricercatore IRRSAE Friuli Venezia Giulia
Annalisa Zannoni docente IPSIA Callegari di Ravenna
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