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Una visione combinata di storia e filosofia
in dimensione mondiale
Intervento al Convegno di Villa Vigoni
Carlo Tatasciore
Ho accolto molto volentieri l'invito a partecipare ai lavori di questo
convegno con la speranza di poter fornire qualche ulteriore spunto di
riflessione a quanti più di me saranno in grado di elaborare
progetti concreti in vista di una auspicabile e sempre più raffinata
introduzione della Global History nell'insegnamento scolastico.
Per raggiungere questo sia pur minimo obiettivo, ritengo doveroso non
avventurarmi oltre l'orizzonte in cui quotidianamente mi colloco, quello
cioè di insegnante di storia in un liceo scientifico italiano,
la cui cattedra comprende anche l'insegnamento di filosofia. Da questo
status mi sembra derivare infatti la opportunità di suggerire
una visione combinata di storia e filosofia in dimensione mondiale.
La considerazione dei fenomeni storici a livello globale si presenta
nella nostra pratica d'insegnamento nel triennio liceale ancora come
limitata alla introduzione di qualche unità didattica relativa
ai paesi extraeuropei, e solo allorquando ciò sia richiesto dalla
necessità di meglio chiarire azioni e processi storici che abbiano
come punto di partenza o di arrivo, in ogni caso, lo scenario europeo.
Da questa modalità deriva soprattutto un appesantimento dei
programmi, che il più delle volte immagino facciano desiderare
agli studenti non una maggiore conoscenza, bensì una riduzione
al minimo di ciò che viene percepito comunque come relativamente
estraneo (pur se di fondamentale importanza) al percorso che si considera
per così dire principale. Il grande problema che si incontra
in questo campo di interventi è quantitativo e temporale. Occorre
una diffusa convinzione su certi criteri comuni di selezione o di riduzione,
che consentano di superare le resistenze psicologiche e culturali che
ostacolano una fruizione adeguata dei peraltro pochi strumenti a disposizione.
Temo però che nella pratica anche le migliori intenzioni finiscano
per lasciare il discorso a metà. Dinanzi alle difficoltà
create dal conservare strettamente il punto di vista eurocentrico, aprendosi
nel contempo alla prospettiva globale, ci si dovrebbe convincere che
la coraggiosa assunzione di un orizzonte mondiale consentirebbe di sviluppare
un insegnamento della storia realmente rispettoso delle finalità
e degli obiettivi che gli vengono assegnati nei piani dell'offerta formativa
dei nostri licei.
Se gli studi storici in prospettiva mondiale - come il prof. Pietro
Rossi ha efficacemente riassunto nel suo articolo Verso una storia
globale ("Rivista storica italiana", CXIII, n.3, 2001,
pp. 762-780) - hanno conosciuto un sempre crescente sviluppo già
a partire dal secondo dopoguerra, i loro risultati non possono essere
più esclusi dall'insegnamento. Sono pienamente d'accordo con
Luigi Cajani quando precisa che <<una visione eurocentrica della
storia, come ogni altra visione parziale, risulta inadeguata ad una
formazione di base, perché non è in grado di fornire gli
elementi fondamentali per interpretare il mutamento storico mondiale>>
(L. Cajani, Per un insegnamento della storia mondiale nella scuola
secondaria).
Va aggiunto, peraltro, che i fenomeni della cosiddetta globalizzazione
stanno già producendo nell'ambito della storia contemporanea
una ricaduta ulteriore, che si concentra su attori e processi prima
inesistenti, anche se il compito dello storico sarà soprattutto
quello di guardare indietro per ricostruirne premesse, cause e periodi
di sviluppo.
Se dovessi indicare un criterio di selezione, preferirei quello che
vedo implicito in questa dichiarazione di Pietro Rossi: <<Al centro
di una storia che voglia essere "globale" non sta più
lo sviluppo delle singole civiltà, ma si pongono invece i loro
rapporti, i loro incontri e scontri, i loro scambi, le trasformazioni
che il contatto con altre civiltà induce in ognuna di esse>>
(P. Rossi, art. cit.). E' a questa prospettiva non semplicemente
sommativa ma relazionistica assunta dalla storia globale che l'insegnamento
non può più rinunciare, anche in vista di quella <<identità
terrestre>> che l'<<era planetaria>> urgentemente
richiede (cfr. E. Morin, I sette saperi necessari all'educazione
del futuro, Milano 2001). A sostegno della scelta sopra proposta,
posso ora richiamarmi anche alla relazione del prof. Kocka, nella parte
finale riguardante le strategie praticate dalla storia globale ed in
particolare alla terza, quella della cosiddetta "storia intrecciata".
Si potrebbe sfruttare da subito quella che nella scuola italiana si
chiama oggi pluri-disciplinarità. Almeno noi insegnanti di filosofia
e storia saremmo maggiormente coinvolti nel processo di formazione di
una prospettiva interculturale se non addirittura trans-culturale (cfr.
"Paradigmi", 1992, n. 30) se potessimo adottare l'ottica della
storia globale e favorire nel contempo la formazione della mentalità
più adatta ad essa grazie all'insegnamento della filosofia con
metodo storico. In concreto, potremmo lavorare con moduli pluridisciplinari
coinvolgendo anche altre materie, ma iniziando con la filosofia. E proprio
per questo sarebbe utile quel criterio di selezione di cui si è
detto, poiché chiaramente non si può pensare di introdurre
la storia globale semplicemente aggiungendo al profilo "tradizionale"
i saperi dell'africanista, del giapponesista e così via. Per
realizzare questi moduli si dovrebbero tener presenti alcune esigenze
generali. Molto importante, in questa ottica, è ad esempio il
tema del cosmopolitismo, che è rintracciabile sin dall'antichità
nella storia del pensiero occidentale. Esso non dovrebbe essere liquidato
con poche battute, ma pur con tutta la sua dialettica interna, soprattutto
nel periodo settecentesco, andrebbe messo a confronto con altre posizioni
universalistiche (il cristianesimo) per arrivare a comprendere meglio
le posizioni e i dibattiti che nel corso della storia si sono svolti
e tutt'oggi si svolgono su diritto internazionale o comunitario e diritti
umani. Si pensi alle teorie kantiane contenute nei saggi storico-politico-religiosi.
Anche la riflessione sulla storia nel corso del Settecento dovrebbe
godere di maggiore attenzione, e non solo nelle linee generali concernenti
il dibattito su storicismo o antistoricismo illuministico, ma facendo
spazio a riflessioni di solito ignorate, come quelle di Hume (il breve
saggio On the Study of History) e di Voltaire (ad es. voce Histoire
dell'Enciclopédie), oltre alle discussioni sulla storia
universale.
Al di là di questi spunti finalizzati a porre nelle menti degli
studenti le basi per una riflessione critica sull'approccio storico
nazionale, europeo o occidentale, nell'insegnamento della storia della
filosofia si potrebbe finalmente tentare (come spesso è richiesto
dagli studenti stessi) di assumere una prospettiva mondiale e servirsene
almeno nei moduli pluridisciplinari e solo di filosofia, anche in forma
molto compatta.
Nel primo anno, insieme con i lineamenti delle origini del pensiero
greco, andrebbero riassunte quelle del pensiero cinese (taoismo e confucianesimo)
e indiano (libri vedici, buddismo), ma anche persiano ed ebraico. Questa
storia si potrà in seguito ripercorrere parallelamente alla filosofia
greca, ellenistica e romana attraverso le scuole induiste e le "cento
scuole" in Cina, mentre insieme con il neoplatonismo e lo sviluppo
del pensiero cristiano si darebbe risalto alle concezioni idealistiche
in ambito buddista o alla riflessione yoga.
Anche nel momento dello studio della filosofia medievale una certa attenzione
dovrebbe prestarsi agli ulteriori sviluppi del pensiero indiano, cinese
e giapponese, ad esempio alla direzione mistica assunta dal buddismo
(scuola zen) mentre in Cina si giungeva al neoconfucianesimo e al trionfo
della filosofia di Chu Hsi. Ma lo spazio maggiore dovrebbe essere occupato
dal pensiero filosofico e scientifico islamico, prima con Avicenna,
al-Ghazali, Averroè, Ibn 'Arabi e poi con Ibn Khaldun.
Allo stesso modo potranno essere affrontate le novità che i secoli
XV-XVIII della nostra era portarono nell'Islam e dare un'idea della
prevalente influenza musulmana in India nonché del confronto
della Cina con l'Occidente sotto la dinastia Manciù.
Anche nel XIX sec. si dovrannno rimarcare il ruolo culturale svolto
dalla presenza napoleonica in Egitto e il nuovo confronto con l'occidente
cristiano da parte del pensiero islamico del XIX sec., con la sua oscillazione
tra modernismo e integralismo e con il kemalismo.
Nella progettazione didattica dell'ultimo anno sarebbe utile, all'interno
dello studio del Romanticismo, tener conto, almeno, dello Schlegel del
Saggio sulla lingua e la filosofia degli indiani (1808) così
come delle ricadute su Schopenhauer, o delle più lontane influenze
sugli interessi di un Karl Gustav Jung verso la saggezza orientale.
Dovrebbero poi essere conosciute le aperture universalistiche in India
fino alla conciliazione tra Oriente e Occidente in Tagore e Aurobindo,
che consentirebbero di far meglio apprezzare il comunque indispensabile
studio di Gandhi. Ed infine occorrerà prospettare l'analogo contrasto
in Cina tra tradizionalisti e occidentalisti, fino a comprendere le
novità del marxismo cinese.
La proposta che sto illustrando e che mi appresto a concludere consentirebbe
infine di non limitare lo studio della ricezione della filosofia occidentale
ai paradigmi della scienza moderna, ma potrebbe seguirla nella storia
del pensiero novecentesco soprattutto con quelle filosofie che hanno
avuto una certa fortuna in Oriente (ma anche nell'America del sud e
nell'Africa) come la fenomenologia husserliana ed il pensiero di Heidegger.
Una tale apertura all'Oriente, che però con l'Islam tocca anche
l'Africa settentrionale, aiuterebbe a creare le premesse mentali per
meglio sostenere lo studio di quella parte della storia mondiale che
insiste sulle relazioni eurasiatiche precedenti e successive all'emergenza
moderna dell'Europa attraverso i due fenomeni weberianamente connessi
della razionalità scientifica e del capitalismo.
Il tacere di tutti i contenuti che ho elencato impedisce la formazione
di una visione universale dei fenomeni culturali dell'umanità
nei loro interscambi. Ormai nella filosofia occidentale non si
guarda certo più all'Oriente con interesse primitivistico o paleo-culturalistico.
Il dibattito va semmai oltre la stessa ottica interculturale, interrogandosi
sul senso della trans-culturalità. Si tratta comunque di capire
se e come quelle grandi culture, sotto l'esteriore occidentalizzazione,
siano rimaste appunto "orientali". Si ricordi anche quanto
osservò Max Scheler nel suo saggio Der Mensch im Weltalter
des Ausgleichs (1927) a proposito del <<kosmopolitische
Ausgleich>> e di quella <<wahrhaft kosmopolitische
Weltphilosophie>>, che egli vedeva in fieri, nel senso di
una necessaria osmosi e integrazione tra l'attivismo dell'uomo occidentale
- capace di controllare il mondo esterno e il corpo, ma disarmato rispetto
al controllo dell'anima - e, ad esempio, l'educazione orientale alla
<<Kunst der Duldung>>, all'arte della sopportazione
(Gesammelte Werke, Band 9, Bern 1976, pp. 145 ss).
Ci si chiede se un quadro di tal genere sia realisticamente introducibile
nel nostro insegnamento. A questo dovrebbe rispondere la formazione
dei nuovi docenti, che nelle università trovano senz'altro le
cattedre specialistiche più adatte, ma non ritengo improponibile
una stimolante formazione in servizio su tali tematiche, che a mio avviso
incontrerebbe anzi una interessata adesione da parte dei colleghi liceali.
Ma esiste la necessaria apertura anche presso i filosofi? Azzardo che
tra fenomenologi, filosofi della politica e della religione, estetologi
si potrebbe trovare qualche disponibilità. Un segnale positivo
viene forse dalla stessa Società Filosofica Italiana, che per
il suo XXXV Congresso, appena svoltosi a Bari dal 29 aprile al 2 maggio
2004, ha scelto come tema: "La filosofia come strumento di dialogo
tra le culture".
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