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Home > News> A. Ferioli, 62° anniversario bombardamento su Bologna
     
25 settembre:
sessantadue anni fa le bombe su Bologna


Alessandro Ferioli

Per iniziativa del Comune di Bologna e del Quartiere Navile, il 24 settembre si è celebra nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, per la seconda volta, il 62° anniversario del bombardamento aereo su Bologna che costò la vita a 1033 cittadini, sui 2141 morti complessivamente accertati al termine del conflitto. L’elevato numero di vittime, nella circostanza del 25 settembre, fu dovuto anche al ritardo con cui vennero azionati gli allarmi antiaereo: a centinaia persero la vita nel tunnel del Cavaticcio, vicino all’allora via Roma (oggi Marconi), mentre nella Bolognina fu seriamente danneggiata la chiesa del Sacro Cuore, e colpite le strade del quartiere comprese tra via Jacopo della Quercia e via Lombardi.
Forse non tutti ricordano che le teorie sul bombardamento strategico si devono al generale italiano Giulio Douhet, il quale nel saggio Il dominio dell’aria (1921) sostenne, fra l’altro, che l’impiego bellico dell’aviazione deve rivolgersi con la massima energia verso il nemico colpendone città, industrie, ferrovie, infrastrutture, servizi logistici, aeroporti, sedi delle telecomunicazioni e, nondimeno, la popolazione civile. L’accanimento contro quest’ultima ha, secondo Douhet, una funzione strategica essenziale, poiché per effetto delle incursioni non può mancare di giungere rapidamente il momento in cui, per sfuggire all'angoscia, le popolazioni, sospinte unicamente dall'istinto della conservazione, richiederanno, a qualunque condizione, la cessazione della lotta.
Tale teoria (adottata dal generale statunitense William Mitchell, e quindi fatta propria dagli USA) non postulava massacri di civili, ma muoveva dal presupposto secondo cui i bombardamenti hanno effetti psicologici dirompenti sul morale della popolazione, come testimoniano i primi esperimenti di sganciamento da parte dell’aviazione italiana nella guerra italo-turca del 1911 e i primi bombardamenti terroristici, come quello effettuato su Liegi nel 1914 da un dirigibile tedesco per fiaccare la resistenza dei belgi: tredici bombe sganciate, nove morti, con risonanza e stupore in tutto il mondo.
Se le premesse erano corrette, non foss’altro perché risultanti dall’osservazione della realtà, sbagliate erano invece le conclusioni, laddove Douhet riteneva che una popolazione sottoposta al bombardamento sarebbe stata in grado di indurre i propri governanti alla resa. In effetti la società civile non è in grado di condizionare i governi nelle scelte in materia di guerra (specialmente quando essa è in corso), né nei governi democratici né nei regimi totalitari, mentre spesso, per la paura di mutare negativamente la propria condizione, sarà indotta semmai a una più accanita resistenza contro il nemico.
In entrambi i casi le bombe alimentano in maniera direttamente proporzionale l’odio verso il nemico che le usa, ed attirano spesse volte su quest’ultimo la riprovazione dell’opinione pubblica internazionale, nonostante i tentativi di giustificazione che si tenta di dare all’impiego dei bombardieri. Ciò è avvenuto a Liegi nel 1914, ma anche a Coventry e a Londra, nelle città tedesche, in Giappone, in Corea, in Vietnam, nel Golfo, in Bosnia-Erzegovina, in Kosovo e a Baghdad.
Quindi i bombardamenti sulle nostre città, effettuati allo scopo di alienare simpatie al fascismo, furono di utilità e legittimità discutibili nel contesto della guerra, e difficilmente giustificabili sul piano giuridico e morale dacché il Regno d’Italia aveva firmato l’armistizio con gli anglo-americani.
Nel corso dei 50 bombardamenti che i petroniani e gli abitanti dei comuni viciniori dovettero subire tra il 16 luglio e il 18 aprile 1945 (tutti effettuati dopo la caduta del fascismo) persero la vita cittadini d’ambo i sessi e di tutte le età, dall’infante all’anziana massaia; fu distrutto o reso inagibile il 43,2% del patrimonio edilizio cittadino (pari a 280.000 vani prima del conflitto); furono abbattute, come aveva insegnato Douhet, vie di comunicazione e industrie di primaria importanza, come la stazione centrale, le linee tranviarie e le officine Minganti; intere famiglie vennero gettate in strada nell’angoscia e nella disperazione, alla ricerca d’un parente ancora non rincasato.
Oggi è quantomai opportuno mantenere la memoria di quegli avvenimenti, celebrandoli annualmente anche con il coinvolgimento delle scuole: ricordare le sofferenze dei nostri nonni non significa soltanto coltivare e onorare la propria storia, ma anche disporsi a rispettare la tragica attualità che incombe su altri popoli.